La “diversità” dei comunisti

La “diversità” dei comunisti è stata per molti anni oggetto di approfondite discussioni e considerata da più parti una delle ragioni per le quali il PCI, che continuava a...

La “diversità” dei comunisti è stata per molti anni oggetto di approfondite discussioni e considerata da più parti una delle ragioni per le quali il PCI, che continuava a rivendicarla, pur essendo un grande partito di massa era considerato con sospetto da ampi settori dell’opinione pubblica italiana.

Naturalmente il peso maggiore, nel costruire questa sorta di “aura del sospetto”, era rappresentato dalla collocazione internazionale all’epoca dei blocchi: un macigno così pesante che, ancora ai giorni nostri Federico Argentieri ha scritto, sulle colonne della “Lettura” del Corriere della Sera di domenica 18 novembre, come addirittura la scelta di Gramsci quale segretario del partito fosse stata imposta direttamente dai vertici del Partito Bolscevico.

Parliamo sia chiaro del congresso di Lione del 1926, svolto in clandestinità, e nelle cui tesi, scritte appunto da Gramsci, si trovano già elementi di quella che sarà la svolta del “partito nuovo” attuata al rientro di Togliatti in Italia nel 1944.

Però il punto del ragionamento che s’intende svolgere in quest’occasione non risiede in una questione di carattere ideologico bensì riguarda il modo di affrontare la vita e la politica da parte dei militanti comunisti qui in Italia, nel corso del dopoguerra.

A questo proposito nel libro di Filippo Ceccarelli “Invano, il potere in Italia da De Gasperi a questi qua” due spunti che possono essere citati a sostegno della tesi che si intende portare avanti:

La prima citazione è da Ernesto De Martino, il più grande antropologo italiano:

“Essere comunista vuol dire volgersi al mondo dei poveri e dei semplici, a quella parte di umanità che gli uomini cercano di mantenere fuori dalla storia e che vive orfana della nostalgia di una cultura che sta al di là del vago e del misterioso. Essere comunisti significa sentire la vergogna, anzi la colpa di tutto lo spirito che potrebbe essere e non è, di tutta la bellezza deviata, di tutta la verità rimasta a mezza strada, di tutta la vita morale soffocata, di tutta l’umanità e la cultura insediate a cagione del modo di esistere e della società”.

Il secondo richiamo è di Rossana Rossanda:

“C’era vera povertà, e quindi nessun “poverismo” o “poveraccismo” come orribilmente si direbbe oggi. I dirigenti erano vestiti con decoro. Quando viaggiavano erano ospitati nelle case dei compagni, che magari per una notte andavano a dormire in cucina. Non c’erano soldi per l’albergo e questo difese la politica da più d’un vizio”.

Si può dire allora che l’etica operaia imponeva ai comunisti di vivere con l’essenziale rinunciando a ogni forma di lusso.

Ci sarebbe poi un terzo punto da rammentare quello riguardante un altro punto distintivo della “diversità” comunista: la serietà e la rigidità degli studi a partire da quelli impartiti nella celebre scuola di Frattocchie.

Una storia, quella delle scuole di partito, mirabilmente raccontata da Anna Tonelli in un suo fondamentale testo, che può essere qui riassunta adesso soltanto riportando il motto della scuola: “Cognosce quod immutabis”, conosci ciò che cambierai.

Nelle scuole di partito si imparava anche ad abbandonare il personalismo, a superare la vocazione all’individualità, si comprendeva fino in fondo il valore della partecipazione collettiva.

C’è stato un momento di rottura in questo quadro: negli anni’80, infatti, l’Italia si avviò festante verso il consumismo come fattore decisivo di un’identità costruita sulla base della prevalenza dell’apparire sull’essere, come si diceva riassumendo sbrigativamente il tipo di cambiamento di costume politico che si stava verificando in quel momento.

Uno stato di cose che ebbe grande (e duraturo) influenza nello spostamento delle assi fondamentali sulle quali la politica era stata praticata fino a quel momento.

Ebbene nel momento in cui la società italiana si mosse nella direzione che si pensava indicasse il “regno del Bengodi”, specialmente essendo caduto il muro di Berlino i comunisti rimasero indietro, fermi alla contrarietà alla TV a colori e alla loro etica operaia, portando come insegna dell’alternativa la “questione morale”.

Fu quella l’affermazione di una “diversità” nella quale, in tutta sincerità, rileggendo oggi le pagine di quei tempi mi pare – soggettivamente – di dover indicare un personale riconoscimento addirittura di tipo antropologico, prima ancora che politico. Direi di più: un convinto riconoscimento antropologico di esaltazione della “diversità”.

Sicuramente ne derivava un’autosufficienza culturale che partiva dal Comitato Centrale e arrivava alle sezioni, ma si trattava di un dato positivo perché prefigurava senza sconti l’idea di una società non solo “diversa” ma alternativa.

Erano i tempi in cui stava per cadere il muro di Berlino: i Bot andavano a tre mesi, furoreggiava la moda dei fondi di investimento e Repubblica lanciava il gioco di “Portfolio”, il modello era fabbrichetta del Sciur Brambilla lavoro nero e straordinari fuori busta,si avviava l’ affermazione della precarietà come stile di vita, La pubblicità di Berlusconi raccomandava:“vai a casa in tutta fretta c’è il biscione che ti aspetta”, c’era chi andava in banca a sottoscrivere un mutuo per le vacanze.

Si adeguò a questo trend quella parte di gruppo dirigente del PCI che sostenne la “svolta”.

Svolta attuata di fretta all’insegna della ricerca del potere in quanto tale, sotto l’egida dello slogan “lo sblocco del sistema politico”.

Allora la rottura tra diversità e omologazione si presentò più evidente: baldanzosi e spericolati rovesciamenti di linea resero il disastro visibile e perfino lineare causando una spaccatura di fondo che spinse ai margini, fuori dalla politica e quasi dalla società, le masse che in quella “diversità” non solo avevano vissuto ma ne avevano fatto una ragione esistenziale.

L’area del “NO” alla svolta non comprese fino in fondo questo elemento, peccando di politicismo nell’elucubrazione del “gorgo” o nell’escatologia del proprio modello, senza difendere – appunto – la “diversità” dei comunisti nell’inalienabile intreccio tra vita e politica.

Nella caduta della “diversità” composta dall’etica operaia, dalla sostanza dell’essere nella politica, dalla rigidità (e nella classicità) degli studi, sono risiedute le ragioni di quella, che in un titoletto del libro già ricordato, è definita come “catastrofe”.

Una “catastrofe” che continua con le folle che idolatrano il Capo e urlano “onestà, onestà” pensando all’evasione fiscale e al reddito di cittadinanza.

Esito tragico di un’abdicazione del proprio essere si direbbe quasi di un abbandono esistenziale, di un suicidio politico di massa.

FRANCO ASTENGO

21 novembre 2018

foto tratta da Pixabay

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