Pulizia da brividi

Ciò che è accaduto ieri a Roma è quanto meno impressionante sia nella sua rappresentazione plastica sia in quella che politicamente e socialmente ne deriva. L’evidenza delle immagini non...

Ciò che è accaduto ieri a Roma è quanto meno impressionante sia nella sua rappresentazione plastica sia in quella che politicamente e socialmente ne deriva. L’evidenza delle immagini non è contestabile, non è oggetto di interpretazione e così pure le frasi che si sentono pronunciare: “Questi devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio.“.
Si può dare l’ordine di “spaccare delle braccia”? No, perché un invito ad agire preventivamente, senza che una situazione per cui un braccio venga spaccato si possa “naturalmente” creare nel disordine e nella concitazione di momenti indubbiamente non facili.
Ciò che ha impressionato, tra le altre immagini, è l’uso degli idranti: la potenza di quell’acqua scaraventata contro chiunque fosse a tiro. Era per evitare che i rifugiati lanciassero nuovamente bombole del gas o altri oggetti, questa la giustificazione.
Ma davvero c’era bisogno della polizia per sgomberare i migranti? Non poteva il sindaco di Roma insieme all’assessore competente, insieme ad altri funzionari dell’ordine pubblico formare un “comitato di dialogo e di trattativa” o, meglio ancora, invitare una rappresentanza dei rifugiati in Comune o in Prefettura per risolvere la questione senza bisogno di manganelli, idranti, “scudi da opliti” (citando “Piazza Alimonda” di Francesco Guccini) e, quindi, senza creare un clima di evidente, aperta e manifesta ostilità da parte delle istituzioni verso gente che non rappresentava un pericolo se non per il perbenismo di un decoro urbano che viene percepito solo quando vi è della sofferenza attiva che si rende palese sotto gli occhi di tutti e non, magari, quando la spazzatura trabocca dai cassonetti?
Penso sarebbe stato un gesto molto umano, democratico, sociale e solidale quello di un primo cittadino insieme al rappresentante del governo d’andare a parlare con chi ha un problema che viene messo letteralmente “in piazza”. Per disperazione, per esasperazione.
E poi gli inseguimenti in mezzo alle vie che conducono alla stazione Termini, alle fermate degli autobus, con agenti che girano con armi in pugno. Un clima da caccia alle streghe, una bruttissima pagina di storia cittadina per una Roma che da città aperta di veristica memoria diventa città della repressione, del non-dialogo, dello scontro.
Colpiscono le parole di una ragazza eritrea che afferma d’essere fuggita dalla dittatura presente nel suo paese ma di non aver mai subito una cosa del genere proprio in Africa, proprio nella sua nazione. Nonostante la dittatura.
Si è persino levata la voce dell’Unicef per condannare la repressione di piazza Indipendenza, per quella che è stata definita in termine tecnico una operazione di “cleaning“. Avevo intuito il termine, ma sono andato a verificarlo: “pulizia”.
La definizione fa venire i brividi a chi come me sta studiando da molto tempo, sia sul piano storico sia su quello politico, altri tipi di definizioni eguali o simili applicate in epoche non troppo lontane.
“Pulizia”. Pulire. E si pulisce dove c’è sporco. Dove c’è qualcosa che dà fastidio al tatto, alla vista, ad uno dei sensi. Si pulisce ciò che non può rimanere lì: la polvere, una macchia, qualcosa che reca disagio, ingombro. Una forma di isteria politica e di un presunto ordine pubblico che dimostra invece sempre di essere disordine sia pubblico sia sociale.
Le istituzioni di una repubblica democratica e costituzionale come la nostra non possono dare soluzione al disagio tanto del singolo quanto del collettivo mediante la forza, ma con il dialogo, con la ricerca della comprensione: parlando, discutendo e interagendo loro per prime per dare esempio ai cittadini tutti.
Se le istituzioni si mostrano invece repressive, l’esempio che daranno alla popolazione sarà la formazione di un’anti-etica incostituzionale che consente di trattare alla stessa stregua il migrante, il rifugiato, il più debole come qualcosa da allontanare e non come qualcuno da avvicinare per provare ad allargare gli orizzonti mentali su un mondo che non si riduce ai confini d’Italia ma che va necessariamente oltre.
Il “pasticciaccio brutto” di piazza Indipendenza esige le dimissioni del ministro dell’Interno, quanto meno. Ma ciò non avverrà. Dunque, lo status quo è ristabilito, la pulizia è stata fatta e il popolo italiano può continuare a vivere pensando che tutto questo sia solo un episodio di passaggio.
Di passaggio sì: un calpestio del diritto costituzionale, delle libertà civili e democratiche. E la vergogna, ancora una volta, resta nascosta in una buia cantina…

MARCO SFERINI

25 agosto 2017

foto tratta da Pixabay

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