Quel declino iniziato con i tanto celebrati “Trattati di Roma”

Il trattato che istituisce la Comunità economica europea (TCEE) è il trattato internazionale che ha istituito, appunto, la CEE. E’ stato firmato il 25 marzo 1957 insieme al trattato...

Il trattato che istituisce la Comunità economica europea (TCEE) è il trattato internazionale che ha istituito, appunto, la CEE. E’ stato firmato il 25 marzo 1957 insieme al trattato che istituisce la Comunità europea dell’energia atomica (TCEEA); insieme, sono detti “Trattati di Roma”.

La ricorrenza sarà certamente ricordata come una delle tappe più importanti della storia recente e celebrata come un grande momento di crescita democratica nel solco di idee fondamentali per lo sviluppo dell’umanità.

Invece sarà bene ricordare alcuni passaggi fondamentali:

  1. L’Europa di partenza, quella a sei, non era altro che l’avamposto occidentale in funzione della “cortina di ferro” sulla quale,al centro dell’Europa, si situava il confine del bipolarismo tra le superpotenze;
  2. questo dato dell’avamposto occidentale (e di braccio politico – militare degli USA) ha caratterizzato dall’inizio come una sorta di imprimatur la vicenda dell’unione europea. Da ricordare come quel periodo coincise con l’avvio di un periodo di piena occupazione e di crescita dei salari medi, di affermazione della democrazia rappresentativa e di sviluppo dei sistemi di redistribuzione attraverso la progressività della leva fiscale e del welfare state. Condizioni che apparentemente apparivano come favorevoli e che, in realtà, sono state utilizzate ai fini di una gestione del ciclo capitalistico inauditamente feroce, come vedremo meglio nei punti successivi;
  3. da ricordare che il primo tentativo di unificare politicamente l’Europa era già stato attuato, nel 1954, con la proposta della CED (Comunità Europea di Difesa) verso la quale si realizzò una fortissima opposizione da parte delle sinistre e alla fine fallita per il rifiuto della Francia che vi intravedeva la prospettiva del riarmo della Germania;
  4. al momento della caduta del muro di Berlino e della riunificazione della Germania si verificò un inopinato allargamento ad Est nella convinzione che da quella parte si fosse aperto uno spazio infinito per nuovi mercati sulla base dell’idea del trionfo definitivo di un solo sistema economico – sociale e della affermazione della “fine della storia”. Un allargamento realizzato con cinismo, prosopopea, arroganza (come ammesso oggi da molti osservatori) e che oggi,in condizioni di grande difficoltà, presenta il conto sotto la forma del rinnovarsi della faglia storica Est/Ovest.
  5. contemporaneamente, quasi nello stesso tempo, fu firmato il trattato di Maastricht ispirato dalla  filosofia monetarista. In seguito l’istituzione della moneta unica la cui gestione, in Italia, all’inizio diede il via ad una serie di irreparabili storture nella dinamica dei prezzi al consumo;
  6. nonostante alcuni tentativi (ad esempio con il trattato di Lisbona) di rafforzare il ruolo del Parlamento rispetto alla Commissione e al Consiglio questo tentativo può ben essere considerato come fallito e il Parlamento ricopre un ruolo sempre più marginale;
  7. dal mercato unico (1986) al patto di bilancio (2012) passando per il patto di stabilità e crescita (1997) i parlamenti nazionali sono stati soppiantati da un’autorità burocratica al riparo dalla volontà popolare, come previsto e reclamato dall’economista ultraliberista Friederich Hayek. Da quel punto è partita, imposta dall’alto, un’austerità draconiana verso un elettorato impotente, sotto la direzione congiunta della Commissione Europea e della Germania.
  8. la vicenda dei migranti, causata in gran parte dall’esplosione di guerre nell’Asia Centrale, in medio Oriente e nel Nord Africa alle quali hanno partecipato i principali stati dell’Unione in veste neo – colonialista e nella scia del globalismo imperiale degli USA, ha fatto esplodere nuovamente la contraddizione Est – Ovest in coincidenza con la ripresa di un ruolo imperiale da parte della Russia , al ritorno della guerra nel cuore del continente,alla mancata assunzione  di dimensione multipolare da parte dei cosiddetti BRICS e alla frenata della Cina;
  9. egualmente del tutto insufficiente e del tutto subita la fase di crisi aperta negli USA a cavallo del 2007 in ragione di un assolutamente insensato processo di finanziarizzazione dell’economia  (crisi dei subprime) realizzato attraverso il meccanismo dello “scarico” delle contraddizioni verso i più deboli;
  10. l’ordine politico che è scaturito dalla crisi del processo di finanziarizzazione dell’economia (in volgare: la crisi dei subprime e dei derivati) è stata caratterizzata dalla deregolamentazione dei flussi finanziari, della privatizzazione dei servizi pubblici e dall’accentuazione delle disuguaglianze sociali. Un ordine politico accettato indistintamente dai governi che si proclamavano di centro – destra e da quelli che si autodefinivano di centro – sinistra;
  11. manca assolutamente una risposta efficace ai fenomeni di recupero del nazionalismo e dell’isolazionismo che provengono addirittura dal cuore dell’Impero in una fase evidente di de-globalizzazione non analizzata per tempo. Nel frattempo abbiamo assistito a fenomeni di vera e propria crisi della rappresentanza politica (Belgio, Spagna, Italia) e di crescita di movimenti sommariamente definiti come populisti e comunque portatori di elementi di vera e propria crisi anche rispetto agli stessi meccanismi della democrazia liberale.
  12. nessuno ammette i gravissimi errori di analisi commessi e i disastri compiuti. Anzi le stesse classi dirigenti si ripresentano impudentemente riproducendo se stesse e costringendo elettrici e elettori a disertare oppure a rivolgersi a improvvisati demagoghi/e. Una classe dirigente che adesso, per non aprire reali processi democratici di ripensamento complessivo, si inventa le “due velocità” (proposta che quando era stata avanzata da alcuni economisti nel passato era stata rifiutata con sdegno soltanto perché non proveniente dal solito circolo dei “sapientoni” del pensiero unico).
  13. nel frattempo è completamente evaporata la tensione internazionalista dei partiti della sinistra, in coincidenza con la perdita di ruolo degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, allineatesi a modelli deteriori della personalizzazione e della caduta di ruolo complessivo dei soggetti politici. Caduta collocata, in particolare, sul terreno della rappresentanza che è andata complessivamente in fortissima crisi e in caduta d’identità. Tutto ciò ha determinato una crisi verticale del riformismo (termine inteso soltanto nel’accezione storica, quella “classica” tanto per intenderci della socialdemocrazia stretta nella tenaglia del: né di destra, né di sinistra);
  14. assolutamente insufficiente, infine, la riflessione politica attorno ai due nodi fondamentali del rapporto tra tecnica e politica e tra economia e politica intorno ai quale le forze politiche “europeiste” dimostrano tutti i loro limiti di analisi e di proposta;

