Il difficile equilibrio tra i poteri

Sono molte le interpretazioni che circolano in queste ore sugli avvenimenti che, nel giro di pochi giorni, hanno fatto prendere al Paese una direzione molto diversa da quella che...

2206201925Sono molte le interpretazioni che circolano in queste ore sugli avvenimenti che, nel giro di pochi giorni, hanno fatto prendere al Paese una direzione molto diversa da quella che appena un mese fa si poteva immaginare. Il gesto disperato, e sanguinoso, compiuto fuori Palazzo Chigi contribuisce a dare a questi avvenimenti una luce ancora più cupa e preoccupante.

La condizione sociale del Paese, lo sappiamo, è grave. La recessione ha investito ogni campo di attività economica e si fa fatica, in un quadro europeo egualmente provato, ad immaginare una qualche prospettiva. In questo clima, anche psicologicamente difficile, gli oltre sessanta giorni che sono trascorsi prima che si potesse dar vita ad un governo non hanno certo contribuito a rasserenare gli animi e ad una schiarita del quadro d’insieme.

Il risultato del voto di febbraio è stato quel che è stato. Un pareggio tra tre forze peraltro tra loro molto diverse, non solo nei programmi.

BERLUSCONI E IL CENTRO DESTRA

Il gruppo politico raccolto intorno a Berlusconi come si sa da tempo non è un partito democratico classico. I suoi tratti organizzativi ricordano piuttosto forme politiche tipiche dell’Europa dell’Est. Una sorta di putinismo all’Italiana che mescola in se istanze neoliberiste e attenzioni sociali anche a tratti inaspettate. Il tutto sintetizzato da una leadership fortissima che della contesa con l’esercizio giurisdizionale e i controlli di legalità (che sarebbero in verità i suoi punti di fragilità maggiori) ha fatto – causa anche qualche forzatura dal fronte del giustizialismo – un ulteriore punto di forza.

IL MOVIMENTO 5 STELLE

Il partito di Grillo presenta, per certi versi, caratteristiche analoghe. La sua forma organizzativa è molto post – politica, priva di un vero tessuto di quadri, auto centrata sulla rete e su gruppi locali organizzati spesso caratterizzati da forti chiusure all’esterno e da marcata assenza di autonomia nei confronti della leadership nazionale. Sul piano dei programmi il movimento 5 stelle è un mix tra istanze sociali spesso condivisibili (alcune delle quali peraltro sovrapponibili a quelle dello stesso Berlusconi), qualche reticenza su punti di un qualche rilievo come il tema, certo complesso, dell’evasione fiscale e alcuni contenuti decisamente discutibili. Ciò che rende, però, al meglio la caratteristica del “movimento” è la sua idea di andare oltre la democrazia rappresentativa. C’è in questa ambizione una capacità di intuire un punto essenziale del dettato costituzionale (quello che individua nei lassi di tempo tra una elezione e l’altra la necessità di un protagonismo dei cittadini attraverso le loro autonome organizzazioni, partiti compresi) ma anche la velleitaria aspirazione al superamento del complesso sistema di pesi e contrappesi e della democrazia rappresentativa che la nostra Costituzione prescrive. Questo orizzonte fa del movimento di Grillo un gruppo politico di fatto “rivoluzionario”. E’ probabilmente questo il motivo che ha finito per concentrare su di esso l’attenzione di quanti, pur muovendo da latitudini del tutto differenti ed avendo obiettivi magari opposti, in qualche maniera si propongono, più o meno da sempre, la rottura anche istituzionale dell’ordine esistente. E’ il caso, ad esempio, di esperienze in qualche modo eredi della vecchia “Autonomia “ o, dal lato opposto, di forze dichiaratamente appartenenti all’universo della destra più estrema e antisistema.

LA PARABOLA DEL PARTITO DEMOCRATICO

Infine il Partito Democratico. I giorni drammatici della elezione del Capo dello Stato hanno restituito una realtà politica quasi allo stremo, divisa al suo interno da lotte molto aspre in cui si intrecciano il dato politico e quello di generazione, un partito provato duramente dall’insuccesso elettorale e dall’esaurirsi di fatto della sua ambizione di centralità nel sistema politico e nella società italiani. In queste ore il Pd è fatto oggetto, magari anche giustamente, di aggressioni politiche che gli giungono da più parti, dall’alto e dal basso. C’è quasi come una perversa soddisfazione nell’assistere alla frantumazione di una formazione politica che aveva sempre fatto sentire i propri avversari in qualche modo inferiori. La presunzione, in realtà tipica dell’esperienza storica del comunismo italiano (il togliattismo), di chi possiede (o ritiene di possedere) gli strumenti di interpretazione della società e dei suoi conflitti più forti e più robusti.

