Resistere e dissentire, non è mai troppo tardi

In difesa della Costituzione. Non c’è nessun attacco di barbari che nottetempo hanno scalato le mura. Se c’è colpa va addebitata alla sinistra che ha progressivamente ceduto all’egemonia della destra abbandonando i suoi storici presidi politici e culturali

Oggi si discute sempre meno di Costituzione e sempre più di fascismo, scrive Zagrebelsky su Repubblica. Alcune posizioni espresse nell’articolo sono ampiamente condivisibili, altre meno.

Ma questo non assolve la stupidità del commento di chi riporta tutto al no alla riforma renziana del 4 dicembre 2016, che si vuole perniciosamente sbagliato.

La condizione del paese e delle istituzioni può piacere o no. Ma una cosa è certa: viene da lontano. Forse in passato di Costituzione si parlava di più, ma è dubbio che ad essa si prestasse maggiore attenzione. Il Berlusconi che magnificava il suo governo come sostanzialmente investito con voto popolare diretto (Senato, 16 maggio 1994) guardava forse alla necessaria centralità dell’assemblea elettiva in una forma parlamentare di governo? La vedeva come architrave di un sistema effettivamente democratico? E Prodi che diceva in fondo esattamente le stesse cose (Senato, 22 maggio 1996)? E ancora D’Alema che definiva il suo esecutivo come una anomalia frutto di una incompiuta transizione (Camera, 22 ottobre 1998)? E la riforma del Titolo V fortemente voluta nel 2001 dal centrosinistra, che cancellava il richiamo al Mezzogiorno e introduceva il famigerato art. 116, oggi strumentalmente usato dalla Lega per una “secessione dei ricchi”? E la riforma dell’art. 81 Cost., che nel 2012 vincolava a un pareggio di bilancio non richiesto da alcuno? E la tentata riduzione del Senato – con la riforma Renzi-Boschi – a una camera morta imbottita di consiglieri regionali e sindaci? E la spinta verso torsioni maggioritarie del sistema elettorale anche in un contesto non più bipolare, con una inevitabile pesante compressione della rappresentatività? E la libertà di voto negata dalle liste bloccate?

Dove erano i costituzionalisti? A ben ricordare, schierati in larga parte a favore, in specie con i mantra della governabilità, del rafforzamento dell’esecutivo, dell’elezione del leader con la sua maggioranza. Chi non legge e non studia ovviamente ignora che alcuni – pochi – non hanno mai smesso di avanzare critiche e censure. A loro la storia ha dato ragione. Anche i garanti – presidente della Repubblica, Corte costituzionale – non si sono sempre segnalati per l’allarme sollevato, accettando piuttosto il pensiero unico dominante. Fa piacere che ora Mattarella ricordi che il pareggio di bilancio non può e non deve cancellare i diritti fondamentali e la tutela dei più deboli.

Chi legge come due livelli separati la Costituzione e la società, la norma e il fatto, sbaglia. Una Costituzione può orientare la vita di un paese solo se il paese la condivide e la accetta nel suo complesso. L’intreccio è indissolubile ancorché fluido, e se si scioglie vince il fatto, non il diritto. Oggi non c’è nessun attacco di barbari che nottetempo hanno scalato le mura. Per me, se c’è colpa va addebitata alla sinistra che ha progressivamente ceduto all’egemonia della destra abbandonando i suoi storici presidi politici e culturali. È quella sinistra che ha barattato le fabbriche e i luoghi di lavoro con i salotti, i salari con i profitti e le rendite, i diritti dei lavoratori con quelli dell’impresa, gli ultimi con i potenti. È la sinistra dei D’Alema, Prodi, Veltroni, Renzi.

Così, è stucchevole l’ultima polemica sul ricorso alla fiducia e la centralità del parlamento. In un tempo di partiti evanescenti si indeboliscono gli strumenti classici della disciplina di partito e di gruppo. E dunque la fiducia diviene strumento primario di gestione del dissenso interno. Se ne può discutere. Ma era forse centrale l’assemblea asservita al capo dalle liste bloccate, che approvava il jobs act, la buona scuola, l’italicum, la riforma costituzionale, il rosatellum? Cerca forse una centralità del parlamento chi attacca un temuto nuovo statalismo motivando con l’inefficienza del pubblico, quando è ormai provato che il privato può essere anche largamente peggio?

Resistere e dissentire. Bene, ma certo non solo oggi. Bisognava anche ieri, e bisognerà domani. Interpretare il cambiamento senza ossequio ad alcuno è la missione degli intellettuali.

Questa è la lezione di Luciana Castellina, in un articolo che contiene tanto amarcord, e tanta verità. Tra gli intellettuali si collocano anche i costituzionalisti, se vogliono onorare il proprio nome. A Luciana, intanto, grazie.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it

foto di Marco Sferini

categorie
Politica e società

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