Alberto Fraccacreta è uno dei nostri critici tout court più attenti e più sensibili. Voce riconoscibilissima, le sue letture dei testi uniscono il sentimento con la ragione, il cuore con la sapienza. La preparazione culturale non fa mai velo alla partecipazione emotiva, e viceversa: la partecipazione emotiva al testo di volta in volta affrontato non gli impedisce mai di usare comunque, su quel testo, gli strumenti della critica.

Ma non è solo un critico, Fraccacreta, è anche un poeta; ed è appena uscita, da Interno Poesia, la sua seconda opera, che s’intitola Del tutto diversi (pp, 140, euro 15) e che ne conferma, sul piano della composizione in proprio, le medesime qualità. Vale a dire: anche come poeta, Fraccacreta è dotato delle stesse qualità che lo connotano come critico, e cioè della stessa capacità di saper dosare equamente freddezza e calore o, per dir così, sangue e sudore (il sangue della vita, il sudore della perizia).

Lo nota anche Elio Grasso nella prefazione, quando sottolinea l’eco, nei versi della raccolta, di un vastissimo retroterra novecentesco, che evidentemente Fraccacreta conosce così bene da averlo incorporato e da riuscire a tradurlo in una resa del tutto personale: «Il rispetto della lingua altrui», osserva giustamente Grasso, «è uno dei fondamenti, necessario almeno quanto l’indicazione di tenerci del tutto liberi».

Insomma, Fraccacreta rappresenta un perfetto inveramento del principio secondo cui non si può scrivere senza aver molto letto, salvo il fatto che aver molto letto non basta: bisogna che ciò che si è letto si trasformi, dentro di noi, in parole nostre e nuove. Il primo debito di Fraccacreta è esplicitato fin dall’epigrafe della raccolta: alcuni versi di una poesia di Mario Luzi, «Vita fedele alla vita», tratta da Su fondamenti invisibili.

E l’eredità di Luzi, in effetti, è fra quelle più avvertibili: soprattutto sotto l’aspetto dell’inclinazione alla costruzione discorsiva delle poesie, attraverso il dialogo reale o immaginato con interlocutori sempre diversi.

L’intera raccolta, potremmo dire, è costruita come un dialogo amoroso con una figura femminile, che prende il nome ora di Delia, ora di Cordelia, ora di Flaca: ma sono figure più vagheggiate che non concrete, appartenenti più alla «profezia» – come dichiara l’autore stesso in una nota finale – che non all’esperienza, più alla proiezione di un bisogno o di un desiderio che non all’autobiografia.

Chiunque, del resto, ha bisogno di interlocutori per dare un senso al proprio sé; e la forma che questo bisogno assume per eccellenza è l’amore, nei confronti di una persona che esiste e si ama, o nei riguardi di chi si vorrebbe amare ma esiste solo nella nostra immaginazione, che si cerca quando manca.

Fraccacreta, nelle poesie che compongono Del tutto diversi, in fondo non fa altro che questo: cerca di dare un senso al suo sé parlando dell’amore, e parlandone in particolare proprio con le figure dalle quali il suo amore è rappresentato, fosse anche solo in chiave prefigurata. «Sì, il vero unico luminoso fine», leggiamo ad esempio in Plausi e botte: «Essere insieme».

Oppure, in Le nostre ricerche: «Tu sarai: questo attende/ chi, come me, incede/ nel vischio e il lampo, scende/ nello specchio chiaro del segno».

Lo vediamo aggirarsi nei meandri della sua coscienza o per le strade della sua città, Urbino, presente a sua volta in queste poesie quasi come una protagonista (e qui forse non è del tutto fuori luogo pensare anche al Raboni delle Case della Vetra). Lo seguiamo, nei giorni e nelle notti; e sembra, in certi momenti, che un porto sia stato non solo intravisto ma anche raggiunto.

Eppure rimane sempre un’inquietudine, come se fosse ineludibile – e forse è perfino giusto che lo sia.

È come se rimanesse sempre una distanza da colmare, senza la quale la ricerca perderebbe la sua necessaria tensione; e lo troviamo affermato in modo quasi esplicito quando, proprio in una delle poesie più belle, I nostri sabati, leggiamo due versi come questi, dal sapore poco meno che finale e definitivo: «C’è sempre una distanza che ci distoglie/ dall’essere solo noi».

NICCOLO’ NISIVOCCIA

da il manifesto.it

Foto di Ángel Rubio