La rivoluzione nata con il Risorgimento

Tra storia e narrativa. «Gli anni del coltello» di Valerio Evangelisti, per Mondadori. Ambientato dopo la caduta della Repubblica romana per mano dei francesi, il 2 luglio 1849, il romanzo indaga il periodo che segue la sconfitta e la crisi tra i patrioti e i rivoluzionari, con Mazzini che da Londra continua a incitare a organizzare attentati e rivolte, tutte destinate a fallire

Indagare la storia senza abbandonare la cassetta degli attrezzi dello storico, ma arricchendola con gli strumenti del romanziere. È questo il filo che unisce gran parte della produzione narrativa di Valerio Evangelisti, che di volta in volta si è cimentato col Medioevo dell’inquisitore Eymerich, con la biografia di Nostradamus o ancora con il west, per poi occuparsi dell’epoca dei pirati, della rivoluzione messicana, dell’epopea degli Industrial Workers of the World, i mitici Wobblies.

Ora, l’attenzione dello scrittore bolognese sembra essersi rivolta alla storia italiana. E dopo la trilogia del Sole dell’avvenire, dedicata al primo ’900, Evangelisti ha scelto di guardare al Risorgimento e, in particolare, agli eventi relativi all’instaurazione e alla caduta della Repubblica romana. Così, un paio d’anni dopo 1849. I guerrieri della libertà, il nuovo romanzo, Gli anni del coltello (Mondadori, pp. 246, euro 20) è incentrato sui fatti che seguono il crollo di quell’esperienza. Il rispetto degli accadimenti storici viene confermato dall’elencazione delle fonti utilizzate, oltre che dalla formazione dell’autore che ha pubblicato anche vari saggi storici.

La predominanza del dato reale, poi, si riflette anche nell’inconsueta sfida – se così si può dire – che lo scrittore ha voluto affrontare. Se, infatti, ogni romanzo storico – sin dalle origini con Scott e Manzoni – si basa sull’alternanza di eventi e personaggi effettivamente accaduti e vissuti e altri nati dalla fantasia dell’autore, in questo caso, come afferma lo stesso Evangelisti, i personaggi inventati in tutto il libro sono solo due. Questo non vuol dire che il libro abbia un ritmo lento, sia in qualche maniera pedante, o di difficile lettura.

Anzi, la perfetta conoscenza e lo sperimentato utilizzo dei meccanismi che regolano quella che una volta veniva chiamata paraletteratura, rendono la lettura scorrevole, inchiodando il lettore alla pagina, rendendo difficile, se non impossibile l’interruzione della lettura. La maestria nella scrittura di Evangelisti, poi, unita allo sguardo con cui vengono narrati gli avvenimenti, uno sguardo dal basso, dal punto di vista dei veri protagonisti delle tentate insurrezioni, delle cospirazioni, delle uccisioni, donano alla narrazione concretezza e realtà, carne e sangue.

L’azione parte subito dopo la caduta della Repubblica romana per mano dei francesi, il 2 luglio 1849 per arrivare fino ad una sera di fine ottobre del 1854. Alla sconfitta segue un periodo di crisi tra i patrioti e i rivoluzionari, con Mazzini che da Londra continua a incitare a organizzare attentati e rivolte, tutte destinate a fallire. Sono «gli anni del coltello» appunto, come si rende conto sin da subito Gabariol, il protagonista, anni in cui la violenza, l’omicidio diventa vendetta e testimonianza dell’esistenza dei cospiratori.

Ma sono anni in cui emergono anche le divisioni all’interno del movimento, tra borghesi e proletari soprattutto. Tra chi rimane legato soltanto all’ideale nazionalista e chi si richiama anche alla questione sociale, all’emancipazione delle classi dominate. Tra chi segue ciecamente il leader, Mazzini, che da lontano continua a predicare la sua visione interclassista e chi se ne distacca, chi lo accusa di avere una visione irrealistica e di essere la causa di sconfitte per l’impreparazione mostrata nell’organizzazione delle rivolte. E se la figura di Pippo – come viene chiamato dai rivoluzionari il fondatore della Giovine Italia, ormai diventata Compagnia della Morte – aleggia da lontano, nel corso del romanzo ci si imbatte in vari altri personaggi storici famosi, come Carlo Pisacane o Felice Orsini. E intanto anche tra i mazziniani inizia a diffondersi l’influenza di posizioni moderate, lontane dagli slanci rivoluzionari originari, legate ai Savoia.

La struttura del romanzo è abbastanza semplice, il protagonista, Gabariol, viene seguito in tutte le sue peripezie successive alla fuga da Roma tra riunioni, attentati e rivolte. Dal punto di vista geografico l’azione si sviluppa in varie località: dopo Roma si va a Milano, Faenza, Ravenna, Parma. Così come vengono mostrate le reali condizioni di vita dei vari gruppi sociali, soprattutto delle classi più povere. Inoltre, come in quasi tutti i libri di Evangelisti non è difficile cogliere riferimenti alla situazione politica e sociale attuale o di un passato non tanto lontano.

Il merito maggiore, però, del lavoro dello scrittore bolognese è quello di essersi confrontato con uno dei periodi storici più difficili da affrontare, il Risorgimento, per le incrostazioni di retorica, l’esaltazione spesso acritica delle figure dominanti, la narrazione tradizionale e consolidata che lo rende lontano. E di essere riuscito a offrire una visione invece viva e palpitante, piena di umanità ma anche di orrore, di vita, di sogni, ma anche di sconfitte, di disillusioni, quasi a rinverdire quell’«intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra» di cui parlava Walter Benjamin nella seconda delle Tesi di filosofia della storia.

MAURO TROTTA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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