Nel pallone

L’idolatria mi è completamente aliena. Non la sopporto, mi regala inopportunamente una istantanea dell’umanità facile preda dell’isterismo collettivo, della partecipazione ossessivo-compulsiva ad un lutto che per molti è stanco...
Diego Armando Maradona

L’idolatria mi è completamente aliena. Non la sopporto, mi regala inopportunamente una istantanea dell’umanità facile preda dell’isterismo collettivo, della partecipazione ossessivo-compulsiva ad un lutto che per molti è stanco rito, per altri è occasione di risveglio momentaneo e per tanti è seguire la grande massa che poderosa avanza nella più ostentata banalità di frasi e parole vuote, retoriche, inascoltabili e purtroppo audibili, illeggibili e purtroppo visibili.

Maradona è morto. Riposi in pace. Amen. Shalom, tutto quello che si vuole.

Ma gli occhi fuori dalle orbite, le squarciagole che ne ritmano il nome, i fumogeni, gli striscioni, i giorni di lutto, le strade, le vie dedicate come gli stadi, di là e di qua dall’oceano, la valanga social che tutto invade, che supera giornali telematici, cartacei, programmi televisivi, speciali di ore e ore, canzoni alla radio, file di lumini accesi davanti allo stadio partenopeo, già illuminato apposta per la triste occasione.

Maradona è morto, dio chissà se esiste e tra poco torneremo alla normalità di ogni giorno: sentire parlare di Covid dalla mattina alla sera. Oh, che bel vivere!

(m.s.)

foto tratta da Wikimedia Commons

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Lo stiletto

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