Il No e le responsabilità della crisi

Referendum. Se c’è un «trappolone», Zingaretti se l’è costruito da sé
Nicola Zingaretti

Non è votando No al referendum costituzionale che si «destabilizza» il governo; non è l’opposizione a questo sconsiderato taglio del parlamento «la clava» con cui si colpisce il Pd, come sostiene il suo segretario. Se c’è un «trappolone», Zingaretti se l’è costruito da sé. Accettando di votare gratis una riforma improvvisata, che aggrava la crisi della rappresentanza e consegna una vittoria postuma agli appannati campioni dell’antiparlamentarismo. Gratis, perché com’era evidente da principio non c’è contrappeso costituzionale in grado di «riequilibrare» un’amputazione che è innanzitutto simbolica. Non basterebbe neanche una migliore legge elettorale, che peraltro non c’è e non ci sarà per molto tempo ancora. Con in mano il trofeo delle «poltrone in meno da sfamare», dal 22 settembre l’anticastista Di Maio ritroverà – più di quanto gli era lecito sperare – la sua centralità di demagogo professionale. Altro che porte aperte al riformismo. Altro che «respingere l’ondata populista»: insistendo per il Sì anche ora che vede il baratro, Zingaretti si mette in scia.

Peraltro il governo si destabilizza a sufficienza da solo, come dimostra la brutta storia della fiducia sui servizi segreti, salvo poi chiedere indulgenza per non lasciare spazio alle «manovre». Ne ha ottenuta tanta, di indulgenza. In qualche raro caso l’ha persino usata bene. Ma Zingaretti non può arrivare al punto di chiedere sostegno a una modifica costituzionale che il suo stesso partito ha giudicato propagandistica e pericolosa, in nome della ragion di governo.

Il fatto che la conversione a favore del taglio sia stata la condizione chiesta dai 5 Stelle al Pd per far nascere il governo è un argomento che non regge più. Perché un’identica condizione c’era anche, per esempio, sulla modifica dei decreti sicurezza, che stanno sempre lì. E perché da un pezzo è tramontata la «contestualità» con la modifica dei regolamenti e della legge elettorale che era negli accordi. Ma certamente le responsabilità non sono solo del Pd. Il modo in cui i gruppi parlamentari hanno trattato il taglio della rappresentanza è da solo uno spot contro il parlamento. Di fronte a una riforma mal ispirata e frettolosa, l’unica preoccupazione nelle aule è stata quella di non andare contro il sentimento anti casta, così alimentandolo. I cambi di rotta, i no in piazza dopo i sì nel palazzo, i silenzi, le assenze, la stessa difficoltà a dire adesso una parola chiara sono la prova che, grande o piccolo che sia, il parlamento non recupererà il ruolo che ha perso senza un salto di qualità negli eletti e nei partiti che devono selezionarli.

Intanto non c’è alcuna garanzia che riducendo il numero e solo il numero dei deputati e dei senatori le cose possano migliorare. Ci sono invece buoni motivi per pensare che peggioreranno, primo fra tutti il rombante spirito aziendalista che domina la campagna per il Sì. Al riparo dalla retorica del risparmio, fioriscono centri di potere privati che da tempo hanno sostituito le aule della sovranità popolare. Perché la rappresentanza è in crisi, ma gli interessi continuano a essere ben rappresentati in sedi e luoghi che se ne fregano della coerenza e della responsabilità dei partiti. L’inganno in cui siamo precipitati è quello per il quale mortificando l’istituzione democratica, per quanto acciaccata sia, faremmo tutti un passo avanti nella democrazia. Anche per questo è meglio votare No.

ANDREA FABOZZI

da il manifesto.it

foto: screenshot

categorie
Politica e società

altri articoli