La strada difficile della sinistra italiana

Dopo meno di un mese dalle elezioni europee, com’era abbastanza prevedibile, si è accentuata la crisi di Sel e dell’insieme dell’area politica che si era, per quella scadenza, raggruppata...

DSC03363Dopo meno di un mese dalle elezioni europee, com’era abbastanza prevedibile, si è accentuata la crisi di Sel e dell’insieme dell’area politica che si era, per quella scadenza, raggruppata nell’esperienza della lista Tsipras. E’ chiaro che un certo peso hanno avuto, e ancora avranno, le polemiche alimentate dalla scelta,ormai nota, di Barbara Spinelli e le caratteristiche assunte dalla delegazione della lista a Strasburgo. Tuttavia fermarsi a questi aspetti vorrebbe dire non capire i nodi più profondi che rendono difficile il consolidarsi dell’esperienza fatta, e con un relativo successo, in occasione del voto di Maggio. In questo senso la vicenda burrascosa che sta investendo in queste ore il gruppo di Vendola contribuisce a disvelare con maggiore nettezza i contorni di queste difficoltà.
Il tema vero che viene in discussione è quello del presidio del lato sinistro di una futura coalizione di governo e della impossibilità, almeno per il momento, ad esercitare seriamente questa funzione per le forze e le aree che attualmente sono in campo. Per circa quindici anni questo spazio, bene o male, è stato riempito da Rifondazione Comunista. Prima la tensione, coagulata soprattutto grazie a Cossutta, determinata dal superamento del Pci, successivamente lo slancio intuitivo che Fausto Bertinotti, unitamente a un gruppo dirigente più giovane e creativo, seppe avere in sintonia con movimenti nuovi che, sappiamo, in quegli anni ebbero un ruolo.
Dopo il 2008, con Rifondazione ormai ridotta a poca cosa e ripiegata su posizioni più che altro testimoniali, solo Vendola e Sel sembrarono in condizione di riproporsi con qualche possibilità questo obiettivo. Oggi sappiamo che la questione resta inevasa, questo ci dicono le fratture tra i parlamentari di Sinistra ecologia e libertà e più in generale il declinare, ormai visibile, del tentativo pur generoso fatto da Nichi Vendola negli ultimi anni. L’Italia è un Paese del tutto peculiare. Qui è cresciuto il più grande partito comunista dell’Occidente, ha governato per anni un centro democristiano capace di forti mediazioni riformiste, vi è stata una insorgenza sociale di importanti proporzioni e si è perfino dispiegato un fenomeno armato che,pur nella sua pratica allucinata e separata, riuscì a conquistarsi aree di contiguità senza le quali sarebbero state impensabili alcune delle azioni eclatanti compiute . Forse, dunque, non è del tutto un caso che non sia nato un vero partito socialdemocratico, che spinte di opposizione radicali si siano sintetizzate in quello strano impasto che è il Movimento di Grillo, che un blocco sociale fatto da settori di borghesia d’impresa e di umori diffusi antistatuali e antipolitici abbiano espresso un referente come Berlusconi. Soprattutto che, pur se ormai con protagonisti nuovi, siano le antiche culture ex Pci ed ex Dc ad aver dato vita alla principale forza politica di centrosinistra e, oggi, del Paese. Di fatto a questo allude una iniziativa politica come quella di cui sono protagonisti Gennaro Migliore e altri esponenti di Sel.
Le elezioni europee ,con il voto delle dimensioni che sappiamo al Pd guidato da Renzi, hanno semplicemente fatto da acceleratore. Ma che il tema del presidio a sinistra del Pd, e del governo, fosse un tema aperto non risolvibile con i reiterati tentativi fatti in questi ultimi anni da ciò che resta della cosiddetta sinistra radicale era ormai chiaro da un pezzo. E’ stato questo dilemma a suggerire a chi scrive, e ad altri, il tentativo di scommettere su forze presenti nello stesso Pd e nelle sue contraddizioni. Sono state questo tentativo il sostegno a Bersani delle primarie dell’anno scorso e la scelta per Cuperlo (pur evidentemente molto debole) nella più recente sfida stravinta da Renzi.
Non sono mancati momenti in questi mesi in cui le tensioni sembrava potessero precipitare in rotture insanabili. Poteva prendere corpo lì un processo vivo in grado di fornire forze reali capaci di radicamento e di elaborazioni che ,sintetizzate con quanto si muove più organicamente alla sinistra del Pd, finalmente raccogliessero pur se certo in termini del tutto innovativi l’eredità di ciò che era stata ,nel ventennio passato, la Rifondazione comunista di Cossutta e poi di Bertinotti. Le cose, come oggi è del tutto chiaro, non sono però andate in quella direzione.
