Conte-regioni scontro a colori

Nuove misure. Al termine di una giornata di tensione rinviata a domani l’entrata in vigore del Dpcm che divide l’Italia in tre fasce di rischio
Giuseppe Conte

Sono quelle già note le regioni per cui scatterà da domani, con uno slittamento di 24 ore, un lockdown semitotale, eccezioni le scuole sino alla prima media, le fabbriche e, chissà perché, i parrucchieri: Lombardia, Piemonte, Calabria, Bolzano e 10 comuni della provincia autonoma. Era invece incerto quali regioni sarebbero state collocate in zona arancione, quelle dove oltre al coprifuoco dalle 22 alle 5 e alla Dad per le medie superiori saranno anche chiusi per tutto il giorno bar e ristoranti e non ci si potrà spostare tra regioni e comuni: sono Campania, Puglia, Liguria, Sicilia e Veneto. Il resto del Paese ha cambiato colore, anche se le misure sono rimaste quelle già note. Non è più zona verde ma gialla, per chiarire che non c’è un’area già al sicuro. Quando spunteranno regioni Covid free sarà rispolverata la zona verde, con misure allentate.

Sono le 20.30 quando Conte si presenta di fronte ai giornalisti per una conferenza stampa slittata di ore in ore e tra le righe trapela per intero lo scontro con le regioni che è proseguito per tutto il giorno e che ha obbligato allo slittamento di 24 ore dell’entrata in vigore delle misure. «Non si può trattare e contrattare sulla salute dei cittadini», si lascia sfuggire il premier: parole pesantissime.

Ma l’intero discorso iniziale è rivolto ai riottosi governatori. Conte difende la decisione di introdurre fasce con restrizioni diversificate, alla quale le regioni si sono opposte sino all’ultimo: «Misure uguali per tutto il Paese sarebbero state meno efficaci e avrebbero penalizzato inutilmente alcune aree». Poi Conte sottolinea più volte che i dati in base al quale è stata e sarà indicata la collocazione delle diverse regioni, e che saranno d’ora in poi pubblici e condivisi, si basano anche sulle cifre che comunicano le regioni stesse. Non si capisce dunque perché i presidenti chiedano di conoscere e di confrontarsi su dati che loro stessi forniscono.

Solo su un punto il governo accoglie per intero le richieste delle regioni. Il nuovo decreto per sostenere le fasce messe più in difficoltà dalle chiusure arriverà subito. Si chiamerà Ristori-bis e seguirà le tracce di quello precedente. Ma sulle dimensioni dello stanziamento Conte non si sbilancia. Dovrebbe ondeggiare tra il miliardo e mezzo e i due miliardi ma si vedrà, cercando di non dover ricorrere a nuovo deficit. Il ministro dell’Economia assicura che è possibile ma certo ci vorrà massimo sforzo nell’arte della ragioneria.

Lo scontro tra governo centrale e regioni però non è affatto concluso. I presidenti contestano i criteri con i quali si è arrivati a definire le tre fasce. Impugnano la decisione di basarsi su dati già vecchi, quelli del 26 ottobre. È un braccio di ferro destinato a ripetersi. Il Dpcm assegna l’ultima parola su quanto riguarda le tre fasce al ministero della Salute. Però «sentite le regioni». Una frase che, per chi conosce il vocabolario della politica, significa trattative, mediazioni, sfide a braccio di ferro.

Per aggirare questa dinamica Conte si affida al freddo diktat dei dati tecnico-scientifici, senza discrezionalità. Dove i dati dicono che la situazione del contagio è più grave, come in Lombardia e Piemonte, scatta la zona rossa e altrettanto dicasi per regioni in cui il virus magari procede a passo di lumaca ma con strutture sanitarie talmente fragili da rischiare il collasso anche in presenza di un contagio limitato, in Calabria.

Solo che una selezione così automatica è impossibile, tanto più dovendo incrociare e interpretare non 2 o 3 ma 21 indicatori. La ripartizione per fasce, recita infatti l’ultima versione del Dpcm, «è semiautomatica». La giornata di ieri restituisce l’immagine di un conflitto non sanato. Del resto al ministro Speranza è assegnata anche la facoltà di disporre «l’esenzione dell’applicazione» di una o più misure anche in specifiche parti del territorio regionale, naturalmente «d’intesa col presidente della regione»: il copione delle tensioni prossime venture è già scritto.

Lo scontro con le regioni arriverà anche in parlamento e probabilmente nella stessa maggioranza. Calderoli presenterà oggi al Senato una mozione «che imponga la comunicazione dei dati». Nella maggioranza è fissato per stasera il vertice dei segretari con Conte, primo passo di una verifica già disinnescata dal virus. Perché, come Conte chiarisce, in piena pandemia di rimpasto non è il caso di parlare.

ANDREA COLOMBO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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