«L’algoritmo Deliveroo discrimina i rider che vogliono scioperare»

Storica sentenza del tribunale del lavoro di Bologna contro l’app e il sistema del ranking reputazionale che classifica e mappa i turni

«Quando vuole la piattaforma può togliersi la benda che la rende “cieca” o “incosciente” e riservare un trattamento particolare ai rider» punendo «comprovate ragioni dotate di rilievo giuridico, prima fra tutte, ma non sola, l’esercizio del diritto di sciopero costituzionalmente garantito». È il passaggio decisivo dell’ordinanza di 24 pagine con cui la giudice del tribunale del lavoro di Bologna Chiara Zompì ha condannato Deliveroo per «condotta discriminatoria» nei confronti dei rider e della Cgil a cui dovrà pagare 50 mila euro.

Il pronunciamento assume ancora più rilevanza perché la giudice ne sostiene la valenza nazionale «tenuto conto della diffusione su tutto il territorio della condotta» nel quantificare il risarcimento.

La discriminazione è stata accertata «in relazione alle condizioni di accesso alla prenotazione delle sessioni di lavoro tramite la piattaforma digitale» attraverso l’algoritmo di Deliveroo, al tempo della presentazione del ricorso denominato Frank. Le confederazioni della Cgil – Filcams del commercio, Filt dei trasporti e Nidil dei precari – denunciavano l’impossibilità di scioperare mentre almeno un rider di Deliveroo – Antonio Prisco – ha testimoniato di essere stato declassato anche a causa «dell’astensione volontaria» dai turni e consegne «dalla seconda alla terza fascia» riducendo di moltissimo le sue entrate.

Il «ranking reputazionale» è il cuore del sistema con cui le app del food delivery gestiscono i loro «collaboratori» ed è «basato – scrive la giudice Zompì – sui due parametri della affidabilità e della partecipazione, nel trattare nello stesso modo chi non partecipa alla sessione prenotata per futili motivi e chi non partecipa perché sta scioperando (o perché è malato o assiste qualcuno) in concreto discrimina quest’ultimo, eventualmente emarginandolo dal gruppo prioritario e dunque riducendo significativamente le sue future occasioni di accesso al lavoro».

L’ordinanza è del 31 dicembre e chiude una fine anno molto negativa per la società guidata dal rampante Matteo Sarzana. Oltre che a dirigere Deliveroo, Sarzana presiede Assodelivery, associazione di imprese che a settembre ha firmato il «contratto capestro» con Ugl che ha mantenuto il cottimo e peggiorato le condizioni dei rider, con le denunce penali per estorsione presentate dall’associazione Comma2 – lavoro è dignità – ancora pendenti in molte procure. Oltre alla sollevazione di union, sindacati e governo, Sarzana ha dovuto subire l’onta dell’addio di JustEat da Assodelivery con l’azienda olandese che ha deciso di assumere i propri rider.

Nel corso del procedimento a Bologna, Deliveroo ha cercato di scappare sostenendo di aver cambiato il suo algoritmo – in realtà peggiorandolo rispetto alle questioni sollevate – ma avendo sostenuto che «Deliveroo non discrimina assolutamente», la giudice Zompì ha deciso di arrivare all’ordinanza che ora varrà anche per il nuovo algoritmo.

«L’ordinanza dimostra che le aziende come Deliveroo e tutta la cosiddetta economia 4.0 non sono diverse perché si gestiscono con un algoritmo, in realtà si comportano esattamente come le altre e discriminano chi sciopera – commenta la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti – . Si tratta una svolta epocale nella conquista dei diritti sindacali nel mondo digitale. Il provvedimento costituisce – continua Scacchetti – un fondamentale passo avanti nel percorso che ci vede da sempre impegnati nella tutela dei lavoratori dalla nuova economica digitale».

Ricordando anche la recente sentenza che a Palermo ha riconosciuto un rider di Glovo come dipendente a tempo indeterminato sempre dopo un ricorso della Cgil, Scacchetti osserva che «oramai siamo davanti ad una continuità nei pronunciamenti che unita alle posizioni critiche rispetto al contratto Assodelivery Ugl speriamo portino le aziende a prendere coscienza che è necessario modificare profondamente il loro modello organizzativo rispettando i diritti dei rider».

Su questo aspetto torna anche l’avvocato Carlo De Marchis che, insieme ai colleghi Matilde Bidetti e Sergio Vacirca, ha promosso il ricorso. «Si tratta di un provvedimento fondamentale senza precedenti in Europa ma io credo nel mondo perché se è vero che spesso un algoritmo è finito sul banco degli imputati si era comunque sempre arrivati ad un accordo tra le parti e mai ad una condanna».

Per De Marchis le conseguenze dell’ordinanza saranno soprattutto per le altre app di food delivery. «Glovo ad esempio usa ora un algoritmo molto simile a Frank e ancora più esasperato nel ridurre i tempi di risposta dei rider: è chiaro che se non interverrà modificandolo nel senso richiesto dalla giudice Zompì, noi come Cgil interverremo ai sensi della sentenza di Bologna», promette.

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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