UNA RIVOLTA CONTRO IL TOGLIATTISMO

Il Partito democratico non è il Pci eppure restava in una parte essenziale del suo dna una cultura politica (magari un po’ antiquata e poco aggiornata) di critica al capitalismo che ,negli ultimissimi anni , è la cultura politica che ha tentato la svolta “socialdemocratica” provando a connettersi alle esperienze analoghe (ma più storicamente consolidate) soprattutto della Germania e della Francia. E’ a questa cultura politica che si è indirizzato l’assedio che la stagione di Bersani ha dovuto sopportare dall’esterno e dall’interno. La crisi drammatica di politica e partiti (per loro deficit e a causa della campagna interessata che ne ha concorso a demolire credibilità e immagine), una certa inadeguatezza culturale di quel gruppo dirigente storico a stare in una contemporaneità a volte distruttiva, gli errori evidenti fatti in campagna elettorale che, allo scopo di parlare ad un presunto blocco di legalità e d’ordine (no ai condoni etc. etc.) ne ha del tutto appannato l’ambizione di rinegoziare l’austerità economica europea, perfino la sua vicinanza al mondo del lavoro più organizzato e tradizionale rappresentato dal sindacalismo confederale anche nelle sue punte più estreme come la Fiom, ne ha fatto il destinatario principale e l’obiettivo di una rivolta diffusa. Una rivolta animata principalmente dal movimento 5 stelle ma che ha visto confluire via via, sul piano sociale, l’insieme di quei soggetti che si avvertono come maggiormente investiti dalla crisi recessiva in atto. Piccoli e medi imprenditori (quelli dei suicidi per intenderci), i loro dipendenti, quindi spesso operai stagionali, intermittenti, con contratti provvisori e precari. E ancora disoccupati di più lunga durata e giovani inoccupati o precari. Un complesso insieme di istanze che, in sinergia certamente inconsapevole con poteri un po’ più consistenti intenzionati a liquidare ogni residuo, per quanto scolorito, di vecchio Pci, hanno incarnato una sorta di rivolta sociale contro il “togliattismo”, l’ultima delle grandi culture politiche che hanno segnato la nascita della Repubblica non a caso simboleggiata dal corpo stesso di Giorgio Napolitano prima ancora che dal suo profilo culturale e politico.

UN GRANDE DISORIENTAMENTO A SINISTRA

Il disorientamento di quelle ore, e anche dopo che il nuovo governo guidato da Letta ha preso il via, a sinistra è stato ed è grande. E non si ricomporrà in tempi troppo brevi. L’ultimo grumo politico di togliattismo, che con una certa abilità aveva superato lo scoglio della ricostruzione di una identità del partito, che aveva utilizzato, non sempre condividendone tutto, la spinta del mondo antiberlusconiano e che aveva vinto il confronto interno delle primarie, ha prima subito l’impatto elettorale (con quei due milioni e più di voti previsti che invece negli ultimi giorni hanno sterzato verso Grillo), poi quello del movimento di Grillo, non solo indisponibile a fare un governo insieme ma intenzionato a disarticolarne il rapporto col Paese, infine l’offensiva (a un certo punto divenuta anche quasi una autocostrizione) che lo ha obbligato all’intesa col redivivo cavaliere.

Mentre una base spesso impossibilitata a cogliere tutti questi nessi si faceva inconsapevole massa di manovra contro le sue stesse aspirazioni. Più l’intensità della protesta cresceva più diventava necessario un rinnovamento purchessia (non a caso poi sboccata nella composizione del governo di Enrico Letta), più si sfibrava l’ossatura di quella maggioranza interna al Pd protagonista del tentativo di Bersani. Qualcuno pensa che si potessero eludere gli ostacoli accogliendo la candidatura di Stefano Rodotà. E’ una tesi fragile e un po’ ingenua. Non c’era in realtà alcuna possibilità di un voto utile a Rodotà, esattamente come nei mesi passati spinte di massa come quelle su alcuni referendum o anche l’elezione di alcuni sindaci di grandi città non hanno rappresentato (a causa della loro estrema eterogeneità di indirizzi) una consistente base di lancio per una svolta politica a sinistra.

