Taglio dell’Iva, effetti «irrilevanti» da una misura «surreale»

Dieci miliardi di euro, almeno. È una delle stime sul costo del taglio dell’Iva dal 22 al 21% e dal 10% al 9% prospettata dopo gli «Stati generali» di Conte. Il viceministro dell'economia Misiani: il finanziamento del taglio è «decisamente complesso». Invece di una politica a sostegno del reddito, prevalgono ancora le vecchie ricette degli anni ’80

I costi del taglio dell’Iva per un paio d’anni ipotizzato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono stati fatti nella relazione tecnica del decreto rilancio. Il taglio di un punto dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 22 al 21 per cento costa all’incirca 4,37 miliardi di euro. Il taglio dell’aliquota ridotta dell’Iva dal 10 al 9 per cento potrebbe valere poco meno di 2,9 miliardi di euro. Altre stime parlano di costi superiori a 10 miliardi di euro. Una prospettiva pesante per il bilancio pubblico che potrebbe richiedere un ulteriore scostamento di bilancio superiore a quello già più volte ipotizzato nelle ultime settimane. Anche ieri la vice ministra dell’economia Laura Castelli (M5S) ha ipotizzato 10 miliardi di euro in più rispetto agli oltre 80 già finanziati in deficit. Sono queste le ragioni che hanno portato Antonio Misiani (Pd), l’altro vice di Roberto Gualtieri, a sostenere che l’operazione ipotizzata dalla stessa Castelli in una forma «selettiva», e poi rilanciata anche da Conte, sia «decisamente complessa».

Il taglio dell’Iva, insieme a un fumoso dibattito sullo sconto sui pagamenti digitali, erano stati ipotizzati già nella legge di bilancio dell’anno scorso. Anche allora si era parlato di una «rimodulazione» dell’Iva su singole categorie di prodotti. Al revival di una proposta dagli esiti incerti sembra avere contribuito un’analoga misura decisa dal governo Merkel in Germania che entrerà in vigore dal 1 luglio per sei mesi. In questa prospettiva vorrebbe muoversi anche Roma dove si sostiene che nella nuova legge di bilancio ci sarà un intervento più organico di riforma per la riduzione delle tasse, Irpef compresa. Ipotesi già annunciata mesi fa dal ministro dell’Economia Gualtieri. Tuttavia la proposta sull’Iva è emersa come un fungo, decontestualizzata rispetto a un piano più generale, mentre continua a mancare una visione d’insieme che sembra invece essere presente al governo di coalizione tedesco. Per ora si ritiene che il taglio dell’Iva favorirà i settori più colpiti dal «lockdown» come turismo, ristorazione, servizi e auto, insieme alle produzioni di largo consumo come il vino e i principali prodotti alimentari.

Queste ipotesi sono ispirate a una teoria più generale, mai in realtà dimostrata empiricamente, per cui la riduzione delle tasse stimola l’offerta dei prodotti e, così facendo, fa crescere automaticamente la produzione. Ciò permetterebbe allo Stato di compensare la perdita degli introiti fiscali dalle tasse ottenute sulla vendita maggiori dei prodotti, in Italia e all’estero. Questa situazione accrescerebbe il lavoro in un ciclo economico che non è ascendente, ma al contrario negativo al punto che, una volta terminato il blocco dei licenziamenti e il periodo straordinario di casse integrazioni, inizieranno i licenziamenti di massa. Già in passato, nel dibattito tra gli economisti e i sociologi, queste politiche neoliberiste sono state duramente criticate perché gli stimoli all’offerta non manifestano effetti positivi sulla domanda. In questo caso il discusso «ritorno dello Stato» sulla scena economica segue le vecchie ricette. La nuova e dispendiosa economia dell’offerta rientra in una politica ispirata a una teoria in voga almeno dai primi anni della controrivoluzione liberista chiamata «Reaganomics» – l’economia di Ronald Reagan nei primi anni Ottanta negli Stati Uniti.

I dubbi sull’«irrilevanza» di una misura come quella annunciata da Conte, nelle ultime ore derubricata a ipotesi, sono emersi ieri nella maggioranza. «Surreale» l’ha definita ad esempio Stefano Fassina di LeU: «Oggi – ha detto – la priorità per usare le risorse di finanza pubblica è il sostegno ai redditi dei lavoratori e delle famiglie, i trasferimenti ai comuni per la spesa corrente e l’aumento degli investimenti nelle piccole opere o la cancellazione di parte delle imposte sospese alle imprese. Il governo dovrebbe alimentare la domanda interna al collasso non insistere su misure di «Supply side» [dell’offerta, ndr.] come la riduzione dell’Iva o del cuneo fiscale». I Cinque Stelle hanno glissato e parlato di altre priorità sulle politiche fiscali. Ad avviso dei deputati della commissione Finanze prima va prorogata la scadenza dal 30 giugno al 30 settembre del saldo e acconto Irpef e Ires.

«Qualsiasi ipotesi di riduzione o rimodulazione dell’Iva – ha detto Gianna Fracassi, vice-segretaria generale della Cgil – non può essere considerata se non collegata ad un intervento complessivo sul fisco».Di tutt’altro avviso è la Lega. Che sia a tempo o selettivo, il taglio prospettato incontra per il momento il favore di Matteo Salvini, secondo il quale «ogni taglio delle tasse avrà il nostro appoggio». La Lega intende introdurre un’altra delle misure simbolo dei neoliberisti: la «flat tax», un taglio delle tasse che premia ricchi e benestanti.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

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Economia e società



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