La produttività del sistema politico

Il 4 marzo 2018, all’incirca un anno fa, l’esito delle elezioni legislative generali fornì l’indicazione di apertura di una nuova fase per il sistema politico italiano. Andava in archivio,...

Il 4 marzo 2018, all’incirca un anno fa, l’esito delle elezioni legislative generali fornì l’indicazione di apertura di una nuova fase per il sistema politico italiano.

Andava in archivio, almeno in quel momento, il bipolarismo e si creava la possibilità di espressione per una nuova maggioranza di governo composta di due forze politiche che, negli anni precedenti, si erano opposte alla fase di austerità imposta dall’Europa e alla quale si erano acconciati i governi seguiti alle elezioni del 2013 , formati da forze concorrenti di centrosinistra e di centrodestra.

Nel frattempo, è bene ricordarlo sempre quando si tratta di tirare un bilancio delle più recenti vicende politiche italiane, il voto popolare aveva respinto a grande maggioranza il progetto di riforma costituzionale elaborato dal PD e la Corte Costituzionale si era incaricata di bocciare ben due sistemi elettorali, il primo con il quale si era votato nelle elezioni del 2006, 2008, 2013 e il secondo, invece, mai utilizzato.

Le forze politiche arrivate al governo con il voto del 2018 si erano collocate all’opposizione: la Lega fin dal 2011 avversando il governo Monti e il M5S dal suo ingresso nell’arengo parlamentare avvenuto con le elezioni del 2013.

 Il M5S aveva raccolto,nell’occasione delle elezioni del 2013, una larga messe di consenso accogliendo le diverse e anche contraddittore forme di dissenso presenti nel Paese sui temi più svariati riunificandole all’insegna dell’antipolitica, della lotta al ceto dirigente, all’Europa dei banchieri. Tutti temi che avrebbero richiesto una netta cesura “di sistema”.  La proposta del reddito di cittadinanza, da realizzarsi attraverso il deficit spendig avrebbe dovuto rappresentare l’emblema di questa rottura di fondo.

La Lega diventata “nazionale” e ormai identificata nella figura del suo nuovo leader attraverso un processo di esasperata personalizzazione, era riuscita a tenere assieme le antiche rivendicazioni autonomiste della sua base tradizionale con l’allargamento a tutto il territorio nazionale  attraverso l’enfatizzazione della contraddizione riguardante lo scabroso tema dei migranti; su queste basi era sortito un sorprendente 17%, insufficiente però a realizzare un progetto di governo di centro destra egemonizzabile da parte della Lega stessa.

Entrambi i soggetti, M5S e Lega avevano anche tratto beneficio dall’inserirsi nel fronte del “NO” nel già ricordato referendum costituzionale del dicembre 2016.

Da questo quadro molto complesso era così sortito un inedito “contratto” di governo all’interno del quale ciascuno dei contraenti avrebbe sostenuto l’altro a realizzare le misure – base considerate utili per soddisfare quegli impegni che pareva stare principalmente a cuore dei rispettivi elettorati.

Si tralascia, a questo punto, di entrare nel dettaglio del prosieguo di questa storia che, di elezione parziale in elezione parziale, è sembrata essere  segnata da un ribaltamento nei rapporti di forza tra i due soggetti di governo con un prevalere evidente della Lega .

 Di conseguenza ne è derivato il porsi del tema – a cavallo della scadenza elettorale per il Parlamento Europeo – di una riconsiderazione complessiva delle relazioni di governo.

Nel frattempo tante e complicate sono state le questioni poste sul tappeto. Non elenchiamo i temi in ballo, tutti li conoscono.

Il punto che questo intervento  intende sollevare riguarda, invece, il tipo di produttività che il sistema politico italiano è stato in grado di realizzare non tanto e non solo sul piano legislativo, nel corso di questo periodo.

Un’analisi da sviluppare, quella della produttività del sistema politico, ponendo una premessa: la produttività di un sistema politico è questione che non può essere semplicemente valutata attraverso la garanzia di consegna di poteri a livello popolare al fine di determinare un esito in termini di diritti.

Sotto quest’aspetto è necessario mantenere un interscambio: avere cioè flussi che vanno dal sistema politico all’ambiente sociale e “immissioni” che seguono l’andamento contrario dall’ambiente sociale al sistema politico.

Quanto appena esposto richiede una conformazione del sistema fondato su alcuni elementi che non possono essere ignorati: la pluralità nelle presenze politiche a livello istituzionale; il rapporto tra maggioranze e opposizioni nell’ambito del quadro parlamentare; la presenza di soggetti “forti” di intermediazione . Soggetti di intermediazione almeno sufficientemente rappresentativi della complessità delle istanze presenti nella società. Tutti elementi questi che nel corso degli ultimi decenni si è tentato di smantellare per affermare il concetto di governabilità maggioritaria che, oggi, ha trovato una sua vera e propria sublimazione nella “contrattualità di governo”.

