Fenomeni naturali e fenomeni sociali: cambiamenti a confronto

Dal grande uragano atlantico Irma al terremoto nel sud del Messico, dalle piogge torrenziali in Liguria alla tragedia di Livorno, la natura incontrollabile, ingestibile e persino imprevedibile nonostante i...

Dal grande uragano atlantico Irma al terremoto nel sud del Messico, dalle piogge torrenziali in Liguria alla tragedia di Livorno, la natura incontrollabile, ingestibile e persino imprevedibile nonostante i grandi sforzi scientifici che tentano la prevenzione anche su questo terreno, si dovrebbe imparare una lezione universale: che il pianeta Terra, così da noi chiamato spesso in sostituzione di “Madre Terra”, non ci appartiene e che noi esseri umani, volenti o nolenti, ne siamo inquilini e siamo, soprattutto, spettatori di ciò che accade.
Per millenni gli esseri umani hanno tentato di stregare la natura a loro piacere, di farne un oggetto da assecondare ai soli bisogni della specie umana. E per millenni si sono trovati sempre davanti non tanto alla ribellione della medesima Natura (in quanto soggetto altro da noi; soggetto indefinito ma comprensibile nella sua totalità di esistente, di eventi e di fatti concreti che accadono indipendentemente dalla nostra volontà) quanto allo svolgersi di un continuo di accadimenti ascrivibili al mistero della perfetta confusione che regna nell’universo altrettanto misterioso e imperscrutabile.
Tutto ha una causa che l’essere umano, cosciente dell’essere cosciente, cosciente anche dell’incoscienza di altri esseri e di altri ambienti naturali, ha provato a spiegare attraverso percorsi logici, matematici, quindi scientifici.
L’essere umano si è molto avvicinato al provare a dare un senso di consequenzialità a tutto ciò che accade: la terza delle della dinamica, ci hanno insegnato a scuola, descrive come  “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria“.
Ogni volta, quindi, che ad un corpo viene applicata una forza, esiste un altro corpo che quella forza la esercita sul primo corpo stesso. Azione e reazione hanno la stessa intensità e abbiamo scoperto che ciò si applica a tutti i fenomeni naturali ma che non trova la medesima applicazione se si fuoriesce dal campo della scientificità e della naturalità e si entra invece nel campo del “possibile”, in quello determinato dalle azioni di umani verso altri umani.
Abbiamo quindi osservato che, se davanti ad un fenomeno incontrollabile tutti diventiamo paradossalmente uguali (come sotto la bomba del “Girotondo” di Fabrizio De Andrè), davanti ad un fenomeno che noi esseri umani possiamo generare e gestire – nel bene o nel male è altra questione ancora – entrano in campo le differenze e le diseguaglianze che, per l’appunto non sono naturali ma esclusivamente umane.
Dunque, anche un ragionamento molto semplice e banale sulla non condizionabilità degli eventi catastrofici (e lo sono soltanto perché ci uccidono… di per sé sono semplici naturalissimi fenomeni che si riproducono in ogni istante in chissà quante e quali parti dell’universo “immenso e terribile”, per estendere un po’ la fraseologia gramsciana dedicata al solo nostro mondo) porta all’elementare assunto marxiano della determinabilità del nostro destino esclusivamente da noi stessi.
Nella frase più specifica di Marx sulle potenzialità dell’operaio (oggi potremmo estenderla a tutti gli sfruttati in senso sia stretto che lato), per cui “L’operaio ha fatto tutto; e l’operaio può distruggere tutto, perché tutto può rifare.”, c’è l’elementare analisi, ma così tanto evidente, che ci dice come la vita sociale umana non sia frutto di condizionamenti deistici e metafisici ma sia nelle mani di noi tutti.
Possiamo cambiare il nostro modo di vivere e possiamo farlo con un’altra ovvietà che, in quanto tale, è anch’essa difficile da realizzare: l’unità delle coscienze critiche, l’unità di una classe sociale che attualmente non si riconosce tra sé e sé e che pensa di essere nemica di sé medesima tante, troppe volte.
A cominciare dai fenomeni delle migrazioni, come se si trattasse di una specificità degli anni ’90 o del nuovo secolo. Sono sempre avvenuti ma in modi e forme differenti: basti pensare alla mutazione della società creata dai romani che, a loro volta, per sopravvivere in quanto nuova civiltà che si imponeva nel Mediterraneo ne distrussero una eguale o simile alla loro. I cartaginesi vittime dei romani e i romani vittime dei popoli dell’est asiatico che, a poco a poco, penetrarono dalle steppe mongole fino al cuore dell’Europa.
A scuola ce le descrivevano come “Invasioni barbariche”: ed in effetti quelle lo furono. Furono invasioni di coloro che i romani descrivevano come “barbari”, quindi tutti coloro che non erano cittadini romani, quindi al di fuori dell’unica forma di civiltà che i romani avevano esteso ad un vasto impero e gestito per secoli.
Se non possiamo controllare i fenomeni naturali, da sempre, possiamo almeno provare a cambiare la società in cui viviamo. Non si può pensare che i cambiamenti sociali li porti indirettamente un ciclone che devasta tutto.
Non possiamo attendere una palingenesi naturale per operare un cambiamento radicale della società.
Noi piangiamo i morti causati dai terremoti, dalle inondazioni, ma spesso ci dimentichiamo dei tanti morti che il capitalismo ogni giorno causa in ogni parte del mondo. Ed è per questo che malediciamo gli dei moderni, ci chiediamo come mai ciò accada come se fossimo degli uomini e delle donne delle caverne, incapaci di capire scientificamente l’origine dei fenomeni naturali.
E’ umano, terribilmente umano tutto ciò. Ma deve essere superato: occorre vivere il dolore avendo coscienza che nessuno ci protegge e che a farlo dobbiamo essere noi: noi che abbiamo la fortuna (o la sciagura) di possedere la consapevolezza di ciò che tanto singolarmente quanto collettivamente ci agevola il cammino della vita e di ciò che, invece, ce lo abbruttisce e rende ricco di sofferenze.

MARCO SFERINI

10 settembre 2017

foto tratta da Pixabay

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