L’ineluttabilità delle nostre relazioni in pillole di classici

«Gli uomini non sono isole» di Nuccio Ordine, pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo

L’idea di classico appare spesso avvolta in un alone di aristocrazia. Ci parla di imposizioni, sembra creare gerarchie che implicano incoronazioni e vassallaggi. Il che è abbastanza inaccettabile quando si parla di libri, poiché se la cultura ha in senso, è proprio quello di liberare, emancipare e incoraggiare l’individuo a scrollarsi di dosso il peso di tradizioni imposte, non sue.
I classici veri non dovrebbero simboleggiare torri d’avorio che i soli esegeti sanno adorare e santificare. Possono essere, semmai, torri molto poco eburnee che ci insegnano la nobile arte dell’esistenza.

Nel suo Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere (La Nave di Teseo, pp. 335, euro 15) Nuccio Ordine ripropone una raccolta di brevi citazioni opportunamente commentate, di autori che vanno da Giordano Bruno a Gramsci, da Ariosto ad Aristotele, da Borges a Hemingway, da Nietzsche a Rilke; sempre con un filo rosso comune, quello dell’umanesimo inteso come tentativo di relazionare il fine dell’umano a quel medium, la cultura, che Lotman aveva definito la «memoria non ereditaria di una comunità».

Questa carrellata di classici in pillole è introdotta da un articolato scritto che affronta la questione cruciale dell’intreccio tra letteratura e «solidarietà umana». Prendendo spunto, sin dal titolo, dalle meditazioni del poeta metafisico John Donne, il quale ci aveva parlato della ineluttabile relazionalità degli individui e dell’impossibilità a vederci come monadi distanziate le une dalle altre, Ordine propone una rilettura dei rapporti tra cultura e avanzamento della società, con una prospettiva attenta ai nostri giorni: «la scelta di evocare nel titolo l’immagine insulare di John Donne non è casuale.

Ciò che sta accadendo in Europa è sotto gli occhi di tutti: si costruiscono muri, si innalzano barriere, si intrecciano centinaia di chilometri di filo spinato con lo spietato obiettivo di sbarrare la strada a un’umanità povera e sofferente che, rischiando la vita, cerca di sfuggire alla guerra, alla fame, ai tormenti delle dittature e del fanatismo religioso».
Mirando a riconnettere il senso della cultura alle sorti dell’umano, Ordine seleziona brevi commenti di autori classici in grado di farci riflettere sul nostro presente. Ad esempio, a proposito del fanatismo religioso, cita il Bruno dello Spaccio della bestia trionfante, il quale tenta, per tramite di Giove, di riformare il rapporto tra religione e società affinché le religioni non danneggino «il consorzio umano» o mettano «in pericolo le istituzioni civili». È una lezione, questa, di cui dobbiamo ancora imparare a divenire contemporanei.

Come per la filosofia, anche la sapienza dell’arte può porsi al servizio dell’umano. Lo si evince nel passo scelto dal Re Lear di Shakespeare, in cui, solo quando cieco e impazzito un re è in grado di vedere chiaramente, sia la disfatta che ha accanto a sé, sia le sue cause, comprendendo poi di doversi esporre «a tutto quello che i miseri sentono, così da poterti spogliare dal superfluo e darlo a loro, e mostrare un cielo più giusto». Siamo in una prospettiva simile a quella che un graffitista di Belfast ha di recente delineato, accompagnando l’immagine di Oscar Romero alla scritta: «occhi che hanno pianto sanno vedere molte più cose».

Leggere con attenzione i classici consente di offrire lo stesso fenomeno a interpretazioni contrastanti, ma anche di renderci capaci di discernere, di un’immagine, le letture strumentali da quelle autentiche, perché solo queste ultime possono puntare al miglioramento della condizione umana. L’esempio che fa Nuccio Ordine è un gommone pieno di migranti: per molti politici di destra ospita «clandestini vacanzieri che vengono a spassarsela in Italia», mentre per altri «un’umanità disperata». Mai come in questo caso ci soccorre ancora la saggezza del Nolano, che più di quattrocento anni fa aveva ammonito: «mai la pedantaria è stata più in exaltazione per governare il mondo, che a’ tempi nostri… Però a questo tempo massime denno esser isvegliati gli ben nati spiriti armati dalla verità et illustrati dalla divina intelligenza, di prender l’armi contra la fosca ignoranza…».

Parole queste che ricordano quelle di un Amleto forse pronto a «prendere le armi contro un mare di afflizioni». Lo stesso giovane principe, qualche riga più giù, avvertiva proprio del rischio di non «involarci verso gli altri che non conosciamo».
I tanto vituperati classici, libri che talvolta spaventano, sono opere che hanno ancora da dire quel che non hanno detto, per parafrasare indirettamente Calvino. Ci mettono in grado di leggerli sempre alla luce del presente, ma di un presente da modificare e correggere alla luce di insegnamenti del passato, e sempre con un occhio rivolto alla riscrittura di un futuro.

ENRICO TERRINONI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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