Vecchie barbe bianche e giovani donne

Conclusa la guerra, si apre all’insegna del conflitto sociale il nuovo Emirato islamico d’Afghanistan. I Talebani sembrano non accorgersene, ma si renderanno conto presto di quanto sia difficile gestire un conflitto che si gioca su un piano diverso da quello in cui sono riusciti a sconfiggere le potenze militari straniere
Hassan Akhund, capo del governo dei talebani

I vecchi mullah si trincerano dietro la tradizione religiosa. Un governo teocratico, di vecchi religiosi con la barba striata di bianco. Le giovani donne si espongono con nuovo protagonismo politico e sociale.

Il nuovo governo dei turbanti neri viene annunciato poche ore dopo la violenta repressione di importanti manifestazioni a Kabul ed Herat con le donne come protagoniste. Conclusa la guerra, si apre all’insegna del conflitto sociale il nuovo Emirato islamico d’Afghanistan.

I Talebani sembrano non accorgersene, ma si renderanno conto presto di quanto sia difficile gestire un conflitto che si gioca su un piano diverso da quello in cui sono riusciti a sconfiggere le potenze militari straniere. L’esecutivo nominato ieri sarà pure a interim, come ha ricordato il portavoce Zabihullah Muhajid, includerà anche gli esponenti anagraficamente più giovani del movimento, come Sirajuddin Haqqani, tra i veri vincitori della partita sulle nomine, e mullah Yaqub, garantiti per status famigliare più che per virtù personali.

Ma è come se tracciasse una linea di continuità con il primo Emirato, quello rovesciato nel 2001 come rappresaglia agli attentati dell’11 settembre, di cui i turbanti neri non erano responsabili e di cui non erano stati avvertiti da al-Qaeda. Venti anni di occupazione militare in Afghanistan hanno prolungato la longevità di un movimento che, forse, avrebbe avuto vita più breve, travolto dalla spinta demografica e dai cambiamenti della società, molto più dinamica di quanto siamo abituati a pensare. Le proteste di questi giorni, incluse le ultime, più partecipate, sono chiare: l’idea che quella afghana sia una società statica, inerte, immune al cambiamento, è sbagliata. E pericolosa. È servita a chi in questi anni ha pensato che il cambiamento andasse innescato da fuori, perfino con un intervento militare. Che ha prodotto disastri.

La clandestinità, il carattere sotterraneo delle attività dei Talebani hanno isolato il gruppo dalla società, radicalizzando le differenze. Preoccupati dal confronto con ciò che non conoscono e che temono, i turbanti neri si rifugiano nella tradizione, ammantata di sacralità. Oggi l’Amir al Mumineen, la guida dei fedeli, e combattenti, non è più mullah Omar, morto e sepolto da anni anche se a lungo tenuto in vita dalla propaganda. È Haibatullah Akhundzada, il leader nascosto, forse vivo forse morto, che incarna la massima autorità religiosa.

A guidare l’esecutivo ci sarà mullah Hassan Akhund. Poco conosciuto, è l’uomo che nel 1996, a Kandahar, ha passato il caffetano che si dice appartenuto al profeta Maometto, indossato da mullah Omar per legittimare religiosamente il primo Emirato.
Appena insediato, il secondo Emirato porta lo stesso nome, ma è a interim. Curioso per un governo la cui legittimità si dice fondata sul volere di Allah, forse momentaneamente impegnato.

In realtà, il governo «facente funzione» è uno scudo per i Talebani: serve a gestire con maggiori margini di manovra gli eventuali rimpasti per tener conto della vivace dialettica interna, che ha trovato un equilibrio soltanto dopo 3 settimane dalla presa del potere.
E serve a prendere tempo per provare a dare una sostanza giuridica e costituzionale a un governo che, per ora, funziona replicando la vecchia Repubblica islamica condannata come corrotta dai Talebani al potere.

GIULIANO BATTISTON

da il manifesto.it

foto: screenshot

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