I fattori di crisi del sistema politico italiano

Il sistema politico italiano sta attraversando una fase di crisi nel senso etimologico del termine: dal verbo greco krino=separare, cernere, in senso più lato cambiare. Quindi una fase di...

Il sistema politico italiano sta attraversando una fase di crisi nel senso etimologico del termine: dal verbo greco krino=separare, cernere, in senso più lato cambiare. Quindi una fase di disvelamento che prepara un cambio.

L’analogia più recente che si potrebbe sviluppare è quella con il periodo 1992 – 1994, quella nella quale diversi fattori concorsero a favorire un vero e proprio processo di decostruzione.

Uno degli elementi più importanti che hanno contribuito a formare questo stato di cose riguarda il completamento nella trasformazione “di natura” del partito che assunto un ruolo “pivotale” del sistema: il PD, che ha assunto una funzione di tipo neo – trasformistica, funzionando da semplice “semaforo” per i percorsi personali di carriera.

Un partito “stretto” al centro, di tipo escludente verso il quale è apparsa fin qui possibile soltanto un’espressione di protesta non alternativa, condotta su sponde diverse da M5S e Lega Nord.

Emerge, a questo punto, un primo dato di fondo: la questione dei partiti, ossia della rappresentanza politica apertasi proprio con la fase di crisi verificatasi oltre cent’anni fa e già richiamata non è stata comunque risolta.

Quest’assenza di rappresentatività che si è cercato di occultare attraverso meccanismi elettorali orientati a soddisfare una cosiddetta “vocazione maggioritaria” e un’alternanza del tutto fittizia limitata al quadro istituzionale ha rappresentato, paradossalmente, il punto di forza sulla base del quale si è realizzato un vero e proprio processo di trasformazione della democrazia italiana: l’Italia (si veda alla voce: nuovo sistema elettorale “Italikum” e deformazioni costituzionali) sta adottando una forma di democrazia autoritaria, ben oltre quella definizione di “democrazia d’investitura rafforzata” della quale si discute in Europa come una delle forme possibili del rapporto istituzioni/società nel nuovo quadro offerto dalle possibilità di utilizzo delle nuove tecnologie nel campo della partecipazione politica e delle espressioni di consenso e/o dissenso.

Gli elementi sui quali si basa la realtà della nuova condizione di democrazia autoritaria sono essenzialmente quattro:

1) Una concezione del potere economico che interviene sul mondo del lavoro senza in alcun modo disturbare il capitale e la finanza attuando processi regolatori;

2) L’assunzione totalizzante del potere cognitivo: si veda la riforma della governance della RAI e la legge di riforma della scuola (quest’ultima basata sull’introduzione di una sorta di funzionario prefettizio d’antico stampo all’interno di ogni istituto scolastico);

3) La politicizzazione della Costituzione che cessa di essere il riferimento per il confronto istituzionale, sulla base dell’originario antifascismo e di un’idea di fondo di un “sistema di progresso”, nel quale le forze politiche si affrontano alla pari. L’intenzione è invece quella di consegnarla al vincitore delle elezioni politiche, trasformandole nell’assegnazione di un comando politico indisturbato;

4) L’importazione in Italia dell’ideologia dei trattati UE che comportano, in pratica, l’esclusione del conflitto sociale, la costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio, i parametri di Maastricht, l’orientamento all’esportazione, i bassi salari. L’obiettivo è quello dell’imposizione del pensiero unico , quello di “un’economia di mercato altamente competitiva”. Così competitiva da distruggere i soggetti riducendoli a mera merce di scambio non solo sul piano economico ma nell’insieme della propria identità sociale, culturale, di genere. Uno spossessamento complessivo sul quale si esercita soltanto ed esclusivamente una funzione di dominio.

All’interno di questo quadro, a rafforzare la definizione di democrazia autoritaria e di regime, l’attacco diretto rivolto ai corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni di categoria, enti locali).

Ci collochiamo, in questo modo, ben oltre a quanto già avvenuto nel corso del ventennio della “transizione infinita” e dell’alternanza Polo /Ulivo nel corso del quale si svilupparono sicuramente accenti di tipo populistico in un quadro di modello di leadership all’interno della quale si cercò di far risiedere tutti i perni della stabilità sistemica.

Oggi appare evidente l’operazione di scavalcamento di ogni mediazione (mediazione ormai individuata come “la casta”), l’abbattimento delle strutture e delle mentalità “socialdemocratiche” o vetero – costituzionali.

Un modello di comando impostato sull’attivismo e l’occasionalismo (si potrebbero fare esempi non peregrini attingendo alla storia d’Italia: Crispi e Mussolini, tanto per far nomi).

La causa fondamentale della trasformazione sistemica in atto è stata però dovuta al processo di omologazione avvenuto nel corso degli anni da parte di tutte le forze politiche al sistema di governo del ciclo capitalista definito come “neoliberista”.

Tutto questo avviene in un quadro generale che vede un Paese percorso da una questione morale profonda, composta da un insieme di complessi fattori sui quali ci si rifiuta, proprio nella logica del comando imposto dall’alto, di sviluppare seriamente un lavoro d’analisi e di relativo contrasto.

Si è così prodotto un grave logoramento del sistema sociale, ingenerando un vero e proprio “strappo” posto sul piano dell’introduzione di meccanismi generatori di forme drammatiche di povertà che hanno colpito interi settori sociali e generazioni tanto gravi da annullare l’auto – identificazione democratica collettiva.

Il rischio è quello che questo processo di auto – identificazione (un tempo realizzato attorno all’ideologia dei grandi partiti di massa) si possa realizzare attorno alla paura dei conflitti e del terrorismo, in un riflesso irrazionale che non tiene conto dei terribili squilibri geo – politici che hanno generato questi fenomeni.

Il contesto complessivo è quindi quello rappresentato dall’impoverimento e dalla paura come fenomeni generalizzati ai quali viene fornita una risposta securitaria dall’alto, sotto forma di un rinnovato dominio oligarchico, incarnato da una nuova pretesa di “Uomo della Provvidenza”.

L’Italia, cioè, più ancora che altri paesi europei alcuni dei quali pur in preda a fortissime convulsioni, appare già essere un piede dentro a una forma di fascismo il cui imprimatur deriva dalla capacità di aver imposto la coppia vecchio/nuovo in luogo di quella destra/sinistra.

Come accadde del resto quasi un secolo fa con l’imposizione del nuovismo arditista e futurista quale visione totalitaria della prospettiva politica nel tempo dell’esasperazione del nazionalismo.

In questo le responsabilità di coloro che, a suo tempo, hanno concorso a demolire il sistema dei partiti anche attraverso l’adozione di nuovi meccanismi elettorali e sollecitando l’immaginario collettivo attraverso presidenzialismi “ di fatto “risaltano come enormi.

La ricostruzione del legame sociale e della tenuta democratica del Paese appare, in questo momento, il punto di partenza obbligato.

E’ stata individuata la necessità di quello che è stato definito come “experimentum crucis”: ovverosia dell’individuazione di un livello di scontro nel corso del quale risalti la consapevolezza dello stato di cose in atto, ponendo in chiaro le responsabilità del governo.

Una sinistra che intenda davvero ricostruirsi non può che individuare, in questo senso, il passaggio del referendum confermativo sulle deformazioni costituzionali facendo compiere al proprio “NO” (sicuramente diverso da altri NO che saranno in campo) una funzione di aggregatore programmatico attorno al nodo indicato poc’anzi: quello di far ritornare la Costituzione il punto di riferimento obbligato del sistema.

FRANCO ASTENGO

redazionale

5 luglio 2016

foto tratta da Pixabay

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