L’investitura

La velocità, la fretta, l’urgenza di rispondere alle esigenze internazionali dei mercati e dei poteri politici con cui questa Italia povera, divisa in classi che non si riconoscono fra...

La velocità, la fretta, l’urgenza di rispondere alle esigenze internazionali dei mercati e dei poteri politici con cui questa Italia povera, divisa in classi che non si riconoscono fra loro e che si confondono nelle rispettive richieste di protezione e di tutela dei bisogni e dei privilegi, tutto questo agire rocambolescamente, non è dettato dalla necessità del Paese di avere un governo.
Vi sono nazioni secolari, quasi millenarie, come il Belgio, la Spagna che sono sopravvissute a crisi di governo per più di un anno. Eppure nessun Armageddon è piombato loro addosso, sono lì, vive, magari un po’ vegete, ma vive.
Non sto dicendo che la Repubblica non debba avere un governo: dico, molto semplicemente, che la fretta è dettata oltre che dal bisogno di protezione politica come rassicurazione dei movimenti economico – borsistici, anche dal disequilibrio che ne avrebbero forze politiche che sono la sentinella di tutto questo, il primo avamposto di guardia.
Ormai il Partito democratico, preda di lotte e frapposizioni intestine, ha deciso di andare al congresso straordinario alla fine del mese di febbraio del prossimo anno. Si tratta di pochi mesi, è vero, ma si tratta comunque di un passaggio obbligato dopo la batosta ricevuta dal suo segretario – ex presidente del Consiglio.
Paolo Gentiloni sarà a breve nominato presidente del Consiglio incaricato, sonderà il terreno, sentirà le forze politiche, ascolterà quelle sociali e antisociali e poi, se ne avrà la forza numerica, formerà un governo che chiederà la fiducia ad un Parlamento ancora costituito da due Camere.
Colui, tra gli altri, che con Renzi voleva abolire l’elettività del Senato della Repubblica, sarà costretto tra pochi giorni a chiedere la fiducia anche a quella Alta Camera, quella mai scomparsa dalla scena politica italiana fin dai tempi della Roma repubblicana.
Non dobbiamo aspettarci un governo della discontinuità: anzi, questa parola non andrebbe nemmeno nominata in un tale frangente. A seconda di come avverrà la composizione del nuovo esecutivo, nemmeno una soluzione di continuità sarà un concetto esprimibile perché, semplicemente, non ve ne sarà.
Potranno essere cambiati metà dei ministri che sedevano nel governo Renzi, ma intanto il capo del governo sarà uno dei suoi uomini più fedeli e il suo ex ministro degli esteri: quindi un uomo con relazioni internazionali stabilite da anni, per dare proprio all’esterno, ai paesi europei e degli altri continenti, il segnale che qualcosa cambia, ma che possono stare tranquilli. Nessuna rivoluzione è all’ordine del giorno.
E’ un po’ come se il messaggio, traslitterato, modificato nella grafica ma non nel senso, dicesse: “Vedete, potete fidarvi ancora, siamo quelli di prima. Certo, Matteo Renzi non può più essere il direttore dell’orchestra. Il popolo ha fatto i capricci, ma il popolo non può mandarci ancora a casa. La legislatura continua.”.
Tutto nella norma costituzionale, formalmente parlando. Grazie al popolo.
L’unica giustificazione possibile per la formazione di un nuovo governo, evitando lo scioglimento delle Camere, è la necessità di rimediare al pasticciaccio brutto della diversificazione delle leggi elettorali che attualmente ci troviamo a commentare: un gentile lascito di quell’altro fallimento che è stata la controriforma costituzionale che, stragiurava Renzi, non era legata all’Italicum, ma l’Italicum ad essa invece lo era, eccome.
Tanto è vero che, bocciata la controriforma, ci ritroviamo con l’Italicum per la sola elezione della Camera dei Deputati e il vecchio Porcellum depurato dalle parti incostituzionali dalla Consulta per l’elezione del Senato.
Renzi ci lascia in eredità riforme che hanno ridimensionato i diritti sociali, percosso il lavoro riducendolo a variabile dipendentissima del mercato e dei bisogni profittuali dei padroni e, dulcis in fundo, uno stallo istituzionale.
L’appello che in questi giorni sta prendendo corpo per la costruzione di una legge elettorale proporzionale è di buon senso e ha una radice di affezione alla struttura democratica della nostra Repubblica che da tempo non si vedeva: solo l’equipollenza di ogni singolo voto rispetto ad un altro singolo voto è la garanzia della delega piena che un cittadino può dare nel momento in cui si esprime nelle cabine dei seggi.
Probabilmente questo appello non troverà grande ascolto: persino forze che si definiscono “popolari”, senza incasellarsi in “destra”, “centro” o “sinistra”, per calcoli elettoralistici, propende ad una estensione dell’Italicum anche al Senato.
Mediocri calcoli di bottega finiscono per avere la meglio sulle tanto declamate virtù di rivoluzioni popolari in nome dell’onestà estesa ad ogni campo delle vita pubblica. Non c’è nulla di male a cambiare idea sul tipo di legge elettorale che si vuole per il Paese; però un cenno di incoerenza non lo si può non ritrovare quando si passa repentinamente dalla proposta A diametralmente opposta alla B.
E, tuttavia, viviamo in questa imperfezione costante, tutta dedita al particolare piuttosto che all’universale, al bene comune.
Tutto procede… La crisi di governo va verso una probabile soluzione fotocopia rispetto al precedente governo e il Parlamento sarà ancora mortificato sotto le spinte singolari di ricerche di false egemonie popolari, per arrivare a Palazzo Chigi con l’impronta dei salvatori del popolo e con lo scopo di garantire chi l’una e chi l’altra sponda del mondo dei profitti.

MARCO SFERINI

11 dicembre 2016

foto tratta da Pixabay

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