Serve una tragedia per il trasformismo politico

La scoperta dell’America. Anzi no, quella se la sono già accaparrata portoghesi e spagnoli, poi francesi e inglesi. Per dire che un po’ tutti, prima o poi, arrivano laddove...

La scoperta dell’America. Anzi no, quella se la sono già accaparrata portoghesi e spagnoli, poi francesi e inglesi. Per dire che un po’ tutti, prima o poi, arrivano laddove c’è un interesse da sfruttare, una propaganda da cavalcare, una uniformazione al complicato marchingegno della costruzione del comune sentire, altrimenti detto “opinione pubblica”.
Proprio questa storia dell’ “opinione pubblica” è una delle più affascinanti concettualità da indagare a fondo costantemente: muta ad ogni cambio di governo, segno che o sono i governi a dirigerla insieme al pensiero unico del capitale o sono le masse che sono suscettibili di repentino cambiamento anche quando potrebbero conservare un punto di vista fermo, critico e, soprattutto, socialmente critico.
Ed invece, anche per la tragedia del ponte Morandi di Genova, tutta una opinione pubblica si è formata nel giro di poche ore: il tempo di guardare i video “virali” che giravano su Internet, leggere gli anatemi dei primi fautori della costruzione del consenso o del dissenso, ed ecco che il gioco è praticamente fatto: ciò che un tempo era un delirio dei comunisti, oggi diventa patrimonio comune di destra, centro e una certa sinistra moderata.
Tutti a scoprire la “pubblicizzazione” dei beni essenziali, delle infrastrutture fondamentali dello Stato, di ciò che dovrebbe appartenere alla società e che, invece, nel corso degli scorsi lustri e decenni è stato totalmente privatizzato: si diceva “per far viaggiare l’economia”, per renderla “fluida”, “competitiva”. Erano parole d’ordine che non poteva non pronunciare anche la sinistra che si era trasformata in PDS nel lontano 1992 abbandonando ogni speranza di trasformazione sociale, ogni voglia di cambiamento, ogni tentativo di unire lotta e governo.
Si scelse solo il governo, la gestione “da sinistra” della cosa pubblica per renderla, liberalmente prima e liberisticamente poi, sempre meno statale, sempre più privata.
Ed ora, giro di boa, si torna indietro: serve sempre una tragedia immane per muovere i più fanatici privatisti della terra a mostrare un po’ di ipocrita pietà, un po’ di sano italico trasformismo nel dichiararsi prima di tutto tutti a favore della revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia e poi, piano piano, a cambiare idea sulla Gronda di ponente, a dire che tutto sommato ci si può pensare, a dire che il pubblico è senz’altro meglio del privato e che, pertanto, il governo muoverà su questa strada.
Energia pura, dinamismo istituzionale, funerali di Stato tra applausi ad un esecutivo che non si ricordavano dai tempi dei tempi e fischi al PD, ad una opposizione un tempo governo delle città liguri, della regione e della nazione intera.
Tutto passa e, dalle stelle alle stalle, la parola d’ordine ora è “umiltà”. Insieme ad “unità”. Ma con il PD nessuna forza veramente di sinistra può realizzare una unità antiliberista, che vada avanti seriamente sulla strada della ripubblicizzazione di tutto ciò che è stato privatizzato.
Le tarde conversioni della destra, quelle del fu centrosinistra, quelle di mezzo governo, non possono sperare di conquistare una verginità politica che non appartiene loro: è sempre in odore di saccenza il dire “ve l’avevamo detto”. Ma in questi casi non è poi proprio “saccenza”, perché chi avrebbe dovuto ascoltare ha esso stesso saccentemente fatto spallucce per sostenere un sistema di interessi economici e un mercato che hanno logorato tutte le tutele pubbliche: compresi i tiranti dei ponti che, alla fine, crollano…

MARCO SFERINI

22 agosto 2018

foto tratta da Pixabay

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