La vittoria sociale del NO

E’ già la seconda volta che una maggioranza di governo tenta di mettere le mani sulla Costituzione e, per la seconda volta, salta il progetto di stravolgimento della Carta...

E’ già la seconda volta che una maggioranza di governo tenta di mettere le mani sulla Costituzione e, per la seconda volta, salta il progetto di stravolgimento della Carta fondamentale della nostra Repubblica. Chi tocca si scotta. E la bruciatura resta.
Tutto questo avviene in presenza di una partecipazione al voto molto ampia rispetto alle percentuali cui eravamo abituati da tempo: il 65% degli aventi diritto (italiani insieme ad italiani all’estero) ha espresso senza equivoco alcuno un dato non interpretabile numericamente.
Con quasi il 60% dei NO, la controriforma di Renzi e Boschi non diventerà riforma della Costituzione e sarà archiviata ed etichettata come uno dei peggiori pasticci legislativi che hanno rischiato di essere regola comune per tutti i cittadini.
19.419.507 elettori hanno bocciato la proposta contenuta nei titoli comparsi sulla scheda rosa: una semplificazione che voleva essere accattivante nell’indurre la gente a dire di “sì” alla cancellazione di sprechi economici che in realtà tutto erano tranne che il cuore della controriforma.
Il NO vince grazie alla composizione eterogenea dei soggetti politici e sociali che lo hanno composto, promosso e sostenuto fino alla fine: c’è dentro a quel 59,1% di voti una parte di rabbia espressa magari senza aver letto il testo della riforma e dettata dalla mera contrarietà al governo; dentro ci può essere certamente una larga parte di commistione tra ragione, conoscenza e rabbia stessa; dentro c’è, certamente, una buona parte di voti come il mio, espressione di una disamina articolo per articolo della controriforma, e volti ad impedire che il governo assumesse il ruolo centrale che deve invece avere ancora il Parlamento in seno alle istituzioni repubblicane.
Quindi, il NO è una disomogenea omogeneità di contrari alle politiche liberiste e all’austerità cavalcata con riforme del lavoro ricche solo di maggiore flessibilità dei contratti, di riduzione dell’impiego a nuovo schiavismo con i voucher, di collerica antiteticità ad una politica espressione dei dettami di Bruxelles, delle banche e delle grandi reggie della speculazione finanziaria che avrebbe voluto un sistema “meno complicato” per avere leggi più accondiscendenti la protezione dei profitti.
I detrattori del NO ora si affannano a colpevolizzare proprio questa eterogenea coalizione nata e vissuta solo allo scopo di esprimere una delle due opzioni in campo: una coalizione involontaria, formatasi senza accordi di alcun genere per il semplice, elementare, lapalissiano fatto che non vi può essere nessuna affinità tra Rifondazione Comunista e il Partito Liberale Italiano, tra Sinistra Italiana e la Lega Nord, tra l’ANPI e Casa Pound.
I detrattori del NO affermano che ora tutta l'”accozzaglia” che ha bocciato la controriforma dovrebbe magicamente unirsi e cercare il modo di governare.
Non so se questa affermazione nasce da una ignoranza congenita, diffusa proprio delle norme costituzionali e dell’attuale situazione parlamentare o se, invece, è soltanto la prosecuzione di quella campagna denigratoria, insultate e degna del peggiore dei mentitori che vuole piegare sempre e comunque alla propria ragione ogni evento le si presenti innanzi.
Analizziamo: ci hanno detto per mesi che dovevamo non considerare la campagna referendaria come una campagna contro il governo, bensì un giudizio sulla sola riforma della Costituzione. Abbiamo fatto questo e abbiamo smontato, articolo per articolo, tutte le conseguenze che avrebbe avuto il cambiamento del testo attuale con quello proposto dal governo.
Poi, dopo la vittoria del NO, veniamo a sapere che questo principio decade, non ha più alcun valore: il NO vince e quindi il NO deve governare. O meglio, le forze tutte che hanno sostenuto il NO devono proporre al Capo dello Stato una nuova maggioranza e magicamente da minoranze e forze anche esterne al Parlamento (proprio come Rifondazione Comunista) devono rimanere unite (non si sa bene su quale base politica e sociale) e proporre una alternativa al Paese.
Dunque, se il NO contesta la riforma deve farlo senza attaccare il governo, ma se vince e si afferma la sua visione della competizione, in essere fino a pochi minuti prima, ossia un giudizio pressoché unanime sulla minaccia di disequilibrio dei poteri, tutto a vantaggio dell’esecutivo, allora le forze del NO diventano maggioranza politica.
Non si capisce davvero come potrebbe tradursi in pratica questa affermazione puerile, da bambino che batte piedi e mani perché il giocattolo che aveva tra le mani gli è stato tolto affinché non lo rompesse.
