Tutti i bluff di Renzi sul «reddito di cittadinanza»

Il caso. Il governo ha già in cantiere quello che Renzi in fondo chiede con il suo referendum abrogativo sul cosiddetto reddito di cittadinanza. E infatti lui conferma: «Una volta che il governo dovesse cambiare la legge, il referendum non si terrebbe più». Ciò che è davvero è in ballo è rendere irreversibile la svolta nel governo dei poveri e dei disoccupati secondo lo schema del Workfare
Matteo Renzi

Il bluff di Renzi: lanciare un referendum che abroga i primi tredici articoli della legge che ha istituito il cosiddetto «reddito di cittadinanza» nel marzo 2019 per ottenere quello che Draghi, e tutti i partiti della maggioranza Frankestein che sostiene il suo governo, hanno già annunciato di volere fare nei prossimi mesi: provare a riavviare le politiche attive del lavoro, mai in realtà partite a causa sia dei problemi strutturali delle politiche occupazionali le cui competenze sono divise tra Stato e regioni, sia a causa della pandemia che dal marzo 2020 ha bloccato un sistema già bloccato di suo. Lo ha detto esplicitamente il leader di Italia Viva: «Una volta che il governo dovesse cambiare la legge, il referendum non si terrebbe più».

Dunque, lo schema è quello di «pungolare» un governo che ha già deciso quello che lo stesso Renzi ha detto ieri in un’intervista televisiva dove ha presentato il quesito del referendum farlocco. In fondo, per entrambi va bene il «workfare», cioè l’idea di un sussidio pubblico in cambio dell’obbligo alla formazione e ad accettare un’offerta di lavoro. Sempre che ci sia e sia dignitosa: elementi che raramente vanno insieme. Per Renzi l’importante, pare di capire, è non chiamarlo «reddito di cittadinanza», i termini usati nella truffa linguistica usata dai Cinque Stelle per indicare una misura che sulla carta non ha nulla a che vedere con un «reddito di cittadinanza» o con l’idea del «reddito di base» a cui è ispirato.

Che si chiami in un modo, o in un altro, la strategia pensata da Renzi per polarizzare il dibattito, e lucrare in visibilità per sé e il suo partito Italia Viva, mira a consolidare il risultato già ottenuto dal 2019 e che sarà implementato quando l’attuale governo darà corpo a ciò che ha promesso di realizzare nel «Piano di ripresa e resilienza»: una parvenza di «politiche attive del lavoro», finanziate dalla Commissione europea con altri 5 miliardi di euro, all’interno di un capovolgimento della logica del Welfare. Se in quest’ultimo la cittadinanza sociale è la prerogativa per il riconoscimento sia dei sussidi che del reinserimento al lavoro, nel Workfare è l’effetto della volontà di un soggetto che si rende disponibile al lavoro (ad essere cioè «occupabile» che non significa avere un’occupazione, perlomeno «fissa»), alla formazione obbligatoria e a svolgere la corvée dei «progetti utilità alla collettività» (Puc), ad esempio.

Per la definizione concreta del progetto bisognerà attendere ancora. Ieri l’incontro previsto sul tema tra il ministro del lavoro Orlando e le parti sociali è stato rinviato all’8 settembre. Al momento restano slide, indiscrezioni e anticipazioni su una partita complessa che prevede sia una «riforma» delle «politiche attive» che un restyling del «reddito di cittadinanza»., cioè dei due pilastri della legge cara ai Cinque Stelle e approvata quando condividevano gli scranni del governo con la Lega di Salvini nel «Conte 1».

Il governo Draghi sarebbe orientato a scegliere nei prossimi cinque anni un bacino relativamente ristretto di beneficiari del «reddito» e spingerli con i sistemi premio-punitivi previsti a partecipare alla formazione attraverso la «Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori» (Gol) e il «Piano nazionale delle competenze» (Pnc). Per ottenere un risultato statistico sta circolando una vecchia idea: coinvolgere le agenzie interinali «di somministrazione» del lavoro. Un altro modo per trasformare il business sulla disoccupazione.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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