Quei “lavoratori necessari” ai tempi di Hitler e del Coronavirus

Come ogni evento che si rispetti, anche quello che stiamo vivendo in questi giorni e che si intensifica sempre più, lascerà la sua traccia nella storia tanto dei singoli...

Come ogni evento che si rispetti, anche quello che stiamo vivendo in questi giorni e che si intensifica sempre più, lascerà la sua traccia nella storia tanto dei singoli paesi quando del mondo intero. Una traccia per essere tale deve essere sempre distinguibile rispetto alle altre, quindi è sicuro che le peculiarità di cui il Coronavirus la ammanterà la renderanno ben visibile e netta agli occhi di chi guarderà questi fatti insieme a noi nel prossimo futuro e dopo che noi saremo scomparsi.

Un conto però è la traccia che un determinato evento lascia sul terreno meramente storico e un conto sono le implicazioni che determina nel contesto stesso che modifica e che, quindi, produce come imperatore pro tempore del destino di una umanità che pare in balia di un nemico invisibile, semisconosciuto e da cui bisogna comunque difendersi.

Cosa si fa, dunque, quando ci travolge una situazione di cui diventiamo attori e al contempo spettatori passivi? Si cerca di adattarsi, come un liquido fa quando incontra le superfici su cui scorre: prende quella forma che cambia di volta in vota e cerca di disperdersi il meno possibile, per arrivare integro alla meta che può essere il contenitore cui è destinato.

Il liquido non ha coscienza d’essere liquido, dunque se anche si perde un po’ per strada non conosce nocumento per sé stesso. Ne avrà di meno in bottiglia o nella tazza chi lo deve bere o travasare ancora. Tutto qui.

Ma la metafora ci serve per comprendere che la passività cui siamo soggetti noi oggi, il senso di impotenza che si sviluppa nel non poter fare altra parte se non quella di starcene buoni buoni dentro casa, uscire il meno possibile e cercare così di aiutare gli scienziati, i medici e tutto il personale sanitario a svolgere i loro compiti senza interferenze di alcun modo.

A differenza dell’arrivo di un terremoto, qui le città non vengono distrutte, le nostre case rimangono in piedi e divengono dei fortini in cui possiamo anche sentirci asserragliati, ma che dobbiamo vivere soprattutto come luoghi di protezione, dove il virus ha pochissime probabilità di penetrare se lo lasciamo fuori dalla porta adottando comportamenti di igiene che, qualora anche il virus arrivasse con noi oltre la soglia di casa, viene neutralizzato immediatamente da un semplice lavaggio delle mani con sapone e acqua o da un gel alcolico ben strofinato su dorso e palmi della mani.

Le case come forte con il ponte levatoio che rimane alzato, con le sentinelle pronte ad intervenire, con il permesso di uscire soltanto per garantire la stessa sopravvivenza degli abitanti che vi vivono. L’assedio non c’è apparentemente. Nessuno ci bussa alla porta e vuole buttarci fuori da casa nostra. Ma proprio perché l’assediante è invisibile e infinitamente piccolo, è più insidioso delle armate di Francia che scalavano i torrioni e le mura di alti castelli spagnoli o inglesi per conquistarli e riprendersi il territorio sottratto a Parigi in lunghe guerre di predominio nell’Europa continentale.

L’assediante questa volta deve però superare due cinta di mura e non una soltanto. Non basta costringere il ponte levatoio ad abbassarsi: dietro ci sarà una grata fitta e spessa rappresentata dal nostro epidermide che è una barriera impenetrabile per i virus. Persino il potente HIV non riesce a farsi largo tra la pelle del corpo umano. Il virus ha una possibilità di entrare però dai nostri orifizi, da quei buchi o mucose che rimangono aperti come rimane aperto il cielo sopra il castello.

Solo le frecce incendiarie e le catapulte possono entrare da quella parte: occhi, naso e bocca. Per questo dobbiamo evitare con le mani di sfregarci gli occhi, di mettere le dita nel naso e di leccarci le dita in bocca. Naturalmente se si hanno le mani pulite precedentemente, come dovuto, si può anche leccare la Nutella che scende sull’indice della mano (di solito i golosastri usano quel dito per abbuffarsi della celebre cioccolata spalmabile).

Si dice che una società senza un nemico non sarebbe poi una vera società, non conoscerebbe quell’unità di intenti, quella solidarietà sociale e civile vera e propria che riunisce tante singole coscienze e le fa sentire accomunate dal pericolo imminente, che non fa distinzioni e che è pronto a mettere fine alla tranquillità della vita nel castello.

Ma una società che per essere libera ha bisogno di un nemico costante da combattere che tipo di società libera può mai essere se deve guardarsi costantemente le spalle o il fronte per poter sperare in qualche attimo di tranquillità?

