«La morte brutale di Mahsa Amini è un punto di non ritorno, come la caduta del muro di Berlino. Le iraniane e gli iraniani protestano non solo contro l’obbligo del velo, ma contro un sistema che discrimina le donne», dichiara la giornalista e attivista Masih Alinejad, in esilio negli Stati uniti.

Fondatrice della campagna «My Stealthy Freedom» lanciata su Facebook nel 2014, Alinejad chiede provocatoriamente: «Dove sono le femministe occidentali che hanno indossato il velo nei colloqui con la leadership di Teheran? Vi chiedo di stare dalla parte delle iraniane che rischiano la vita, protestando non solo per la morte brutale di Mahsa Amini, ma anche per un sistema di apartheid nei confronti delle donne. Vi chiedo di schierarvi, come avete fatto quando è stato ucciso George Floyd».

Internet, Whatsapp e Instagram saranno al bando «fino alla fine delle proteste», ha dichiarato il ministro dell’interno Ahmad Vahidi, aggiungendo che i manifestanti «seguono gli Stati uniti e i Paesi europei e i controrivoluzionari per creare disordine e distruzione nel Paese». Ieri è stato aggiunto al divieto anche Stalink, l’internet satellitare di Elon Musk.

Secondo fonti ufficiali, sarebbero almeno 35 i morti (per i manifestanti quasi il doppio) e centinaia gli arrestati. I manifestanti hanno affrontato le forze di sicurezza, hanno incendiato i mezzi della polizia e hanno scandito slogan ostili alla Repubblica islamica. È successo nella capitale Teheran, a Isfahan, nelle città sante di Qum e Mashad ma anche in decine di altre località.

Secondo il capo della polizia della provincia settentrionale del Gilan, nel suo territorio sarebbero 739 le persone arrestate, di cui 60 donne. Secondo il comitato per la protezione dei giornalisti con sede negli Stati uniti, undici i reporter arrestati.

Nelle proteste di questi giorni si riversano tutta l’esasperazione e la rabbia di migliaia di iraniani, donne e uomini. Non si limitano a chiedere giustizia per Mahsa Amini, ma condannano un sistema politico che ritengono corrotto e incapace di gestire la cosa pubblica.

E dunque responsabile della gravissima crisi economica che ha messo in ginocchio la popolazione, mentre la leadership del paese continua ad accumulare potere e ricchezza nonostante le sanzioni internazionali.

Intanto il presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi, ha dichiarato che le manifestazioni e i disordini dovrebbero essere affrontati «con durezza». Raisi ha definito i manifestanti «rivoltosi che disturbano l’ordine e la sicurezza nel Paese».

Sembra quindi svanire la possibilità di una revisione, se non addirittura l’abolizione, della famigerata polizia religiosa, o morale, responsabile della morte di Amini. Si tratta della Gasht-e Ershad, la cosiddetta pattuglia della morte, che gira per le strade delle città prendendo di mira non soltanto le ragazze ma anche i giovani uomini con i capelli lunghi o con magliette troppo attillate.

A criticare questo corpo speciale era stato anche l’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad in occasione della campagna per le presidenziali del 2005, anche perché i protagonisti dei suoi video elettorali non erano pasdaran e miliziani basij, ma giovani vestiti all’occidentale e le ragazze con i veli leggeri, ovvero coloro che vengono normalmente presi di mira dalla polizia morale.

In un dibattito televisivo dell’epoca, Ahmadinejad provocò il presentatore osservando: «La capigliatura dei nostri giovani rappresenta forse il problema maggiore del nostro paese? Lasciamo che scelgano come pettinarsi. Non è affar nostro. Dovremmo preoccuparci dei veri problemi della nazione. Il governo dovrebbe migliorare l’economia e pacificare il Paese. La gente ha gusti, tradizioni, etnie e stili diversi. Perché umiliare il popolo dicendo che il nostro problema più urgente è come i giovani portano i capelli?».

Ahmadinejad vinse le elezioni e nel voto del 2009, segnato da brogli e repressione, venne confermato per un secondo mandato. Nel 2012 a sbancare i botteghini della Repubblica islamica sarà la commedia Gasht-e Ershad del regista Saeed Soheili.

Racconta le vicende di tre poveri, di estrazione urbana, che si travestono da polizia morale per fermare i giovani vestiti in modo non appropriato ed estorcere denaro alle loro famiglie. L’ayatollah che guidava la preghiera del venerdì a Teheran aveva definito la pellicola «oscena e immorale».

Gli Ansar-e Hezbollah avevano protestato davanti al Ministero della Cultura e dato un ultimatum di 48 ore per sospenderne la proiezione.

La questione è delicata, perché molto spesso per far tornare a casa i figli, i genitori si recano in commissariato e pagano la tangente al funzionario di turno. Ed è proprio questo il punto: in Iran si protesta per la morte di Mahsa Amini, contro l’obbligo del velo, ma anche contro un regime corrotto.

FARIAN SABAHI

da il manifesto.it

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