Violenza e non violenza, un tema per la maturità

Una delle tracce dei temi per l’esame di maturità di quest’anno riguarda la violenza e la non violenza. Temi contrapposti che si sono fronteggiati in passato sul piano politico...

Una delle tracce dei temi per l’esame di maturità di quest’anno riguarda la violenza e la non violenza. Temi contrapposti che si sono fronteggiati in passato sul piano politico e che hanno animato dibattiti di non poco conto a sostegno di questa o quella tesi che suffragasse le necessità di una rievocazione di un ghandismo di nuovo modello piuttosto che di un ridisegno delle strategie di lotta con le armi in pugno.
Nella storia del movimento operaio ed anche in quella più ampia delle lotte di liberazione dei popoli che si sono susseguite in tutto il novecento, la non violenza è stata trattata sovente come un cedimento proprio alla forza degli scontri che potevano essere messi in campo, quasi fosse una forma di debolezza, di accondiscendenza nella peggiore delle accezioni.
Invece è risultata, alla fine, una nuova ed efficace azione anche di massa per coinvolgere migliaia e migliaia di persone unite attorno ad un principio comune da conquistare per avere nuovi diritti, per esercitarli in una società che diveniva sempre di più espansiva sul piano del riconoscimento dell’uguaglianza civile oltre che morale.
Basti pensare alle lotte non violente delle suffraggette inglesi ed americane per il diritto di voto alle donne, oppure a quelle dei prigionieri irlandesi nelle carceri di Sua Maestà britannica quando l’Irish Republican Army veniva represso violentemente sin dagli anni ’20 del secolo scorso e fino alla tragica morte dopo oltre 55 giorni di sciopero della fame del giovane Bobby Sands.
Il nome di Bobby, come quello di Ghandi, sono due esempi notissimi – o almeno dovrebbero esserlo – per ispirare due comportamenti molto diversi, perché provenienti da due storie differenti e da due contesti altrettanto differenti di lotta precedente, ma uniti dalla volontà di veder riconosciuta l’indipendenza dei loro popoli, quindi delle loro nazioni, dal grande Impero britannico.
Lo sciopero della fame è stato ed è tutt’ora una lotta non violenta. Così come azioni di non violenza sono stati i sit-in, gli incatenamenti davanti ai cancelli di questo o quel palazzo del potere che si rifiutava di riconoscere non solo dei diritti sociali e civili, ma che di più sosteneva e partecipava alle guerre in mezzo mondo.
La lotta violenta, invece, si è distinta in forme talmente diverse tra loro da risultare impossibile farla discendere quanto meno da un minimo comun denominatore: si va dalle bombe alla Orsini dei tempi di Napoleone III fino agli attentati anarchici contro re e regine, imperatori e imperatrici.
Resa famosa dalle interpretazioni cinematografiche di Romy Schneider, Elisabetta di Baviera, moglie di Cecco Beppe, concluse la sua vita sotto il pugnale di un anarchico italiano che gliene fece dono in territorio svizzero.
E poi si massa alle guerre, alla violenza di masse di uomini contro altre masse di uomini: “con la divisa di un altro colore”, avrebbe cantato Fabrizio De Andrè. Già, le guerre mondiali, quelle che hanno interessato un po’ tutti i continenti e che hanno fatto apparire la non violenza come un giochetto inutile, che alla fin fine non poteva che smuovere pochi granelli di polvere, mentre la sacra grande potenza delle armi avrebbe smosso i confini degli imperi, rivoluzionato le carte storiche d’Europa e gli assetti geopolitici in generale.
In realtà la forza di queste due lotte, violenta e non violenta, sulla bilancia della storia pesano per quanto di negativa l’una ha provocato con decine di milioni di morti in poco meno di cinquant’anni nel “secolo breve”, l’altra con la forza della sua caparbietà e senza provocare stuoli di cadaveri, ma sacrificando in confronto poche vite che però non sono rimaste anonime come quelle dei tanti, dei troppi soldati caduti nelle trincee, all’assalto alla baionetta o saltati sulle mine disseminate qua e là nei campi di battaglia.
Storicamente è ingiusto classificare queste lotte. Vanno contestualizzate. Ma di certo possiamo dire che la non violenza è una bella lotta perché non ipoteca nessuna vita e gioca in modo impari. Ma gioca a vincere con la perseveranza che è figlia della coerenza e della stabilità dei sentimenti per un’idea che si vuole portare avanti senza lasciarsi vincere dalla forza, dalla precarizzazione, dalla brutalità della violenza.
La non violenza la ritroviamo oggi, accanto a noi, nelle tante lotte su territori che qualcuno vorrebbe devastare in nome di un profitto economico che non può avere scrupoli per l’ambiente e la salute di tutte e di tutti noi. La non violenza è resistenza passiva ma anche attiva. E’ disobbedienza anzitutto. E’ disobbedienza che non offende, ma che si difende nel riproporsi di volta in volta senza darsi per vinta.
E questo mondo ha bisogno di sempre meno violenza, di sempre più confronto. Anche aspro, ma nel rispetto di quei diritti umani che sovente sono carta straccia, nascosti dietro la maschera ipocrita delle liberazioni da pericolosi tiranni in nome di una democrazia che è un fondo di scenario teatrale e che, al primo impatto con la violenza delle armi, cade e non si rialza più.

MARCO SFERINI

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