Biden e Netanyahu, poliziotto buono e poliziotto cattivo

Iran. Se è vero che a Vienna gli Stati uniti si sono seduti al tavolo per la ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano, è anche evidente che gli Usa di Biden e del segretario di stato Blinken in questa vicenda hanno scelto di giocare la parte del poliziotto buono, lasciando a Netanyahu quella del poliziotto cattivo
Benjamin Netanyahu e Joe Biden

È il tempo della diplomazia armata, del sabotaggio e dell’assassinio mirato come regola. La guerra segreta di Israele e degli Stati uniti all’Iran non solo non è più segreta da un pezzo.

Ma è diventata un fronte della nuova guerra fredda con cui l’amministrazione Biden vuole esercitare la massima pressione anche sui due stati che sostengono Teheran, Cina e Russia. Rispetto a Trump, Biden ha allargato l’obiettivo dei bersagli e arruolato gli europei.

La pressione è attuata su fronti diversi ma convergenti. Si va dalla proposta di far entrare l’Ucraina nella Nato alla minaccia di sanzioni Usa per il gasdotto North Stream II tra Germania e Russia, dall’affidare all’Alleanza compiti di contenimento della Cina all’apertura di un fronte libico, che impedisca un ennesimo accordo tra Erdogan, padrone della Tripolitania, e Putin, presente in Cirenaica con i mercenari russi e con l’ambizione di una possibile nuova base militare nel Mediterraneo.

Il sabotaggio alle rete elettrica dell’impianto nucleare iraniano di Natanz è attribuito dal New York Times a Israele che cita fonti dell’intelligence statunitensea: in poche parole Washington era al corrente, proprio mentre arrivava in visita in Israele il capo del Pentagono Lloyd Austin.

Se è vero che a Vienna gli Stati uniti si sono seduti al tavolo per la ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano – accordo cancellato da Trump nel 2018 – è anche evidente che gli Usa di Biden e del segretario di stato Blinken in questa vicenda hanno scelto di giocare la parte del poliziotto buono, lasciando a Netanyahu quella del poliziotto cattivo.

L’attacco di Natanz fa regredire le capacità dell’impianto nucleare di nove mesi e indebolisce la posizione negoziale di Teheran: volete pensare che gli americani siano scontenti?

Al tavolo sono seduti l’Unione europea, la Germania, la Gran Bretagna, l’Iran, Mosca e Pechino: tecnicamente gli Usa sono fuori dalla porta essendo usciti da questo accordo che è anche un trattato internazionale sotto l’egida dell’Onu.

In pratica gli europei svolgono il ruolo di “shuttle diplomacy”, di navetta, tra l’Iran e gli Usa: c’è quasi da ridere, se non fosse una materia drammatica, immaginare le facce dei diplomatici europei che incontrano gli iraniani dopo il sabotaggio di Natanz, di cui gli Usa erano ovviamente informati.

Così come sapevano dell’attacco recente a una nave iraniana nel Mar Rosso da parte del Mossad, vista la presenza della flotta americana nella regione. Non che tra Biden e Netanyahu le cose vadano così lisce: la scorsa settimana durante il memoriale per l’Olocausto il premier israeliano ha parlato apertamente contro un ritorno degli Stati uniti all’accordo nucleare firmato dall’amministrazione Obama con Teheran nel 2015.

Ma un’altra cosa è dire che gli americani non siano informati sulle mosse di Israele, tanto più che nel recente passato i due Stati hanno compiuto azioni coordinate contro l’Iran, dagli attentati cibernetici in Iran all’assassinio di generali iraniani (Soleimani) e di scienziati nucleari. Il coordinamento tra Usa e Israele poi è ufficiale per i raid in Siria contro le milizie filo-iraniane.

Il tutto ammantato dalla solita retorica israelo-americana per cui «Israele si difende» e gli «altri» sono una «minaccia esistenziale» per lo stato ebraico. Devono però spiegarci perché a morire, di solito, siano soprattutto gli «altri». E perché mai l’annessione della Cisgiordania, continuamente ventilata da Netanhyau, non sia per i palestinesi una minaccia esistenziale.

Tutto questo fa parte del Patto di Abramo voluto da Trump e sostanzialmente confermato da Biden. Si tratta di costituire un fronte anti-iraniano tra Israele e le monarchie del Golfo che sia anche funzionale ad altri obiettivi degli americani. In primo luogo il contenimento della Russia che con la Turchia ha approfittato in questi anni del vuoto lasciato nel Mediterraneo dagli Usa e dagli europei. E’ singolare ma la migliore arma anti-russa dell’Occidente è stato proprio Erdogan, che Draghi chiama «dittatore».

Un dittatore che ci fa comodo come ammette il primo ministro, perché si è opposto a Putin in Siria, in Libia e nel Caucaso. In questo senso ha svolto il suo ruolo di membro della Nato. Ma è anche colui che si è messo d’accordo con Putin in Siria, è uno dei maggiori acquirenti del gas di Mosca e del sistema russo antimissile S-400. Quindi Erdogan è scomodo ma fa «comodo».

Mai naturalmente una parola su curdi, prigionieri politici e trattamento riservato alle donne in Turchia, così come Draghi e gli altri europei non osano neppure sfiorare Al Sisi, responsabile per Regeni e Zaki, che acquista le nostre armi e navi militari e sfoggia la Legion d’Onore di Macron. Draghi forse si illude che gli europei gli mostreranno solidarietà se Erdogan cancellasse le commesse alle aziende italiane? Business is business, per loro come per noi.

In sintesi prima c’era un doppio standard, attribuito alle politiche americane israeliane in Medio Oriente, ora il doppio standard è stato abbracciato anche dagli europei che nella nuova guerra fredda devono fare il ruolo del poliziotto buono, che si tratti di Iran, Cina o Russia.

ALBERTO NEGRI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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