Questi sembrano i punti, incompleti e sommariamente esposti, in conseguenza dei quali pare ci sia ben poco da festeggiare e quasi tutto da cancellare, ripensando prima di tutto i termini di espressione della democrazia.

Democrazia che, a livello europeo, ha sempre significato il dominio degli establishment dei banchieri al servizio del grande capitale, dell’abbattimento del welfare,  dell’impoverimento generale.

Soprattutto ha fallito la classe dirigente che oggi osa parlare di Europa a due velocità e di comando militare unificato senza aver costruito le condizioni per l’esistenza di un Parlamento in grado di discutere e decidere sui provvedimenti economici e – addirittura – sullo stato di guerra e sui trattati di pace.

Una classe dirigente che non è stata capace minimamente di interpretare la fase del ciclo definito di “globalizzazione” nel corso del quale si sono alimentate vere e proprie “fratture” di tipo localistico in un quadro generale di paura alimentata dalla crescente difficoltà nelle condizioni materiali di vita per masse sterminate di donne e uomini in interi continenti.

Fa impressione infine l’arroganza e l’insipienza con la quale su questi delicati argomenti viene sparso a piene mani ingiustificato ottimismo reiterando con ostinazione scelte profondamente sbagliate con la quali si sono fatti danni enormi alla condizione materiale di vita delle persone: di questo sono responsabili tanto i governanti quanto la maggioranza dei ben pasciuti facitori d’opinione dalle colonne dei giornali e dagli schermi televisivi.

Intanto si prosegue nel declino.

Si sviluppa di seguito un solo punto assolutamente esemplificativo di una situazione che riguarda l’insieme della situazione produttiva nel nostro Paese.

In questi giorno emergono (anzi si rinnovano) punto di crisi nella struttura portante dell’industria italiana: il caso riguarda l’ex-Lucchini di Piombino, l’antica Magona d’Italia, uno dei siti più storicamente importanti per la produzione dell’acciaio.