La maggioranza parlamentare è del PD, di Verdini e di Alfano. Tocca a loro andare dal Presidente della Repubblica a chiedere un reincarico e a fare una legge elettorale che sia proporzionale e sani anche un altro pasticciaccio brutto: quello di un Italicum che a gennaio sarà valutato dalla Corte Costituzionale e, con tutta probabilità, viste le ripetizioni delle incongruità con la Carta già registrate nel “Porcellum”, sarà dichiarato non ammissibile e bocciato.
In un colpo solo Renzi ha creato delle situazioni paradossali: ha prodotto una divisione quasi verticale del Paese e ha fomentato un odio tra le parti comparendo senza soluzione di continuità in ogni canale televisivo con argomentazioni così vuote da avere la forma dell’acqua: nessuna. Adattabili ad ogni altro progetto politico, forza politica, prospettiva politica.
La parola “cambiamento” aveva ottenuto l’innalzamento a dogma, posta al di fuori della contestazione, della critica. Elevata, quindi, ad una augusta posizione di superiorità: una mutazione genetica anche dei linguaggi ha pervaso la campagna referendaria in questi lunghi mesi.
Nemmeno la batteria di fuoco dei mass media, i milioni di buste con le letterine, i cartelloni sei per tre e il viaggio permanente del premier in tutta Italia ha permesso al “sì” di prevalere. Nemmeno di avvicinarsi ad un testa a testa.
La sconfitta del renzismo è netta. Finisce una fase di ambiguità politica dove veniva chiamata “sinistra” quella parte che proponeva da Palazzo Chigi politiche di destra in campo economico: lacrime e sangue per i più deboli e defiscalizzazione per le imprese; regolarizzazione dei voucher come sistema contrattuale senza alcun contratto degno di questo nome; gestione autoritaria e privatistica della scuola…. e così via…
Ciò che ora occorre fare è ritornare a guardare le regole col rispetto che si dovrebbe loro: tornare a vedere nella Costituzione ciò che le altre leggi non sono. La Costituzione è qualcosa che travalica i normali iter di cambiamento di singole norme: è un patto politico, sociale, civile che non può essere oggetto di revisione da parte di un potere esecutivo, di un governo. E tanto meno può essere oggetto di revisione di una parte del Parlamento ma dovrebbe esserlo della stragrande maggioranza.
Se infatti leggiamo l’articolo 138, quello che autoregolamenta le modifiche del testo costituzionale, possiamo evincere che:
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna dell Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.“.
Quando non si ha, dunque, due terzi del Parlamento a favore di leggi di riforma della Costituzione, si sottopone la legge stessa al giudizio popolare.
Ma fino a ieri non eravamo in presenza di una semplice legge di riforma della Carta del 1948: eravamo in presenza di una vera e propria riscrittura della Costituzione. Ben 47 articoli che riscrivevano il ruolo delle istituzioni, il rapporto tra i poteri che avrebbe determinato squilibri anche nella prima parte del testo costituzionale.
Possiamo, quindi, con grande ragione dire che abbiamo contribuito, tutte e tutti, nessuno escluso, ad impedire lo stralcio della democrazia repubblicana parlamentare che sarebbe stata sostituita da un altro tipo di democrazia: quella del “capo”, quella dove il fulcro si sarebbe spostato dalle aule di Camera e Senato a Palazzo Chigi che avrebbe avuto nel Parlamento rimanente, zoppo e pasticciato un mero esecutore degli ordini del governo.
Possiamo essere fieri di questo successo, perché è in prima istanza un successo della Costituzione stessa, dei suoi valori di uguaglianza sociale, di libertà democratica, di parità dei diritti.
Abbiamo fatto abbassare la cresta al Gallo Governo. Anzi, abbiamo creato le giuste condizioni sociali perché un atto politico avesse una valenza più ampia di quella che loro, i sostenitori del “sì”, volevano che avesse.
Avrebbero voluto che ignorassimo le vere ragioni della controriforma. Ma, almeno noi comunisti insieme a molta parte della sinistra (anche del PD), abbiamo votato unendo giudizio sul testo governativo a giudizio sul governo stesso.
Si può mai scindere proponente da proposta? Farlo avrebbe significato dire: “La riforma è di Renzi, ma noi non guardiamo alle intenzioni politiche di Renzi e del governo, guardiamo solo al testo della riforma”.
Sarebbe come dire di un libro: “Che bello, proprio carino questo racconto. Ma tralasciamo l’autore”.
Si può anonimizzare un’opera letteraria, d’arte? No. Così altrettanto non si poteva fare con la controriforma del governo.
E questo il popolo sovrano in qualche modo, direttamente o indirettamente l’ha capito. E anche quando ha personalizzato il suo voto, spinto proprio da Renzi, ha comunque individuato nel giudizio su Renzi ciò che poi stava tra le righe del testo riformatore.
Dunque, la vittoria del NO è piena, senza se e senza ma alcuni.
Ora la sinistra, che vi ha contribuito, deve mantenere in vita i Comitati per la Democrazia Costituzionale, farne un luogo permanente di costruzione di una alternativa sociale in questo Paese dove i pericoli di altre derive autoritarie non sono affatto scongiurati.

MARCO SFERINI

6 dicembre 2016

foto tratta da Pixabay

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