Raffaella Carrà, addio alla regina della tv

Icone. Morta a 78 anni la showgirl bolognese capace di attraversare decenni di storia e generi del piccolo schermo
Raffaella Carrà

Raffa e il suo caschetto biondo, le mises improbabili che bucavano il teleschermo in bianco e nero e a colori. E poi la risata piena, le telefonate con gli spettatori, i quiz e le canzoni così pericolosamente trash da risultare tormentoni implacabili.

Raffaella Carrà se ne è andata in un caldissimo pomeriggio di luglio, a 78 anni consumata da una malattia veloce, come ha scritto Sergio Japino, regista di molti dei suoi programmi, ex compagno e amico in un comunicato consegnato alle agenzie. Ultima delle grandi showgirl italiane, la prima e l’unica che ha saputo attraversare decenni di storia televisiva e non, capace di rendere glamour quello che non era anche nei tempi più oscuri della tv dorotea, dove i piccoli scandali – l’ombelico nudo nella coreografia del Tuca Tuca – diventavano un caso nazionale. Ha saputo adeguarsi ai tempi, occupando la scena degli ultimi grandi show post Carosello nei sabato sera degli italiani – Canzonissima, Milleluci, Fantastico negli ’80, Sanremo per poi saggiamente riposizionarsi nei quiz. Pronto Raffaella negli ottanta muta radicalmente l’immaginario popolare con quel «Prontochiseidadovechiami» che diventa un mantra ossessivo dei mezzogiorno di Rai1.

Grande intuito nella ricerca di format capaci di essere al contempo rassicuranti nei confronti del pubblico nazional popolare e di intuire le potenzialità della cosiddetta «tv del dolore». Caso eclatante Carramba! che sorpresa varietà che irrompe nei palinsesti di Rai 1 nel 1995 e porta la gente comune – in qualche modo la prosecuzione di quanto aveva fatto Enzo Tortora dieci anni prima con Portobello – sul piccolo schermo grazie alle sue storie di figli, amanti, nonni perduti e ritrovati da un capo all’altro del mondo. Lacrime, abbracci, glamour e canzonette.

Perché Raffaella Carrà (il cognome lo deve a un’intuizione dello sceneggiatore e regista Dante Guardagmana che associò la sua persona al pittore futurista Carlo Carrà), nome d’arte di Raffaella Pelloni, bolognese, fa della caparbietà il suo mantra di vita. Si diploma al centro sperimentale di cinematografia e i suoi primi passi li muove proprio nel mondo del cinema: piccoli ruoli – La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, addirittura un provino per il ruolo di Cesira nella Ciociara di De Sica, poi nel 1965 arriva anche un film hollywoodiano Il colonnello Von Ryan di Mark Robson dove recita al fianco di Frank Sinatra, che la corteggia insistentemente come raccontano le cronache dell’epoca. Parallela inizia la sua frequentazione in tv: nell’originale La figlia dell’oca bianca scritto da Edoardo Anton poi un ruolo più importante nello sceneggiato televisivo Scaramouche, con Domenico Modugno. Nel gennaio 1968 presenta uno speciale in onda sulla seconda rete, intitolato Tempo di samba.

La marcia di avvicinamento agli show – e al successo di massa – è lenta ma inesorabile: in Io, Agata e tu condotto da Nino Ferrer è presenza fissa e lì viene notata da Corrado che la vuole al suo fianco in Canzonissima nel 1970. È l’esplosione del personaggio Carrà e del suo corpo sexy, magrissimo e tonico fasciato da pantaloni aderentissimi. Sesso ma sempre a misura di famiglia: le donne italiane non la vedranno mai come una nemica, né tanto meno i bambini che la adoreranno nella sua reincarnazione in Maga Maghella. Così anche lo scandalo dell’ombelico nudo – che provoca un’interpellanza parlamentare – è giocato sul filo dell’ironia, come dimostra lo sketch con Alberto Sordi che normalizzerà lo «scabroso» incidente.

