Arrestato il sindaco di Riace, con accuse «vaghe e generiche»

Pericolo pubblico. Dalla truffa aggravata alla malversazione, il gip rigetta sette capi di imputazione e ridimensiona l’inchiesta: «Errori grossolani»

Un’operazione molto strana che sa di rappresaglia. Ieri mattina Riace si è svegliata con questa sensazione. Mimmo Lucano, il sindaco della cittadina della Locride, è stato messo agli arresti domiciliari dalla Guardia di finanza, nell’ambito dell’indagine Xenia. Alla sua compagna, Tesfahun Lemlem, è stato notificato il divieto di dimora. Ciò che in Europa è un modello, per la procura di Locri è un reato, anzi, un castello costruito sugli illeciti. Tuttavia quelli più gravi, inizialmente contestati, malversazione, truffa ai danni dello Stato e concussione, sono caduti, non hanno trovato riscontro, derubricati dal gip di Locri, Salvatore di Croce, a «malcostume diffuso». La gestione dei fondi – si legge in un passaggio del provvedimento di 134 pagine – «è stata magari disordinata, ma non ci sono illeciti e nessuno ha mai intascato un centesimo». Nonostante ciò a Lucano e a Teshafun è stata comminata la misura coercitiva sulla base di un generico pericolo di reiterazione criminosa. E sulla base di ipotesi di reato lievi, sproporzionate rispetto alla custodia domiciliare.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, con il capo d’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è riportata una sola intercettazione telefonica con cui gli inquirenti mirano a screditare il sindaco riacese. Gli contestano di organizzare presunti matrimoni ad hoc per far ottenere il permesso di soggiorno.

Quel che invece si capisce bene in queste carte è che il sindaco di Riace è un «fuorilegge» che si autodenuncia, che va contro «le leggi balorde» del governo, come lui stesso dice al telefono. E per questo atto di disobbedienza civile «in barba a Minniti», per evitare che una nigeriana di nome Joy, diniegata per tre volte dalla commissione, continuasse a prostituirsi, (lo stesso artifizio utilizzato per evitare che un’altra nigeriana, Stella, facesse la stessa fine) ora Lucano si trova agli arresti nella sua abitazione.

L’altra ipotesi di reato rimasta in piedi concerne invece l’affidamento diretto della raccolta rifiuti, fraudolenta secondo il Gip. Sul primo punto gli inquirenti stigmatizzano «la particolare spregiudicatezza del sindaco Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell’organizzare veri e propri “matrimoni di convenienza” tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano».

Nello specifico il sindaco, nella conversazione intercettata, ragionava ad alta voce con una non meglio specificata interlocutrice sulla delicata situazione di Joy, cui era stato negato il permesso di soggiorno . «Se ne deve andare, se ha avuto per tre volte il diniego, ecco perché non lo rinnovano più. Lei non può stare … mica dipende da … questo purtroppo, dico purtroppo perché io non sono d’accordo con questo decreto, come documenti lei non ha diritto di stare in Italia. Se la vedono i carabinieri la rinchiudono, perché non ha i documenti, non ha niente». E a chi gli chiedeva lumi sulla situazione della ragazza spiegava: «Lei i documenti difficilmente ce li avrà, perché ha fatto già tre volte la commissione, ecco perché non rinnovano il permesso di soggiorno. Però proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge… Io la carta d’identità gliela faccio. Io sono un fuorilegge perché per fare la carta d’identità io dovrei avere un permesso di soggiorno in corso di validità … in più lei deve dimostrare, che ha una dimora a Riace, allora io dico così, non mando neanche i vigili, mi assumo io la responsabilità, sono responsabile dei vigili… la carta d’identità tre fotografie, all’ufficio anagrafe, la iscriviamo subito».

Nell’affidamento diretto del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti, secondo la Procura, Lucano avrebbe favorito due cooperative sociali, la Ecoriace e L’Aquilone, impedendo l’effettuazione delle necessarie procedure di gara previste dal Codice dei contratti pubblici. «Le predette cooperative sociali – scrivono gli inquirenti – difettavano dei requisiti richiesti per l’ottenimento del servizio pubblico, poiché non iscritte nell’apposito albo regionale previsto dalla normativa e Lucano, al precipuo scopo di ottenere il suo illecito fine, a seguito dei suoi vani e diretti tentativi di far ottenere quella iscrizione, si è determinato ad istituire un albo comunale delle cooperative sociali cui poter affidare direttamente lo svolgimento di servizi pubblici».

Sulla gestione dei fondi destinati all’accoglienza le accuse sono, come detto, cadute e «può pacificamente essere esclusa – scrive il Gip – la sussistenza di un grave compendio indiziario». È lo stesso Gip poi a parlare di «errori grossolani» e di «tesi congetturali» nell’inchiesta, per cui «ferme restando le valutazioni già espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti Sprar e Cas, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate».

La procura ha annunciato che ricorrerà al Tribunale della Libertà di Reggio Calabria e trasmetterà subito gli atti alla Procura regionale della Corte dei Conti.

SILVIO MESSINETTI

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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Politica e società

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