Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino

Ma perché, Pinocchio, hai voluto a tutti i costi diventare un bambino? Perché il tuo spiritello magico che stava, non si sa come e perché, nel tronco di Mastro...

Ma perché, Pinocchio, hai voluto a tutti i costi diventare un bambino? Perché il tuo spiritello magico che stava, non si sa come e perché, nel tronco di Mastro Ciliegia, si è dimenato tanto per abbandonare la trasgressione, l’irriverenza, la disobbedienza, l’alterità e, dopo tante metamorfosi, è finito nelle sembianze di un umano e si è considerato così un “ragazzo perbene“?

Se anche ti facessimo questa domanda per cento o più anni, non ci potresti rispondere tu, non lo potrebbe fare Collodi e neppure tutti i grandi studiosi di un capolavoro della letteratura per ragazzi che è universalmente riconosciuto come tale.

Di sicuro è l’emblema di una toscanissima italianità del fare e dell’essere in un Ottocento bislacco, per certi versi tentato dall’astrazione di sé stesso, proiettato in una atemporalità che valica ogni immaginazione.

Pinocchio è la magia della congiunzione di miti passati, di straordinarie trasformazioni di dei in umani, di umani in semidei, di semplicissime figure di cui si innamoravano le altezze dell’Olimpo e che, a seconda della condiscendenza che mostravano nei confronti di questi alati ed elevatissimi sentimenti, venivano premiati con l’eternità dell’esistenza o con la dannazione altrettanto tale.

Il ciocco di legno è vivo! E’ questa la prima grande intuizione favolistica di Carlo Lorenzini. Rendere animato l’inanimato. E far parlare gli insetti, gli animali, dare loro tutte quante le caratteristiche umane: la saggezza al grillo, la furbizia meschina e l’astuzia truffaldina al Gatto e alla Volpe, l’oculatezza al Tonno, la fisionomia dell’interezza di un insieme di cose dimenticate o raccolte per mare al Pescecane.

E proprio nell’antro stomacico del grande mostro, che nella vulgata popolare subirà una involontaria mutazione nominalistica divenendo “la Balena” per antonomasia, c’è in parte il ricettacolo della saggezza e dei sentimenti ritrovati con la presenza di Geppetto. Il mare che inghiotte il burattino diventato ciuchino, liberato dalle sue sembianze bigie dai pesci mandati a divorarle dalla Fata dai capelli turchini, somiglia al cosmo traversato da Astolfo in groppa all’Ippogrifo, verso la Luna.

Pinocchio vuole ritrovare il babbo e sé stesso, il cavaliere di Carlo Magno, finito nell’iperuranio, ha come missione invece il recupero del senno di un Orlando smarrito, inconsapevole del suo furore. Ariosto e Collodi non si somigliano nemmeno lontanamente, ma c’è una certa somiglianza tra il grande poema rimasto all’ombra di altre grandi opere della letteratura italiana e il capolavoro del fiorentino moderno.

Del resto, le avventure del burattino sono una costruzione così ben congegnata di stili e di modi, di espressioni e di metafore, di allegorie e di sogni, di allucinazioni e di realtà, dall’essere quasi impossibile l’evitamento di un raffronto con i romanzi picareschi del passato, le epiche, i romanzi, le grandi odi come i piccoli racconti di cantastorie che prendono voga proprio nei secoli sempre più vicini alla presunta modernità del presente.

Capitolo dopo capitolo, scopriamo che Pinocchio è perfettamente a suo agio nel mondo degli umani. Lui, un pezzo di legno destinato alle fiamme di un camino, e salvato per puro caso da Geppetto che ne vuole fare un figliolo inanimato che gli tenga compagnia nella fredda e umida bottega in cui non c’è nemmeno un tozzo di pane e da dove entra una fiochissima luce del tardo mattino, lui è parte di questo mondo.

Non è una voce che vaga nelle tenebre. E’ quel tronco. Come se in esso vi fosse già la sua fisionomia, ma non ancora estrinsecata e data alla luce dallo scalpellare del falegname. Collodi ci lascia immaginare qualunque cosa, perché, salvo sapere che aveva conosciuto una volta un’intera famiglia di Pinocchi, del suo burattino non conosciamo altro.

Da dove venga quell’irriverente vocina di bambino che si prende gioco di tutti, rimarrà un mistero. Un mistero necessario perché è attorno a Pinocchio che tutto assume un significato: presi singolarmente, uomini, burattini, animali parlanti, circensi, ambulanti, truffatori, giudici e carabinieri, così come le dame di carità e gli osti manigoldi non riuscirebbero ad essere, neppure con la migliore delle volontà e dell’impegno letterari, un racconto fiabesco.

