No, non ci sono più le crisi di governo di una volta…

Virgilio ha scritto nelle sue “Bucoliche“: «Non canimus surdis». Detto antico, ma riferito più che altro non tanto a chi è non udente dalla nascita, quanto a chi ci...
Matteo Renzi

Virgilio ha scritto nelle sue “Bucoliche“: «Non canimus surdis». Detto antico, ma riferito più che altro non tanto a chi è non udente dalla nascita, quanto a chi ci sente molto bene e fa finta di non percepire le parole altrui.

Sulla preventivata crisi di governo, fatta di chiaroscuri al momento, di tratti che evidenziano ancora una volta come la bussola di certe forze politiche sia esclusivamente l’interesse privato in tutti sensi in cui lo si possa declinare nell’ambito di un discorso, di un contesto sociale, politico ed economico: il privato del proprio consenso elettorale; il privato della propria forza all’interno degli equilibri di una maggioranza parlamentare; il privato di quegli interessi che si intendono rappresentare e che, giocoforza, perché si tratta di interessi che sovrastano il bene comune, sono la quinta essenza del privilegio di classe. Della classe dominante, si intende.

Eppure, nonostante gli ammonimenti del grande poeta mantovano, la politica italiana si sta pericolosamente avviando su un cammino dove gli ostacoli che si frappongono all’interesse sociale si moltiplicano nel momento in cui è il singolare a prevalere sul plurale, l’uno rispetto al molteplice, la parte rispetto al tutto.

Il governo Conte è troppo poco liberista per Renzi che, quindi, conferma la natura politico-ideologica di una minuscola scissione del PD che ha una sua rilevanza soltanto per il ruolo parlamentare della pattuglia di deputati e, soprattutto, di senatori che ha seguito l’ex sindaco di Firenze. Perché la nobile arte della politica avrebbe qui un senso se almeno lo scopo dell’impostazione della crisi di governo fosse ispirato dalla sincera aspirazione a creare un nuovo luogo della rappresentanza: un centro ritrovato, rinnovato, che contribuisse a far deflagrare gli opposti schieramenti, ad isolare le destre sovraniste estreme e a permettere al Parlamento di ritrovare una vera stagione dialettica per la politica italiana.

Invece la ventilata minaccia di ritirare la delegazione di Italia Viva dall’esecutivo è minimalista, non segue sogni di gloria, ma pretende di far saltare il banco per cambiare anche il gioco, ma soprattutto il croupier. Sarebbe interessante apprendere, magari per divinazione o sortilegio, visto che nessuna lettura di quotidiano o parere di politologo disvelano questo arcano mistero, se davvero Confindustria, le élite finanziare e il mondo del capitalismo in crisi nel contesto pandemico puntino su Renzi per trovare una gestione differente della fase economica nell’ambito della rappresentanza istituzionale, del governo dei privilegi.

O se, al contrario, sia invece un atto di presunzione di Italia Viva quello di porsi a paladina di un rovesciamento dei rapporti di forza istituzionali in un momento in cui, non fosse altro che per evitare crisi che sovrappone ad altra crisi, chiunque sconsiglierebbe uno scioglimento delle Camere e un ricorso al voto.

Chi guida Italia Viva, a onor del vero, non ha mai dato brillante dimostrazione di saper comprendere tempi e modi dell’agire politico: il fallimento del renzismo, del mito della “rottamazione” è ben più evidente della complessità del ventennio berlusconiano o, persino, del sovranismo ipernazionalista e neofascista che ha tante contraddizioni in seno quante sono le sfumature di nero da cui è percorso.

Il tentativo di Renzi di sostituire una classe dirigente socialdemocratica e liberal-cattolica con un estremismo centrista fintamente di sinistra (e popolare), intriso di liberismo fino al midollo, è naufragato a suo tempo molto in fretta per l’impossibilità di una “reductio ad unum” di culture politiche non eliminabili con un mero cambiamento anagrafico e generazionale nelle postazioni tanto di partito quanto di governo.

La storia sociale e politica del Paese, per quanto sovrastrutturale possa essere giustamente considerata rispetto al fattore economico, non è così sottile da volar via al primo batter d’ali del rapace comparso nei cieli di un Paese allora in balia di un cambiamento geopolitico non trascurabile. Negli anni emergenti della del tutto apparente rivolta grillina, mentre a destra si ragionava su come recuperare il tempo perduto, mentre a sinistra invece si continuava a primeggiare tra minuscole primedonne, il trasversalismo pentastellato diventa il fulcro su cui poggia ampia parte del ceto medio del Paese e parte del mondo industriale.