Dopo promesse varie e dichiarazioni di “area di crisi complessa” adesso lo stabilimento è appetito dagli indiani di Jindal (che sono interessati anche all’Ilva): dopo la delusione subita dall’approccio tentato e ritirato dall’imprenditore algerino Rebrab adesso sembrerebbe toccare agli indiani mentre i problemi dell’azienda appaiono del tutto irrisolti.

La produzione d’acciaio in Italia è apparsa nel 2016 ancora assolutamente insufficiente dopo la caduta verticale fatta registrare nel 2008: siamo a circa 24.000 tonnellate annue (14.000 di laminati lunghi e 10.000 piani) ben lontani dalle oltre 30.000 toccate a cavallo degli anni 2004–2006 e l’Italia importa acciaio dall’Unione Europea.

Nello stesso tempo del dimostrarsi della crisi di Piombino riesplode la situazione dell’Alcoa di Portovesme, fabbrica d’alluminio, per la quale dopo la delocalizzazione subita nel 2012 ad opera di una multinazionale americana con l’arresto conseguente della produzione, siamo ormai all’esaurimento degli ammortizzatori sociali con il rischio di perdere definitivamente un importantissimo patrimonio industriale oltre a mandare totalmente in crisi l’economia del Sulcis.

I due casi, tra i tanti presenti drammaticamente nel nostro Paese, sono accomunati da uno stesso denominatore: sono il frutto, infatti, dell’assenza totale di un piano industriale attraverso il quale l’intervento pubblico avrebbe potuto farsi promotore, regolatore e gestore di un rilancio dell’attività manifatturiera attraverso un’adeguata riconversione sul piano tecnologico , fornendo così una risposta concreta ai bisogni occupazionali.

E’ stato in questo campo, della progettazione industriale, dell’innovazione tecnologica, del rilancio dell’attività manifatturiera che i governi italiani hanno fallito il loro compito proprio nell’ambito della redistribuzione del lavoro sul piano europeo e complessivamente internazionale.

Sono mancate, da destra e da sinistra, la politica estera e quella dello sviluppo industriale.

I dati ci dicono che questo indirizzo può essere perseguito perché esiste, come ben indica il caso dell’acciaio, una domanda di produzione ben precisa.

Basta con gli incentivi al consumo posti dalla parte della domanda individuale oppure agli sconti e detassazioni parziali e temporanee per assunzioni di mano d’opera che alla fine si rivelano fantasma come nel caso del job act e degli 80 euro.

L’intervento pubblico in economia deve partire dal principio che le leggi del mercato non sono immutabili e supinamente accettabili e che è necessaria l’espressione di una volontà politica per ricreare le condizioni per favorire la vocazione industriale, l’arricchimento del know-how, un livello di produzione adeguato a consolidare e allargare la base occupazionale.

E’ stato questo dell’abbandono dell’industria, a partire dagli anni’80 del XX secolo con le privatizzazioni e lo scioglimento dell’IRI, assieme all’inopinata firma dei trattati europei, il vero punto di “crack” del sistema politico i cui esponenti hanno preteso di esaltare la governabilità mentre – nello stesso tempo – stava sottraendo al sistema i veri punti di forza sui quali poggiava un’idea possibile di Stato e di Paese.

In conclusione:

Quattro abbagli storici hanno determinato questo stato di cose e torniamo così all’oggetto dei sessant’anni dalla firma dei trattati di Roma:

  1. Quello dell’idea che progressivamente lo “Stato – Nazione” dovesse abdicare alle proprie prerogative derivanti dal sistema westfaliano (ci sono state modifiche, ma non sufficienti a giustificare l’abbandono);
  2. quello dell’affermazione di un’egemonia indistinta di un non meglio precisato post – industriale (si trattava invece più semplicemente di una gestione del ciclo imperniata sulla finanziarizzazione progressiva dell’economia e su di un cedimento indiscriminato alla tecnica che ha considerato la politica come propria “dependance”;
  3. quello del considerare la caduta del muro di Berlino come la fine della storia pensando a una trasformazione del mondo in un unico gigantesco mercato con un solo gendarme a sorvegliarne l’andamento pronto a intervenire per “esportare la democrazia”;
  4. l’abbandono dell’idea del lavoro come mezzo di produzione di beni che sarebbe stato sostituito da una composizione del capitale capace di rendere “immateriale” lo sfruttamento con una conseguente pacificazione generale delle contraddizioni che sarebbero state annegate nel consumismo individualistico.

Così non è stato e ne stiamo vedendo (e pagando) le conseguenze.

 Altro che celebrare la firma dei trattati.

FRANCO ASTENGO

25 marzo 2017

foto tratta da Pixabay

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