Somiglierebbero troppo alla toscanità ottocentesca e molto poco al paesaggio da fiaba che, invece, la magia pinocchiesca gli regala in tutto e per tutto. Dai comportamenti singoli alle relazioni sociali, il burattino che diventerà bambino per bene sa come parlare e cosa deve chiedere. Se vuole mangiare, se vuole bere, se vuole marinare la scuola ed andare a divertirsi al teatrino di Mangiafoco.

Là viene riconosciuto dai suoi simili: la signora Rosaura e Pulcinella urlano che è lui, è lui, proprio Pinocchio! Vuol dire che era stato già tra loro? Oppure fa parte di una ancestralissima memoria collettiva, di un tramandato della storia dei pupazzi di legno appesi ai fili che è impossibile umanamente indagare? Collodi ci fa trepidare ogni istante, ad ogni pagina del libro. Perché non c’è limite alla fantasia. Alla sua, ma anche a quella che sollecita nelle lettrici e nei lettori.

Non c’è limite a quello che il burattino può fare: corre come una lepre, guizza nel mare come un delfino, lo accoltellano, lo impiccano, ma non muore mai, anche se la Fata chiama a consulto gli illustrissimi Civetta, Corvo e “un” Grillo parlante per capire se Pinocchio sia ancora vivo oppure no.

Di Grilli parlanti ce ne sono anche oggi troppi. Ma pure nel mondo mezzo incantato di Collodi se ne trovano parecchi. La fiaba segue il suo intento: essere una lunga metafora per significare che i bambini buoni vengono premiati e quelli cattivi invece finiscono quasi sempre male. In prigione, all’ospedale, oppure come il povero Lucignolo…

La vis polemica contro il mondo che rende reietti e allontana, scansa e mette da parte chi non si adegua, è annoverata nel conteggio dei vagabondi, dei perdigiorno, degli sconclusionati. Non c’è redenzione per loro. C’è addirittura la morte. Eppure, Collodi, proprio con la fine di Romeo (il vero nome del ragazzo che trascina Pinocchio nel Paese dei balocchi), sembra voler dimostrare un po’ di compassione per quell’asino distrutto dalle fatiche e dalla fame.

Non possiamo rimproverare a Collodi una eccessiva stereotipizzazione specista nel contesto di fine Ottocento, per cui gli animali rappresentano con le loro peculiarità anche i vizi e le virtù degli umani… Ma possiamo comunque, alla luce della attuale e futura critica antispecista, guardare al Pinocchio come ad una metafora ancora più profonda e non certamente stigmatizzabile per l’accostamento che l’autore fa tra noi e gli altri viventi.

Il mito, la fiaba, il racconto sono, di per sé stessi incentrati sul multiformismo, sul cambiamento delle sembianze e su una intersezionalità ante litteram tanto delle esperienze esistenziali quanto delle vere e proprie fisicità che le rappresentano e che ci hanno tramandato i comportamenti peculiari di ciascuna specie: l’astuzia della volpe, l’infingarderia del gatto che è circospetto sempre e comunque; la saggezza del grillo che parla, parla e a cui Pinocchio riserva ben poche cortesie (almeno inizialmente); e poi l’obbedienza del Can-barbone, la lentezza della lumaca, la pignoleria saccente degli insetti e dei volatili.

Non c’è fantastacheria senza scambio di mentalità, di forma e di sostanza. Le sembianze devono per forza mutuarsi, scombinare le certezze, dare adito ai più fenomenali salti in alto di una fantasia che è l’eccellenza del libro, la sua potenza espressiva, la sua forza narrativa che ha oltrepassato i secoli. Non si contano le traduzioni, le edizioni, le riedizioni. Pinocchio è un classico, una fiaba immortale, uno dei libri che metteremmo al sicuro perché riscriverlo sarebbe impossibile.

Ma, in fondo, ogni forma d’arte è irripetibile e, per questo, va sempre preservata. E’ qualcosa che dall’apparentemente niente viene creata. E’ il frutto della meravigliosa coscienza umana che si produce nel suo più eccezionale protagonismo: depensarsi in quanto tale e astrarsi dalla realtà per raggiungere le vette del non-senso e, in qualche modo, legarlo alla fredda oggettività del quotidiano.

