Addio a Gigi Proietti, funambolo del bel sorridere

Senza dire una parola, armeggiando con gli attrezzi da giardino, immerso nella sua inconfondibile mimica, Gigi Proietti era riuscito in “Villa Arzilla” (1990) a creare il personaggio muto moderno,...

Senza dire una parola, armeggiando con gli attrezzi da giardino, immerso nella sua inconfondibile mimica, Gigi Proietti era riuscito in “Villa Arzilla” (1990) a creare il personaggio muto moderno, pienamente addentro la modernità di una commedia che riportava al passato delle tante storie degli ospiti della villa.

Aveva riunito calibri attoriali come Ernesto Calindri, Fiorenzo Fiorentini, Giustino Durano, Caterina Boratto a nuovi attori ventenni, in un esperimento televisivo che metteva insieme riflessione sulla vita al tramonto, sulla vecchiaia e sulla voglia di vivere ancora, di non considerare la “terza età” come tale; semmai come rivincita sulla noia del quotidiano, scherzo e sberleffo necessaria alla sopravvivenza dei corpi e delle menti.

Non c’è ospite di “Villa Arzilla” che non si eserciti nella discussione su questo o quel tema dell’esistenza, rendendolo dialettico, animato da personaggi che sono tra il fumetto e la rappresentazione umanissima delle tante splendide differenze giornaliere: passati così diversi accomunati dalla fine che si avvicina e a cui si contrappone un quadro con su scritto “Vietato morire” o ci si fa beffe persino di una indagine comportamentale sulla sessualità tra gli anziani.

Villa Arzilla” merita di essere visto, per ridere, riflettere e per apprezzare il garbo attoriale di un Novecento artistico che non muore con la fine del secolo e che si proietta tutt’oggi nella bulimia televisiva fatta di tante “fiction” piene di azione e molto poco di atti.

Un capolavoro sottostimato, sottovalutato e relegato nelle repliche notturne dalla Rai. Un capolavoro che fece il paio con “Club 92” (su Rai Due), uno spettacolo di intrattenimento che fece conoscere al pubblico diversi nuovi personaggi di Proietti: Pietro Ammicca, tra tutti, venditore di improponibili merci descritte con metafore plastiche, di parole e gesti, che erano tanti preludi alla grande risata finale.

Gigi Proietti, funambolo del buonumore, artista della risata garbata e anche esagerata; romano, romanesco, italiano e internazionale. Artista poliedrico, capace di stare in teatro così come nelle più seguite serie televisive: da “Meo Patacca” al “Maresciallo Rocca“, da seguito dell’Armata Brancaleone diretta alle Crociate fino al doppiaggio del genio di Aladdin.

Mandrake” e l’ossessione per le corse dei cavalli, un personaggio che gli rimarrà prossimo in ogni biografia, contorno di un ricco banchetto di opere che per decine di anni ha prodotto unitamente alla scuola attoriale, a quel laboratorio che ha fatto nascere e crescere Giorgio Tirabassi, Enrico Brignano…

Declamava Trilussa come nemmeno Trilussa stesso avrebbe saputo leggere al meglio i suoi versi. Forse preda di una metempsicosi poetica, artistica, capace di trascendere il presente e di unirlo al tempo stesso in un unico indistinguibile tra passato e futuro.

Un trotterellare da giocoso bimbo in tutte le manifestazioni del suo amore per la cultura e per le arti sceniche: “A me gli occhi” prendeva davvero sul serio gli spettatori, incollati a seguire una autentica novità: un monologo da “one man show” negli anni ’70. Il coinvolgimento era l’ottava tra le arti, dal cinema al teatro.

Unica eccezione, forse, nella “Cena delle beffe” con Carmelo Bene, cui rimase sempre legato e che omaggiò nel recitare Petrolini proprio in Otranto, dove CB andava a “delirare l’infinto“: la pazzia ipotetica di Neri è il preludio alla follia vera che segue, in cui piomba il fratello geloso, invidioso, divenuto perfido dopo la prigionia per insania. Un ruolo drammatico in una opera complessa, destinata ad un pubblico “adulto“, capace di farsi pervadere dal vuoto teatrale beniano.

Gigi Proietti era artista davvero completo e anche complicato. Per questo essenziale alla cultura italiana. Proprio entrando nei panni di Petrolini, in “Gastone“, si assiste alla trasformazione da comuncatore col pubblico a quel “non sono io” che era una definizione migliore di “attore“, detetata da CB così come il verbo “recitare“: citare la cosa. Una complicata macchina umana, come quella dei funanmboli Proietti e Bene non citava mai nulla, ma reiventava dal principio, reinterpretava e non recitava mai.

Dalla Roma del Papa Re, sulle orme del monsignor Colombo da Priverno di Nino Manfredi, a Shakespeare, ogni forma di interpretazione dei sentimenti umani era l’elemento ideale del suo spettacolo: in qualunque luogo si trovasse, da qualunque palco o schermo arrivasse la sua smorfia beffarda, il suo sorriso sornione, la sua comicità mai banale, mai scontata, avvolta da una suspense che era trepida attesa della stoccata finale, della battuta inaspettata. Tipica del barzellettiere, tipica del mattatore che non ricerca l’applauso scrosciante ma che lo ottiene sempre perché ogni sua chiusura non può che essere sommera da fragori di risate e scroscianti mani che si scontrano le une con le altre per tributargli una gratitudine dovuta.

Gigi, ci fatto sorridere tanto. Basterebbe questo a dare senso all’esistenza: averla resa meno cupa per tanti attimi, per tante ore, per chissà quanti giorni se si mettessero sulla stessa linea del tempo i momenti di allegria composti da te così come un compositore scrive la sua musica.

Discreto, mai invasivo, ma sociale, democraticamente di sinistra, progressista e partigiano: di padre resistente, antifascista, libero, libertario. Gigi Proietti sapeva fare comizi senza elevarsi su nessun palco politico, molto semplicemente con un monosillabo: il suo “NO” per difendere il divorzio, ripetuto in declinazioni sempre diverse di toni e movenze, è un pezzo di teatro che fa politica dolcemente e risolutamente su un tema così divisivo in quel momento della vita sociale, politica e persino morale del nostro Paese.

Mai l’arte per l’arte, ma sempre in funzione di uno scopo ben preciso: divertire il pubblico, difendere i diritti in cui credeva e partecipare alla vita italiana da cittadino che amava la conoscenza, la cultura, come ricerca incessante del sapere, della voglia di acquisirlo e di provare a trasmetterlo alle giovani generazioni.

Da Petrolini a Sordi fino a Gigi Proietti: un teatro che rimane e che se ne va allo stesso tempo. Che evolve, speriamo, attraverso gli insegnamenti di grandi maestri. Ciò che è buono, si dice, resta. Ciò che è cattivo finisce nella spazzatura.

Allora di Gigi Proietti, ne siamo certi, resterà davvero tutto. Ma proprio, proprio tutto.

MARCO SFERINI

3 novembre 2020

categorie
Cronache

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