Una generazione che scende in piazza

Le piazze con le mobilitazioni e i cortei in tutta Italia, ci raccontano di una generazione che presenta un connotato immediatamente percepibile: non si limita infatti ad esternare rabbia...

Le piazze con le mobilitazioni e i cortei in tutta Italia, ci raccontano di una generazione che presenta un connotato immediatamente percepibile: non si limita infatti ad esternare rabbia replicando forme di antagonismo verso lo status quo, ma si prefigge spontaneamente un obiettivo più avanzato e maturo, cioè il disegno di un modello alternativo di futuro.

Una generazione che sa declinare il concetto di diritto allo studio a un livello più avanzato di quanto agende e programmi politici abbiano prodotto negli ultimi anni, una generazione che mostra i segni di anni di scelte politiche miopi, dannose ma soprattutto subite senza possibilità di reazione: le chiamavano riforme dell’istruzione, ma sono stati solo strumenti per svuotare totalmente di senso e funzione sociale le scuole e gli atenei di un Paese.

E’ una generazione pressoché interamente nata nel terzo millennio, che tra i colori dei suoi cortei riempie (forse involontariamente) di nuovo di senso il termine “opposizione” e riesce a farlo perché fa ciò che una qualsiasi opposizione seria (istituzionale, politica e sociale) dovrebbe fare: si confronta e ricerca, compone ed articola un modello alternativo a quello esistente, lotta per costruirlo, per ricucire una visione collettiva comune su un terreno politicamente determinante.

Lo fa con una richiesta solida e soprattutto con lo sguardo rivolto avanti: lo fa cioè tramite la richiesta di protagonismo, tramite la possibilità di poter incidere sui processi decisionali che nell’ultimo decennio sono stati in mano a un potere ristretto e sordo.

Le rivendicazioni attengono non solo e non tanto al “semplice” recupero di fondi per l’istruzione da mettere nella prossima manovra economica ma riguardano il terreno del rapporto tra l’istituzione scuola e i soggetti che la vivono.

Gli studenti oggi chiedono alla politica un investimento culturale prima ancora che economico: rivendicano il diritto a poter considerare i luoghi del sapere come spazi fisici e aggregativi che siano privi dell’orizzonte della competitività sfrenata, che siano liberati dai processi di aziendalizzazione, che siano esentati cioè da quella logica di profitto e mercificazione che sta invadendo progressivamente il mondo della conoscenza.

Contestualmente, le piazze di ieri riaprono all’idea di una scuola come reale fattore di autodeterminazione e rideclinano il tema della formazione come elemento indispensabile per una crescita personale che inevitabilmente produca quel sapere che o diventa critico e collettivo o, semplicemente, non è.

Ha lasciato tracce e scorie, sulle vite di questi ragazzi, non solo l’invasione di ogni elemento neoliberista nel mondo dell’istruzione, ma quel ritorno al protagonismo che ieri veniva rivendicato racconta anche un’altra risposta.

Quella al processo di riduzione dei tempi della formazione e dello svilimento della rappresentanza dentro i luoghi del sapere: la concentrazione di un potere immenso in mano ai presidi (leggere alla voce Buona Scuola) e la sperimentazione dei licei brevi (chiedere alla ineffabile ministra Fedeli) sono danni immensi procurati a un baluardo prezioso che va difeso andando al contrattacco.

Ecco allora che la generazione che scende in piazza rivendica il diritto allo studio come elemento da riconquistare e rendere centrale a 360 gradi: piano nazionale per l’edilizia scolastica, stop allo sfruttamento legalizzato chiamato alternanza scuola-lavoro e investimento nell’offerta formativa sono temi che si interconnettono nella richiesta di un vero e proprio innalzamento della qualità della vita all’interno di uno dei pochi spazi di crescita e collettivismo che non potranno essere sgomberati dalla follia di un governo di ultradestra che non ha né si propone di avere alcuna prospettiva politica verso quella generazione.

Chi è sceso in piazza ieri non cerca le risposte da altri, si dota di strumenti e piattaforme per un’autorganizzazione che quelle risposte le sappia costruire e declinare nel contesto odierno.

C’è una rottura quasi totale del meccanismo della delega politica, c’è lo sviluppo del senso contrario: quello di riaffermare una visione ed agirla, a partire dalle proprie condizioni materiali.

Non perdiamone il senso e facciamo vivere questa scintilla: non c’è più nulla da difendere.

FILIPPO VERGASSOLA
Esecutivo Nazionale GC – responsabile Scuola e Università

da www.giovanicomunisti.it

foto: screenshot

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Scuola di lotta

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