Sono glia anni di successo, anche musicale: Raffaella non ha certamente una voce e un timbro che la distinguono, ma Boncompagni – che la seguirà fino gli anni novanta – e il suo personale entourage, sa costruirle addosso un repertorio a misura fatto di canzonette nazional popolari che sfidano anche l’usura del tempo: Chissà se va, Tanti auguri dal torrenziale ritornello «Come è bello far l’amore da Trieste in giù». Diventerà regina nelle discoteche, Rumore nel 1974 la porta addirittura nelle classifiche inglesi, remixata da celebri dj nel corso degli anni. Perfino Paolo Sorrentino inserisce il remix griffato Bob Sinclair di A far l’amore comincia tu nella celebre scena del party orgiastico della Grande Bellezza (2014). Si susseguono gli show – ancora Canzonissima e soprattutto Milleluci nel 1974 a fianco di Mina al suo ultimo show tv, vero spartiacque tra vecchia e nuova televisione. Poi arrivano Tanti auguri (1978), Mille milioni (1981) e soprattutto Fantastico 3 (1982) che la vede al fianco del suo pigmalione televisivo Corrado e a Gigi Sabani.

Nel 1983 si apre un’altra fase della sua carriera, Raffaella Carrà entra nelle case degli italiani in una fascia fino a quel momento sotto utilizzata dai vertici Rai; il mezzogiorno. Raffa in Pronto, Raffaella? valorizza il daytime, accoglie i suoi ospiti sul divano e soprattutto coinvolge attraverso le telefonate in diretta il pubblico – che da quel momento diventano una costante dell’intrattenimento televisivo – per indovinare quanti fagioli contenesse una teca di vetro. Un boom di ascolti senza eguali, dieci milioni di spettatori.

Non mancano le polemiche, fatturati pubblicitari altissimi che la Raffa nazionale si fa pagare lautamente: il suo ingaggio da tre miliardi di lire per un contratto triennale in Rai vede Bettino Craxi protestare con l’allora direttore Rai Sergio Zavoli. L’aria tesa a viale Mazzini spinge Raffaella – e anche altri big Rai dell’epoca come Pippo Baudo – ad accettare la corte di Berlusconi, ma i due show su Canale 5 (Raffaella Carrà show e Il principe azzurro) hanno esiti deludenti.
Repentino il ritorno in Rai, prima su Rai2 poi sulla rete ammiraglia con Fantastico 13 al fianco di Johnny Dorelli – durante una delle puntate memorabile l’assalto di Roberto Benigni che l’atterra dopo un inarrestabile sproloquio sessuale. Nel mezzo, gli anni in Spagna e nei paesi di lingua latina, dove Raffaella è un’icona capace di esibirsi negli stadi sin dagli anni settanta: «Lucia Bosé – confessa in un’intervista – ha raccontato che il giorno che sono entrata a Madrid – era il 1975, era appena morto Francisco Franco – presentandomi in televisione ho dato la sveglia alle donne spagnole, che hanno ripreso a credere in sé stesse».

Rientrata in Italia fa centro un’altra volta: Carramba! che sorpresa non ha ritegni e usa tutti i cliché della tv popolare: il riso, il pianto, lo strazio e la sorpresa – spesso anche un po’ taroccata: nella puntata con ospite Diego Maradona porta davanti agli schermi 13 milioni di spettatori. Unica a saper gestire materiale incandescente – la tv del dolore, il cosiddetto dolorismo, alleggerendolo con pailettes, canti e balli. Non funziona invece il suo Sanremo nel 2001; non è a suo agio nel format di cinque giornate con ospiti e cantanti, un pesce fuor d’acqua, quasi una sorta di mattatore senza spalla.
Ma è una parentesi di cui saprà fare tesoro: negli anni successivi meno show, più ruoli condivisi con altri presentatori (talent musicali) e – ultima sua apparizione televisiva nel 2019 – la serie di interviste per Rai3 misurate e intelligenti che ne fanno scoprire un inedito lato giornalistico.

STEFANO CRIPPA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Il piccolo schermo

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