SINISTRA POLITICA E COMPOSIZIONE DI CLASSE

Le cose, si dovranno interrogare molto anche i giovani del Pd protagonisti delle occupazioni di molte sedi, sono purtroppo un po’ più complicate. Ricostruire la sinistra (si vedrà poi se rilanciando una aggregazione intorno al Pd o muovendo da una sua disarticolazione) richiederà un lavoro di indagine e di presenza un po’ più profondo che occupare la propria sede di partito. Si tratterà di esplorare la condizione di una nuova composizione tecnica di classe (appunto quei giovani precari e inoccupati o dipendenti e piccoli imprenditori), come riportarla ad una alleanza con l’attuale base sociale della sinistre (per lo più pubblici dipendenti e intellettuali) e come ricostruire una nuova composizione politica che ne assuma la rappresentanza. Il tentativo (già molto difficile) degli ultimi esponenti di ciò che fu il Pci si è infranto in quel pareggio di Febbraio. Ora è tutto cambiato. Non è certo un caso che il nuovo governo appare, pur nel rinnovamento, segnato da altri profili e culture politiche. Forse ciò che resta del Pd, della sua presenza più profonda intendo, per uscire dallo smarrimento odierno più che gridare al tradimento dovrebbe fare i conti anche con se stesso, con ciò che socialmente incarna e che politicamente esprime.

In un libro intitolato “ Crisi della razionalità nel capitalismo maturo “, Jurgen Habermas, spiegò che lo Stato assolve ad una funzione di rimercificazione del capitale e del lavoro. Rendendo, cioè, il capitale più in grado di acquistare lavoro e il lavoro più in condizioni di essere acquistato. Ma Habermas illustrava questa tesi nella fase finale del modello sociale della produzione industriale e mentre cominciava una transizione al modello del consumo e della finanza. La fonte prima di accumulazione si trasferiva cioè dall’industria al mercato dei consumi. Qui lo Stato, come ci hanno poi spiegato Bauman e altri, non ha più solo da rimercificare lavoro e capitale ma aiutare il capitale a vendere merci e ai consumatori di acquistarle. Da qui il credito che si è tanto diffuso per raggiungere tale scopo.

La crisi finanziaria in atto è principalmente crisi del credito. Una parte del blocco di protesta sociale che tale crisi ha generato (come quello che da noi fa riferimento a Grillo e in parte a Berlusconi) è per forza di cose composito. In esso confluisce tanto chi in sostanza preme per ripristinare il meccanismo riaprendo il credito, tanto chi avverte che forse è il momento di andare alle radici del problema. In questo gigantesco scuotersi del mondo, dei suoi equilibri e delle sue consolidate egemonie geopolitiche nessuna sinistra possiede già gli occhiali adatti a interpretare i processi che investono, potenti ,blocchi sociali e idee. Su un punto Vendola ha ragione. Un governo di centro sinistra, con tutti i suoi limiti, era una provocazione inaccettabile in queste condizioni di poteri interni ed europei. E quello che è successo dimostra quanto fosse spericolata l’idea di una svolta a sinistra. Ora che ci muoviamo tutti nelle macerie si spera almeno che nessuno pensi di proporre semplificazioni e scorciatoie. E’ un passo lungo quello di cui c’è bisogno. E riconoscere che il “divorzio” tra politica e potere è il vero tratto caratterizzante di questa nostra epoca difficile. E che rende fragile e impotente l’esercizio politico, ne ridicolizza la funzione agli occhi delle opinioni pubbliche, ne rende inutile, e perfino vediamo miserevolmente parassitario e a volte corrotto il percorso. Ma ricomporre politica e potere (che non può non essere obiettivo essenziale di una sinistra che intenda regolare l’arbitrio della sfera dell’economia) è oggi una sfida gigantesca che si vince su scala planetaria (per noi almeno in Europa) e soprattutto riconnettendo una sinistra reale al suo blocco sociale naturale.

VITO NOCERA

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