Il Coronavirus ha rimodulato tutte le nostre abitudini, ha cambiato i nostri tempi e ci ha imposto i suoi che sono tempi lunghi, rallentando le nostre frenetiche corse alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri, rimettendo le lancette dei nostri orologi indietro, ridisegnando per tutti una abitudinarietà quotidiana fatta di estrema lentezza proprio per consentirci di attraversare non il “tempo libero“, ma il “tempo vuoto“. Quello che tanti milioni di noi si possono permettere nella quarantena casalinga, quello che invece tanti lavoratori non possono permettersi ancora perché qualcuno – dicono i liberisti – “lo sforzo produttivo deve pur farlo“.

Quando in questi giorni ho sentito parlare di “lavori e lavoratori necessari” mi è salito davvero un brivido lungo la schiena: perché questa era il modo di esprimersi dei nazisti nei campi di concentramento e soprattutto in quelli di sterminio. Se eri “necessario allo sforzo bellico” venivi tenuto in vita (ammesso che quelle condizioni disumane potessero essere definite “vita”), altrimenti la via era quella della finta disinfezione nelle finte docce e poi, dopo essere stati gassati con lo Zyklon B, la dissoluzione dei corpi nel fuoco dei forni crematori.

Sentir parlare di “lavoratori necessari” è inquietante perché, facendo proprio il paragone con la gestione concentrazionista dei lager da parte dei nazisti, per chi oggi è “necessario” si presenta l’esatto opposto rispetto alla condizione del deportato: oggi l’operaio senza mascherine e presidi sanitari necessari, rischia di essere contagiato e di mettere in pericolo la sua salute (si spera almeno non la vita…) mentre il deportato nello svolgere il “lavoro necessario” era in un certo qual modo sicuro di evitare almeno per il momento di finire nelle camere a gas.

La tutela della salute di tutti, si sostiene, è argomento non discutibile. Su questo non si tratta. E allora deve essere così per tutte e tutti e lo Stato deve prendere in considerazione un diritto universale esteso così come diritto sociale e civile: laddove è necessario che non si interrompano determinati servizi, almeno si garantiscano tutte le protezioni altrettanto necessarie, proprio come il lavoratore stesso, per tutelare quella imprescindibilità evidente del sistema sanitario nazionale, dei trasporti delle merci di sussistenza. Ma niente di più. Tutto il resto si può fermare e va fermato, garantendo un salario di quarantena che non stona certo davanti ai profitti che alcune industrie stanno facendo grazie proprio a questo evento eccezionale. La perdita economica può essere sempre compensata distribuendone il peso in modo progressivo e rendendolo “comunitario” con tutti gli altri Stati europei.

Ciò che importa è uscire prima possibile da questa emergenza senza farla pagare ai più deboli, sia fisicamente sia economicamente parlando.

La necessità della guerra paradossalmente costringeva i nazisti a salvare alcuni deportati dall’orrore della gassificazione; la “necessità” del mantenimento della filiera produttiva intatta e soprattutto quella non necessaria al momento, ad esempio quella metalmeccanica, produce l’effetto contrario: perché il Coronavirus è “democratico“, colpisce tutte e tutti coloro che vi si espongono e ha bisogno di tutte e tutti noi per continuare a riprodursi e vivere.

Cambiano le condizioni di sfruttamento degli esseri viventi da parte di altri esseri viventi, umani o microrganismi che siano, ma il risultato è sempre lo stesso: la lotta per la sopravvivenza. Al tempo della Seconda guerra mondiale erano i tedeschi a sottomettere interi popoli per espandersi e cercare una superiorità razziale considerata “naturale“, oggi un virus – certo non paragonabile alla volontà politica nazista e alla scientifica programmazione dello sterminio di milioni di esseri viventi – ci dichiara guerra; una guerra particolare, perché non mossa da motivazioni imperialistiche, da un programma razzista e megalomane che punta alla conquista del mondo.

Ma pur sempre di una guerra si tratta: le nostre città sembrano in regime di coprifuoco appena tramonta il sole. Nessuno, per fortuna, passeggia in coppia. Portando a spasso il cane si cambia strada se si vede da lontano qualcuno che arriva e percorre lo stesso marciapiede. Si sta attenti a svoltare l’angolo: a che serve tenersi lontani per metri e metri se poi ti scontri con qualcuno faccia a faccia?

Piccoli comportamenti di adattamento alla guerra che stiamo combattendo.  Consapevolezze civili che si radicano. Vista l’emergenza globale, nonostante le prime disattese, quelle “movide” del fine settimana scorso che hanno causato i contagi che registriamo in questi giorni, abbiamo sviluppato già sufficientemente bene un primo anticorpo: la coscienza del problema che è comune e non singolo, che merita rispetto da parte di tutti e, quindi, di ciascuno.

Restiamo nei nostri fortini casalinghi. Facciamo crescere le nostre coscienze e la nostra voglia di conoscenza. Scriviamo, leggiamo, pensiamo, ascoltiamo musica, facciamo distrarre la mente e al tempo stesso facciamola lavorare.

MARCO SFERINI

14 marzo 2020

Foto di panos13121 da Pixabay

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