Nicoletta Dosio, cittadina della libera repubblica che non c’è

Lo Stato ti arresta. Ma chi arresta lo Stato? Lo Stato ha una forma, si muove dentro certi confini. La forma è la Repubblica e i confini sono la...
Nicoletta Dosio, arrestata dai Carabinieri a Bussoleno (30 dicembre 2019)

Lo Stato ti arresta. Ma chi arresta lo Stato? Lo Stato ha una forma, si muove dentro certi confini. La forma è la Repubblica e i confini sono la sua Costituzione. La Costituzione tutela il diritto al dissenso, la libertà di manifestazione, di espressione, di associazione. Poi lo Stato diventa dissenso al dissenso stesso, negazione della libertà, repressione dell’espressione e associazione contro la partecipazione.

Lo fa da apparato, perché appare come forma quando deve essere formale ma assume i connotati più trucidi e violenti quando deve garantirsi oltre alla formalità anche la sostanza dell’essere dirigista, dirigente, direttore, dirimente delle nostre e nelle nostre vite.

E’ lì che la Costituzione cessa di esistere, quando la Repubblica diventa Stato e quindi non è più res publica, ma adattamento al copione scritto dall’economia di mercato; e forse queste frasi in libertà riescono a ritagliarsi una via di fuga in tutta la parte burocratica statale, fatta di leggi, regolamenti, sentenze scritte e orali, di palazzo e di piazza, decretate inappellabilmente su tutto il territorio dal popolo sovrano che cede la sua corona volentieri per scrollarsi d’addosso le responsabilità della costruzione di una comunità sempre meno Stato e sempre più repubblicana.

Lo Stato ti lascia manifestare fino a che non emergono non tanto le violenze altrui rispetto a quelle dello Stato, cui tutto è permesso perché al potere il potere stesso non nega mai nulla, ma certe verità scomode che potrebbero allargarsi a macchia d’olio. L’olio che alimenta gli ingranaggi delle macchine della costruzione della visione comune, dell’opinione pubblica che soverchia la critica personale, che impedisce di pensarla come si vorrebbe perché ci si vergogna di uscire dal pubblico, di salire su un palco, di parlare e di finire per essere considerato l’uomo o la donna col megafono.

Quello di Daniele Silvestri che parlava, parlava, parlava di cose importanti, purtroppo i passanti erano distratti. Ma l’uomo col megafono credeva nei propri argomenti e soffriva (“…eppur la nostra idea è solo idea d’amor…” di goriana memoria…) perché sapeva di essere dall’unica parte giusta, dalla parte giusta, l’unica: quella contro i grandi poteri economici, contro i grandi speculatori che chiamano progresso il TAV, quelli per cui le “grandi opere” vanno fatte, perché in fondo anche nei tempi passati si sono sempre fatte e i No-Tav sarebbero alla stregua di una improbabile opposizione che nell’antichità si sarebbe detta contraria anche alla costruzione degli acquedotti di Marco Agrippa.

L’errore non è uno solo, ma sono tanti. Tanti sono quelli che errano, che sbagliano, che camminano domandosi cosa fare e inciampano nelle domande senza trovare risposte. Metafore, luoghi comuni, banalizzazioni? Forse solo tanta rabbia per la riconferma dell’ingiustizia che sfugge alla correttezza costituzionale, al principio dello Stato di diritto che diventa diritto dello Stato ad agire per pastoie leguleiche: la Legge con la elle maiuscola è Legge e sembra di vedere non Nicoletta Dosio portata via dai carabinieri in macchina verso il Casa circondariale delle Vallette di Torino, ma Toò e Fernandel, comunque sempre nelle valli di confine tra Italia e Francia, che si rincorrono al di là della frontiera e chi la sorpassa per primo rischia. Rischia da contrabbandiere e rischia da gendarme.

Rischia perché magari ha beffato la Legge per quarantacinque anni, perché è nato in una cucina, perché è italiano (ma alla fine poi risulta francese) ma ha servito nella guardia di frontiera transalpina e nella Prima guerra mondiale.

Rischia il contrabbandiere e rischia il gendarme, tutti e due rischiano perché nessuno è al di sopra della legge ma nemmeno dovrebbe esserne al di sotto. Nicoletta non ha voluto essere la carceriera di sé stessa; non ha voluto essere prigioniera in casa propria e ha rinunciato a quei “privilegi” che lo Stato (bontà sua…) le concedeva.

Ha parlato così con lo Stato: non ho fatto nulla di male, ho difeso il territorio, la mia Valle da una speculazione vergognosa, degna del sistema capitalistico in cui viviamo. Devo andare in carcere per questo? Ci andrò come Rosa Luxemburg che si sentiva a casa ovunque vi fossero nuvole, uccelli e lacrime umane.

Nicoletta è in carcere e noi siamo liberi. Liberi di protestare con qualunque mezzo: da queste poche righe a mobilitazioni di piazza, ben più grandi di una semplice pagina scritta. Nicoletta, che ne si condivida o meno la lotta, è oggi il simbolo della Costituzione vera: quella che non avrebbe mai incarcerato nessuno perché si oppone allo scempio del territorio, al peggioramento delle condizioni di salute di una intera popolazione, alla logica esclusiva del profitto che passa, proprio come un treno, su tutte le coscienze e le falcidia in tanti piccoli pezzi che il vento gelido dell’inverno porta lontano dalle menti intorpidite dalle calde rassicurazioni di chi agita rosari, bibbie e invoca la protezione di tutti i santi per l’Italia, per i nuovi balilla che vorrebbe vedere crescere, per i poteri speciali che vorrebbe avere.

Questo doveva essere un editoriale, anzi l’editoriale di fine anno. E’ invece un editoriale che apre una questione, che si rivolge ai lettori di questa passione politica che è “la Sinistra quotidiana” per augurare loro di tenersi ben stretta la coscienza critica e sociale che hanno. E’ quello che sta facendo Nicoletta, prigioniera dello Stato italiano, che rateizza 49 milioni in 80 anni, che tollera formazioni neofasciste e consente loro di presentarsi alle elezioni, che plaude alle privatizzazioni, al liberismo mentre ogni giorno muoiono sul lavoro in media 4 salariati, 4 proletari moderni…

Lo Stato dello stato delle cose è questo. Siccome è stato si spera che non lo sia più: ma fino a che Nicoletta e tante altre Nicoletta saranno in carcere per aver solo la colpa di aver espresso un dissenso e averlo difeso con le sole armi dell’intelligenza e della consapevolezza piena, con la dignità di chi rivendica il diritto dei cittadini alla resistenza sempre e comunque; fino a che tutto questo continuerà ad accadere, noi non potremo chiamare “repubblica” questo Stato e penseremo, anche se non siamo anarchici, che sarebbe meglio una vita senza Stato: saremmo forse liberi di organizzarci senza la giustificazione della necessità della burocrazia, alibi preciso e delineato per oscurare tutte le colpe dal capitale, del mercato, del profitto e di chi, peggiore fra tutti, “da sinistra” lo difende.

Buon anno, Nicoletta…

Lo Stato non si vergognerà mai delle sue azioni, perché dovrebbe vergognarsi di esistere. Per questo ci vergogniamo noi, che siamo la repubblica: la libera repubblica dei comunisti libertari. Non c’è, ma un giorno la inventeremo.

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MARCO SFERINI

31 dicembre 2019

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