Confindustria vuole lo scudo, ma ha già avuto lo sconto

Infortuni da Covid19. I giornali vicini agli industriali chiedono di togliere il rischio di reati penali per i datori che non salvaguardano la salute. In realtà il decreto Cura Italia ha depenalizzato le loro responsabilità. Parla Riverso, corte di Cassazione

È in atto una sorta di bombardamento mediatico: non passa giorno che Il Sole24Ore e Corriere non chiedano uno scudo penale per i datori di lavoro contro il rischio di essere perseguiti penalmente in caso di infortuni o decessi da Covid – casi che anche prima della Fase 2 stanno accelerando al ritmo del 10%. Lo stesso Direttore generale dell’Inail Giuseppe Lucibello si è detto favorevole.

Il problema è che ci troviamo davanti ad una gigantesca bolla mediatica. Confindustria e i suoi accoliti attaccano infatti una norma del decreto Cura Italia – ora convertito in legge – che in realtà favorisce imprese e datori di lavoro invece che sfavorirli.

Lo spiega Roberto Riverso, giudice della Corte di cassazione: «La norma ha riconosciuto che l’infezione da Covid 19 avvenuta in “occasione di lavoro” costituisce un infortunio protetto dall’assicurazione obbligatoria Inail, per cui l’istituto è obbligato ad erogare le prestazioni dovute ai soggetti protetti. Ma facendosi carico dell’incertezza e della generale impreparazione con cui è stata affrontata la pandemia, ha riconosciuto che le imprese non subiranno oneri di nessun tipo: si prevede infatti che i “predetti eventi infortunistici gravino sulla gestione assicurativa” esonerando le imprese dall’aumento dei premi. In più è falso che sia stato introdotto un nuovo reato a carico dell’imprenditore: il legislatore ha piuttosto ignorato la responsabilità del datore sul versante penalistico, depenalizzando la sua responsabilità in relazione all’articolo 650 del codice penale (che prevede la natura penale delle violazioni alle ordinanze in materia di salute pubblica) ed ha disposto che la stessa inosservanza delle disposizioni anti-Covid abbia natura solo amministrativa (sanzione da 400 a 3.000 euro, ndr)», sottolinea Riverso.

Uno scudo penale «invece sì che sarebbe in contrasto con i principi fondamentali che reggono l’ordinamento, perché si pone in violazione con la protezione costituzionale della salute, del lavoro e del principio di eguaglianza», conclude Riverso.

Sulla stessa posizione – partendo da un’analisi complementare sull’aggiornamento del Documento della Valutazione di rischio, inviso all’Inl e alla Regione Veneto – vi è anche l’ex pm Guariniello.

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

Foto di btaskinkaya da Pixabay

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