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Sel, ambiziosa ma sconfitta

Sel non sarà stata un fallimento, di certo è stata sconfitta. L’analisi di Nichi Vendola è severa, irreparabile, domenica scorsa a Roma, all’assemblea nazionale di Sel, l’ultima del partito nato nel 2009 da una scissione di Rifondazione comunista e arrivato allo scioglimento e alla confluenza in Sinistra italiana. Un partito, Sel, nato per «riaprire la partita» della sinistra e del centrosinistra, per esserne il «lievito». Ma per il presidente il bilancio è amaro. «La crisi del mito riformista», dice Vendola, nel frattempo si è fatta «irrimediabile», quel riformismo che oggi si scopre essere «l’abilità tecnocratica di riduzione del danno». Sel è stata «ambiziosa» ma non è riuscita a condizionare l’alleanza Italia bene comune con il Pd, chi nel 2013 l’ha fortissimamente voluta e sostenuta – Sel, appunto, sotto la guida del suo presidente – non si è reso conto che la possibilità di successo era già irrimediabilmente corrosa «dall’acido del montismo». La storia che è venuta dopo era dunque una strada già tracciata: Napolitano rieletto al Quirinale, le larghe intese, l’ascesa di Renzi prima al Pd e poi a Palazzo Chigi. L’autocritica va a ritroso e in profondità, alla «scommessa in campo aperto usando spregiudicatamente gli strumenti dei nostri avversari, le primarie, anche se avevamo passato una vita a criticarle». In realtà nel vecchio Prc fu Fausto Bertinotti il primo a parteciparvi, era il 2005, e all’epoca le poche voci contrarie erano liquidate come museali e indietriste. Più di recente, male anche la linea seguita alle europee del 2014, dove pure il cartello Altra Europa con Tsipras prese un milione di voti e tre eletti: «Per ingenuità abbiamo creduto alle parole di Martin Schulz (all’epoca candidato del Pse, ndr) contro l’austerity», ammette Vendola; avevano dunque qualche motivo reale le dure polemiche di quei giorni. C’è infine un ritardo anche nella tempistica dello scioglimento di Sel, che ha frenato e forse segnato la nascita di Sinistra italiana (il congresso sarà a febbraio), ammette Vendola, che in coincidenza si è ritirato dalla politica per ragioni personali (note e belle, ha avuto un figlio).

Alla relazione segue un dibattito. Il confronto è serrato ma dei 240 componenti più della metà non c’è. Il punto naturalmente non è la fine di Sel, ormai cosa fatta (sin dal 24 gennaio è stato deciso lo stop al tesseramento), né la gratitudine a Vendola, spiega il deputato Francesco Ferrara, il primo a intervenire: il punto sono «gli steccati» con cui nasce, dice, la nuova creatura. Perplessità anche da Valerio Calzolaio, una delle storiche anime verdi di Sel: Sinistra italiana «sulla cultura ambientalista fa già dei passi indietro». A dispetto del «massimo impulso» deciso nei confronti del nuovo partito, quella di Si insomma sarà un’altra storia. E a giudicare dai dissensi non sarà la storia di tutti gli ex sellini. Si capirà dopo il referendum. L’assemblea si conclude con un voto a stragrande maggioranza sul dispositivo di scioglimento, ma molti dei perplessi non partecipano al voto. Per evitare contestazioni sui numeri la presidenza decide di aspettare i voti degli assenti, da inviare per email «nei prossimi 3 o 4 giorni», spiegano. Il 10 dicembre, il primo sabato dopo il referendum, saranno consultati gli iscritti nelle assemblee provinciali. Poi giù il sipario, al netto degli atti formali e del trasferimento delle sostanze di un partito a un altro. Che pure, la storia insegna, sono sempre passaggi delicati.

DANIELA PREZIOSI

da il manifesto.info

foto tratta da Pixabay

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