E’ sempre qualche forma di pace-sociale che si va cercando da parte padronale: Renzi si aliena ben presto le simpatie popolari, disilludendo chi a sinistra pensava di aver trovato un giovane capace di ridare forza ad istanze progressiste sempre più marginali e non soddisfacendo chi invece da destra auspicava la trasformazione del PD in quello che sarebbe poi divenuta Italia Viva.

La crisi di governo che si fa avanti in questi giorni è figlia, ovviamente, di questo retaggio complicato di giochi di rappresentanze della politica in favore di un mondo economico prigioniero degli eventi più turbativi della globalizzazione neoliberista. E’ per questo che il governo Conte 1 non è riuscito a mantenere un equilibrio tra populismo e sovranismo: si trattava di due bombe ad orologeria, pronte ad esplodere al primo cambio di umore dell’elettorato. Quando ciò si è verificato e la Lega salviniana ha preso il posto, nella percezione popolare, del partito rivoluzionario al posto dei Cinquestelle, l’alleanza è deflagrata e il governo ha ceduto sotto questo peso.

Il soccorso renziano al nuovo asse liberale e populista PD-M5S è servito per la formazione dell’attuale governo ma, come c’era da aspettarsi, è divenuto, nel corso dell’anno e mezzo più duro per l’Italia e per il mondo intero, quell’arma a doppio taglio che potenzialmente era già all’inizio dell’esperienza del Conte 2.

Si dice ormai come adagio consuetudinario che un governo nuovo sarebbe certamente peggiore del presente. La massima ha una sua validità, e si conferma di volta in volta, per via del fatto che gli scenari mutevoli della politica italiana non sono poi così tali: si tratta per lo più di trasformismi, di rimescolamenti, di cambiamenti di posto all’interno delle aule parlamentari, ma non nasce nell’orizzonte sociale una nuova tensione politica che alimenti una speranza, che ridia voce ai drammatici bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici, degli studenti, dei pensionati e di tutto quel sottobosco di disagio che si allarga a vista d’occhio e che la pandemia ha contribuito ad aumentare.

Per quanto si possa essere critici nei confronti di un governo (e se ne ha motivo, visto che persino una timida proposta di patrimoniale una tantum è stata bocciata proprio dalla maggioranza…), affinché si possa condividerne la sostituzione con uno nuovo devono verificarsi delle condizioni di crisi dell’esecutivo che siano concrete, politicamente segnate da una lacerazione non artificiosa ma rispecchiante una frammentazione reale, riscontrabile sia nei rapporti interni alle istituzioni sia in quelli tra queste e l’elettorato, quindi la fonte dell’autorità e dell’autorevolezza degli organi dello Stato.

Queste condizioni di sostenibilità di una crisi di governo oggi non solo non si vedono in quanto tali ma, se anche esistessero, sarebbe necessaria una moratoria degli attriti e dei contrasti per far fronte almeno ai prossimi sei, otto mesi di emergenza sanitaria e sociale che ancora abbiamo davanti.

La pandemia non giustifica nessun accentramento di potere, nessun autoritarismo, nessun ricorso ossessivo compulsivo allo strumento della decretazione d’urgenza e personalistica con i DPCM. E’ vero. Ma è altrettanto vero che non può giustificare una crisi al buio, voluta per capriccio personale, per interesse di parte e di partito. Per quanto un governo possa sbagliare, l’opposizione che getta il Paese in un aggravio della crisi in cui siamo è senz’altro peggiore di qualunque errore commesso tanto dai ministri quanto dal Presidente del Consiglio.

Non è il momento della resa dei conti. Nemmeno quello dell’unità nazionale retoricamente tirata in ballo ogni volta che si vuole ridurre a più miti consigli chi scalpita per emergere o riemergere dalle sabbie mobili in cui si è cacciato. Ma è necessario che l’altezza della critica nei confronti del governo non si abbassi e che anzi si lavori, soprattutto a sinistra, per arginare due pericoli: un governo liberista a guida tecnocratica nella prima delle ipotesi e, nella seconda, un governo spiccatamente di destra, che unisca liberismo a sovranismo.

Entrambe queste prospettive sarebbero un colpo durissimo alla fragilità sociale che si riscontra oggi leggendo i rapporti dell’ISTAT, dell’OCSE e di altri enti che fanno annualmente bilanci molto icastici in merito.

No, non ci sono più le crisi di governo di una volta… E’ bene prenderne atto.

MARCO SFERINI

3 gennaio 2021

foto: screenshot

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