La fantasia ci fa sognare ma ci fa anche vivere al di là sogno, quando ci regala una serie di immagini che si accostano alle brutture dell’esistente, e si trasforma quindi in dialettica per la mente: l’esempio come motore di suggestione che aiuta a comprendere ciò che a volte non capiamo.

Il simbolismo è anche questo: una raffigurazione astratta del concreto, una stilizzazione delle forme per dare ai contorni una giusta dimensione che può essere tradotta nella pratica della vita che, se paragonata alla dimensione del pensiero, reputiamo qualcosa di più dell’evanescenza dell’impalpabile.

Pinocchio ci insegna che non di sola razionalità vive l’essere umano. Abbiamo bisogno di nutrirci ogni giorno di qualcosa di fantastico, per affrontare le difficoltà che incontriamo sul nostro cammino. Come il serpente che sbarra la strada al burattino, come una banda di malandrini che cercano solo soldi, oppure come il pescatore verde.

Collodi fa del suo capolavoro un trattato di etica per una società che dovrebbe avere un certo riguardo nei confronti dell’infanzia. Il racconto è rivolto anche ai piccoli, ma in particolare ai grandi.

E’ per tutte le età un insegnamento che, se all’inizio può sembrare il solito borghese redarguimento di un maestro di vita che sale in cattedra e stabilisce ciò che è buono e ciò che è cattivo, ciò che si deve e ciò che non si deve fare nei limiti di una società conformista e conservatrice, si rivela invece per essere un sincretico esempio di multiculturalità e di esempi da seguire o da rifuggire.

La fama del racconto trasvolò ben presto dal vecchio ai nuovi mondi, facendosi preambolo di una teatralità che dallo spettacolo di Mangiafoco traeva tutta la potenza espressiva, simbolica e quasi divinatoria di una sequela di scene iconiche che non potevano non rimanere impresse nelle menti più diverse dell’eterogeneità umana. Il Grillo Parlante, la Fata, il Gatto e la Volpe, la inquietante presenza dello spirito che anima il legno che prende le forme più varie…

Della favola di Pinocchio non resta quindi solo il protagonista a sovrastare tutto il resto. Gli si contornano comprimariamente tanti protagonisti che fanno del burattino irriverente, ribelle e furbescamente acquiescente il primus inter pares di una raffigurazione intima ed esteriore al tempo stesso della carezza che Collodi dedica alla sua terra, ad una Italia in erba, ad un fine secolo dove la miseria impera e dove il senso di giustizia è ancora più forte.

Pinocchio è, in fin dei conti, la favola del “non voglio crescere più“, del “voglio rimanere come sono“, del “non datemi ordini, non fatemi fare questo o quello“. E’ la favola del “voglio fare quel che mi pare” che è, se si mettono a confronto il burattino col suo amico Lucignolo, molto diverso dal contrasto che quest’ultimo prova nei confronti della famiglia, della casa, del paese, della società in cui vive.

Carmelo Bene colse questo messaggio collodiano a tutto tondo nel suo “Pinocchio“. Senza sbavature, senza distorcere nulla e inserendo dentro la rappresentazione di un teatro senza prosa, di una macchina attoriale che prescindeva da sé stesso e che diventava mille mascheramenti in uno e uno in altrettanti mille nella penombra di un buio che incedeva come contorno allettante della phoné prevalente ma non ingombrante, dirimente ma non, da sola, esaustiva della bellezza della trasposizione scenica.

Rimanendo fedele al testo di Collodi, CB lo emulò antifrasticamente, alterando i colori del racconto, delle voci e persino dei visi e degli indumenti. La magia del mondo pinocchiesco è un andirivieni di personaggi che, come nel libro, si susseguono senza sorpassarsi mai, ma quasi accatastandosi in un gioco di sopravanzamenti, quasi in una sorta di palleggiamento, di punto e contrappunto, regalandoci una vera e propria espressività genuina separata, o meglio liberata e strappata alla mera concettualità.

Non si può, dopo aver letto “Pinocchio”, non assistere alla non-teatralità beniana. E’ un regale che ci si deve fare. Un omaggio al burattino, a tutti i protagonisti di una delle favole più belle mai scritte nella storia di questo disgraziato mondo.

LE AVVENTURE DI PINOCCHIO. STORIA DI UN BURATTINO
CARLO COLLODI
RIZZOLI – BUR
€ 10,00

MARCO SFERINI

22 novembre 2023

foto: particolare della copertina del libro

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