La crisi come si è configurata qui da noi, nella società profonda e nell’economia, ha dato campo a spinte meno classiche da cui sono emerse le offerte politiche di Grillo e di Matteo Renzi. E il tema del presidio a sinistra si presenta di fatto ora in termini inediti, perché schiacciato tra l’ultrapopulismo di Grillo e il grande risultato di Renzi e del Pd nel voto di Maggio. Ovviamente nulla esclude che le cose cambieranno ancora, ed anzi questo è quasi sicuro. Contraddizioni nuove e nuovi conflitti sociali convocheranno tutti alla necessità di produrre risposte e sintesi nuove. E, però, al momento a questo siamo. E il tema del presidio a sinistra forse non è un caso che si tenti di approcciarlo, come credo pensino Migliore e i suoi, dentro un campo aperto non segnato necessariamente da picchetti di frontiera nei confronti del Partito Democratico e di Renzi.
Sono solo stupide ripetizioni di comportamenti rozzi e controproducenti del passato le invettive che circolano in rete, ma temo anche dentro persone fisiche reali, nei confronti di questi compagni e del loro tentativo. Intendiamoci si tratta di un tentativo difficile e persino disperato. Chi scrive, come si sa, è da tempo che ha teorizzato questa linea e dunque ho piena consapevolezza sia delle difficoltà sia delle incomprensioni che una strategia simile quasi naturalmente suscita in una sinistra poco educata all’esercizio, vorrei dire togliattiano, del compromesso e della mediazione. L’assillo di comprendere i rapporti di forza e di evitare derive inefficaci e minoritarie.
E poi c’è il nodo della crisi non solo della rappresentanza ma della crisi di fiducia tout court che oggi vive il Paese. E questo proietta su ogni strategia politica, magari nata da grande passione , l’ombra infamante dell’accomodamento opportunista e personale. Eppure è in quello spazio largo che resta possibile lo sforzo generoso di coltivare ancora con qualche credibilità una nozione di sinistra. Raccogliere esperienze, far maturare forze, verificare e anche suscitare contraddizioni, trovare su quell’onda – piaccia o no oggi molto alta – sprazzi di connessione col Paese che le piccole ridotte a sinistra abbastanza chiaramente oggi non sono in condizione di realizzare. D’altra parte non tutto è attribuibile a ragioni e limiti soggettivi. C’è anche chi ci mette buona fede e impegno generoso e spesso valido. E certo Vendola in questi anni ha fatto uno sforzo per rinnovare, anche con strappi dolorosi, e per tentare di aprire per tutti un varco nuovo.
Occorre dargliene atto con serietà ma con altrettanta serietà dire che ormai questo non basta. A suo modo lo riconosce anche la direttrice del Manifesto, Rangeri, quando scrive che non si può escludere che nella rottura di Migliore e altri vi sia anche un desiderio di rottura col passato e con le sue rappresentanza, Vendola compreso, e il tentativo di giocare la partita, con forze più fresche, in campo aperto. Non accorgersi, infatti, che certi radicalismi ormai sono assorbiti da Grillo è, ed è stato in questi ultimi anni, un grave errore. Da noi non c’è né un vero partito socialdemocratico né una sinistra radicale sul modello della linke o della stessa Syriza. I radicalismi al momento, anche con strane convergenze di lati opposti, sono attratti da Grillo e l’idea di una sinistra di governo, critica sul modello sociale ma unitaria , stazione quasi del tutto, anche giocoforza dopo il 40% di Maggio, nel perimetro del Partito di Matteo Renzi.
In quel crocevia, chi vuole giocare davvero la partita, guardare alla possibilità di cambiare almeno in parte l’assetto dell’Europa, perfino contrastare misure di governo che accentuano ingiustizie sociali, è necessitato, e perfino condannato, a battersi. Capisco che questo “gorgo” che negli anni sembra spostarsi su terreni sempre più impervi susciti in tanti, e con ragione, il timore che ormai diventi un risucchio. Ma questo è oggi il campo da gioco e qui oggi va giocata la partita. Mi auguro, come penso, che Gennaro Migliore e gli altri con questa grande ambizione strategica stiano facendo i loro passi impegnativi in queste ore. Poi, la realtà non si ferma, altre fasi sopraggiungeranno e nuove e inedite contraddizioni sociali matureranno. E tutto potrà nuovamente rovesciarsi. Come sempre tesserà chi ha più filo.

VITO NOCERA

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