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Economia e società

Una brutta manovra da non sottovalutare

La cosa peggiore è giudicare questa manovra economica con la lente deformata e deformante dei vincoli esterni. Quelli posti da Bruxelles, seppure un poco flessibilizzati e quelli rappresentati dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating sempre in auge, malgrado i disastri combinati nel corso della crisi.

Non per infischiarsene dell’aumento degli interessi da pagare, ma perché questa ottica ci distoglierebbe da quella che dovrebbe essere la preoccupazione principale, ovvero l’andamento dell’economia reale, dell’occupazione, dei livelli di vita. Non sembri banale questo richiamo ai “fondamentali”. Anzi proprio ora (ri)utilizzare gli strumenti della critica dell’economia politica è indispensabile per evitare tanto l’entusiasmo acritico verso la cosiddetta manovra del “popolo” che “cancellerebbe la povertà”, quanto le previsioni di imminenti sciagure sparse dai sostenitori dei parametri violati.

Che lo scontro nel governo potesse avere questo esito non dovrebbe stupire alcuno. Infatti i fatidici mercati hanno reagito senza eccessi, almeno per ora. La linea Maginot di Tria era evidentemente troppo debole. Quel 1,6% (anche se spinto al 2,1%) poteva servire al massimo per evitare l’aumento dell’Iva, forse compensare l’aumento dei tassi e la minore crescita dell’economia reale, evidenziata dal calo della produzione industriale nell’ultimo trimestre, che rende sempre meno credibile una ipotesi virtuosa del contenimento del debito tramite il sostegno del “denominatore”, cioè del Pil.

Nello stesso tempo Tria sapeva di non potere usare l’arma delle dimissioni, così quanto gli altri non potevano pretenderle, al di là di qualche voce dal sen sfuggita. Le conseguenze sui mercati sarebbero state peggiori dello sforamento. D’altro canto è su Tria che si fondava il via libera del Quirinale al governo Conte e infatti pare che Mattarella sia intervenuto per scongiurare il cambio della guardia a via XX Settembre.

Il carattere scontato della partita contribuisce a sminuire l’impatto del risultato, ma non certo a nasconderlo. Rispetto a un percorso che prevedeva per il 2018 un rapporto deficit/pil dell’1,6%, per l’anno successivo dello 0,9% e il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2020, il passaggio ad uno schema che postula il 2,4% per tre anni non è lieve. È uno strappo alle regole imposte dalla Ue.

La quale avrà anche il potere di vendicarsi, bocciando in anticipo la manovra. Ma invocare un simile esito sarebbe il suicidio terminale per un’opposizione e un pranzo di gala per i sovranismi di ogni tipo. Tanto più che l’eventuale procedura d’infrazione scatterebbe a metà del prossimo anno, dopo elezioni europee che potrebbero rimettere in discussione assetti politici, normative e pratiche. La sfida politica lanciata dal duo Salvini-Di Maio non va quindi sottovalutata né esaltata.

Infatti se guardiamo ai famosi decimali, la differenza con i precedenti governi non è così grande. Per molti anni il rapporto deficit/pil è stato superiore al 2,4%, da cui si è scesi solo in pochissime occasioni, l’ultima proprio nel 2017 con il 2,3%. Negli anni renziani è stato sempre al di sopra. È vero che con la fine del Quantitative Easing le cose si faranno più dure – anche se i tassi rimarranno bassi, la Bce continuerà a reinvestire nel capitale dei bond a scadenza – e che nel frattempo il debito ha toccato la sua vetta oltre il 130%. Ma in fin dei conti siamo allo 0.1% sopra l’anno scorso. Non è pignoleria contabile, ma pone la domanda di quali risorse e da dove per dare attuazione alle promesse elettorali. Certamente non tutte in deficit, ma molto – e su ciò sono puntati gli occhi di Bruxelles – verrà da tagli alla spesa strutturali. Il Piano nazionale delle riforme ci parla di uno “0,1% di crescita nominale della spesa pubblica primaria diretta” Il che comporta almeno 5 miliardi in meno per il welfare e gli investimenti.

Anche se la Flat Tax ora prevede tre aliquote – quella che entrerebbe subito in funzione non è che un ritocco alla precedente imposta sul reddito d’impresa – se l’aliquota finale viene fissata al 33%, con in più l’ennesimo condono, la perdita della possibilità di spesa è garantita. Se lo stesso desiderato aumento delle pensioni minime comportasse il ricalcolo integrale contributivo per le pensioni già in essere, sarebbe un riassestamento in basso.

Se il reddito di inclusione, non di cittadinanza, anziché venire pagato da una patrimoniale, viene alimentato da chi le tasse non le può evadere, siamo di fronte ad un travaso dal mondo del lavoro a quello della disoccupazione e della precarietà, senza toccare la rendita e gli alti redditi. In questo modo ognuno dei contraenti il patto avrebbe “soddisfatto” i suoi interessi elettorali, mentre il famoso 1% ci guarderebbe sorridente dalle sue alte cime. Magari senza migranti di mezzo. Su questo dovrebbe misurarsi una opposizione. Non basta uno strappo sui decimali, ma serve la riscrittura dei Trattati europei.

ALFONSO GIANNI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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