In questo senso si tralascia anche, se non riferito per accenni, il grande mutamento avvenuto a livello di una società nella quale, per molteplici ragioni, si è verificato un fenomeno di vera e propria apertura di nuova fase fondata sull’egemonia di forme di vero e proprio egoismo soggettivo: in pratica quello che è stato definito “individualismo competitivo” accompagnato da una forma di  passivizzazione delle masse attraverso l’affermazione della cosiddetta “democrazia del pubblico” portata fino alla sua forma estrema di “democrazia recitativa”.

Un quadro quello appena delineato che ha condotto, dopo anni di distruzione di sostanza e di immagine politica, a un punto di vera e propria difficoltà nella credibilità del sistema .

Il sistema politico italiano oggi presenta (nonostante la voce grossa dei suoi protagonisti)  una situazione di fragilità congenita sia sul versante della rappresentanza, sia su quello della decisionalità.

Si ricorda, a questo proposito soltanto per inciso, il deficit accumulato nella funzione parlamentare attraverso l’uso “smodato”, da parte di tutti i governi, di decreti – legge e di voti di fiducia. Si tratta di situazioni poco avvertite soprattutto perché coperte dal coro dei “media”.

Ma da qualche parte (vedi “Limes” 2/19) si avanzano proposte di correzione istituzionale tendenti a fronteggiare questa evidente fragilità sistemica. Proposte che arrivano anche a modificare lo stesso ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Presidente della Repubblica che, si ricorda, rimane espressione del Parlamento e, di conseguenza, dei suoi equilibri.

Da questo punto di vista non si mai verificato un passaggio da una presunta Prima Repubblica a una fantomatica Seconda Repubblica (per non parlare della  futuribile Terza).

Due esempi, allora, di proposta per la modifica di ruolo e di compiti della Presidenza della Repubblica (tratti da Limes 2/2019):

1) allo scopo di affrontare il deficit di decisionalità si propone che il Capo dello Stato dovrebbe accompagnare la firma di ogni decreto legge con un messaggio sulla legislazione secondaria che esso implica. In un video rivolto ai cittadini, senza paura di annoiarli, il Presidente della Repubblica dovrebbe indicare i decreti attuativi contenuti nella misura da lui firmata e richiamare tutte le autorità coinvolte nell’attuazione;

2) allo stesso tempo, presso il Quirinale andrebbe costituita una struttura deputata all’attuazione delle politiche, perché la distanza tra annunci e realtà costituisce un rischio democratico, di divaricazione della rappresentanza, di dissoluzione dell’unità della nazione.

Proposte che non possono essere che intese proprio nel senso di un tentativo di affrontare proprio quella già richiamata debolezza del sistema ormai, in tutti i suoi attori, incapace di affrontare i nodi strutturali della convivenza politica, economica, sociale del Paese soprattutto all’interno del quadro internazionale.

In conclusione può essere il caso di ricordare i diversi ambiti di politiche pubbliche all’interno dei quali il sistema avrebbe il dovere di intervenire.

Sarebbe utile riflettere come, a partire dalle riforme costituzionali bocciate dal voto, al job act, alla “buona scuola”, al reddito di cittadinanza, alla facoltà di sparare, ai vari provvedimenti presi sul tema dei migranti (solo per enunciare i provvedimenti maggiormente pubblicizzati), sono stati affrontati questi ambiti d’intervento collegandosi anche a quanto, rispetto a ciascuno di essi, prevede la Costituzione:

a) politiche regolative. Finalizzate a delimitare le sfere di libertà privata e di autonomia individuale, includendo gli interventi con cui il sistema politico si fa garante degli accordi tra individui;

b) politiche giurisdizionali, volte ad assicurare la giustizia restituiva e retributiva, nonché la sicurezza dei diritti delle persone da cambiamenti ingiustificabili e arbitrari;

c) politiche redistributive, volte a garantire una maggiore giustizia distributiva nella ripartizione delle opportunità di accesso, diretto o indiretto, a risorse e servizi;

d) politiche di sviluppo, volte a promuovere lo sviluppo degli individui e la loro autonomia (esempio: le politiche educative e formative) e lo sviluppo materiale e culturale della società (ad esempio attraverso la produzione di infrastrutture

e) Politiche di welfare o assistenziali finalizzate a soddisfare alcuni bisogni degli individui e ad assicurare loro condizioni di vita minimamente dignitose;

f) politiche di riconoscimento: politiche volte a contrastare il pregiudizio e la discriminazione nei confronti degli appartenenti a gruppi sociali minoritari;

g) politiche di inclusione volte a favorire la partecipazione delle persone alla vita della collettività e all’esercizio del potere politico;

h) politiche estrattive volte ad assicurare al sistema politico le risorse, i servizi, il sostegno di cui necessita;

i) politiche organizzative volte a organizzare l’apparato pubblico in vista del perseguimento di specifici obiettivi.

FRANCO ASTENGO

13 marzo 2019

foto tratta da Pixabay

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