La corte di Carlo Magno come comunità testuale

Storia medievale. La nuova biografia su «Carlo Magno» (Mondadori) della studiosa londinese utilizza una grande varietà di fonti: diplomi, capitolari, lettere, carmi, dediche...
Carlo Magno

Quando esce un nuovo libro su Augusto, Napoleone, Lenin o altri giganti della storia sui quali migliaia sono ormai gli studi in ogni lingua del mondo, la prima domanda è: cosa ci sarà mai di nuovo? Ogni tanto un recupero di fonti, una scoperta archeologica, un cambiamento di prospettiva o di metodo di indagine sembrano giustificare la nuova pubblicazione al di là degli anniversari e delle aspettative del mercato, sempre incuriosito dalle grandi personalità.
In questo caso Janet L. Nelson, emerita del King’s College di Londra, ci propone una ennesima biografia di Carlo Magno, che si aggiunge alle nobili fatiche di altri specialisti come Riché, McKitterick, Becher, Airlie, Fried, ai cimenti carolingi di medievisti più esperti di altri argomenti e a una lunga serie di divulgazioni più o meno utili. Carlo Magno Il ritratto del re e dell’imperatore (Mondadori «Le scie», e 35,00) traduce, in 720 pagine di formato medio, King and Emperor. A new life of Charlemagne (Penguin, 2019), che il retrofrontespizio italiano riporta col titolo dimidiato ma che, all’interno, l’autrice ricorda essere appunto «una nuova biografia».

La scommessa di Nelson è che «la personalità di Carlo possa essere indagata ben più di quanto sembri possibile a prima vista» e possiamo dire subito che si tratta di una scommessa vinta. La carta segreta è l’utilizzo della massima varietà possibile di fonti: dell’età carolingia ci sono arrivati 7000 diplomi, cioè documenti legali, di cui 164 dello stesso Carlo; un numero enorme di capitolari, cioè di atti legislativi articolati; un corpus immenso di lettere, cui si aggiungono negli ultimi anni ritrovamenti archeologici e un patrimonio poetico, che occupa 3200 pagine dei Monumenta Germaniae Historica, finora quasi inesplorato. Nelson non solo è fra i primi a impiegare testi sfuggenti e insidiosi come i piccoli carmi, le epistole metriche, gli inni e le dediche poetiche di evangeliari, ma quando usa le fonti canoniche come Cronache e Annali conferma una capacità di mettere a frutto i dati della trasmissione manoscritta assolutamente insolita.

Soprattutto, Nelson si rivela indipendente da cliché e mode, il che la rende insostituibile in un momento di forte pressione del conformismo intellettuale e mediatico. Questa biografia, fra le poche a presentare una narrazione lineare e continua dei 71 anni della vita di Carlo, è forse l’unica che, consapevole dell’antropologia dell’uomo medievale, concede uno spazio sia pur marginale alle dinamiche spirituali della persona e alla loro influenza sulle scelte politiche anche al di là del traffico di interessi (e degli usi coloniali della religione) che pure dobbiamo ricostruire, ed è sensibile ai movimenti emotivi rivelati dai testi poetici.

La resistenza ai luoghi comuni porta la Nelson anche a rifiutare preventivamente, e qui forse un po’ convenzionalmente, le etichette tradizionali di Carlo «Padre dell’Europa» e «Faro dell’Europa», certo abusate dalla retorica conservatrice otto e novecentesca, ma comunque espressione di autocoscienza dei testi di un’epoca in cui il concetto di Europa come spazio geo-politico era inedito. Questa abbondanza di documentazione è una conseguenza diretta proprio dell’impulso che sta alla base della rinascita o riforma (o rivoluzione, come si tende a dire negli ultimi anni) carolingia: l’ossessione per la scrittura, che rispetto ai secoli precedenti fa moltiplicare del 1400 % il numero dei manoscritti, fa proliferare centri di produzione libraria e biblioteche, pullula di decreti e atti giuridici, inventa anche la scrittura della musica, prima trasmessa solo oralmente, e santifica la testualità come unica forma di comunicazioni condivise dotata di lunga durata e oggettiva riscontrabilità. «Il livello di alfabetizzazione del regno di Carlo era maggiore di quello di qualsiasi regno medievale precedente» e raggiunse standard talmente alti da non poter essere mantenuti nei secoli immediatamente successivi.

Il cuore pulsante di questo movimento è la cosiddetta corte, la cerchia dei consiglieri di Carlo, che li reclutò con meccanismo di cooptazione internazionale fra le migliori personalità intellettuali che incrociava: longobardi, irlandesi, angli, visigoti di Spagna, franchi e sassoni, laici e chierici (o clericalizzati per poter loro assegnare un beneficio), una sorta di board ad assetto mobile che Peter Brown ha paragonato, svilendolo, alla tecnocrazia europea di Bruxelles. La sensibilità delle antenne storiografiche di Nelson è qui tale da mettere a frutto anche novità filologiche come una versione più lunga del carme 35 di Teodulfo di Orléans, scoperta solo pochi anni fa da Franz Fuchs, che rivela conflitti latenti nei diversi gruppi «etnici» di corte e allusioni maliziose a relazioni omosessuali (fra i rivali di Teodulfo e i loro allievi), probabilmente più frequenti di quanto i condizionamenti culturali abbiano lasciato emergere; e del resto le poesie di Alcuino di York, l’ideologo di Carlo, sono spesso citate nei siti di letteratura gay.

Molto di più si potrà ricavare se la perlustrazione di questa inesauribile miniera poetica sarà estesa ad altre zone finora sottoutilizzate. Ma già il riconoscimento che la corte carolingia è «una comunità testuale» potrebbe produrre un salto di qualità nella storiografia ancorata al documento.

La complessità della connessione di materiali tanto eterogenei e poco familiari si riflette in qualche piccola esitazione della veste italiana, dove càpita che il nome dello stesso personaggio sia tradotto in modi diversi nella stessa pagina o che alle citazioni in latino manchi o sia aggiunta qualche vocale o parola, senza nulla togliere alla gradevolezza e fondatezza di un testo scorrevole e coinvolgente, pur nella sua imponenza. La sfida è all’esposizione colorita e avventurosa della biografia di Johannes Fried: quella di Nelson assume un tono più professionale e «scientifico», ma è disseminata di sorprese e novità. Fra queste l’uso di lettere autentiche estratte dalle raccolte di modelli epistolari, come la missiva di Carlo alla moglie Fastrada per l’organizzazione di cerimonie propiziatorie di una spedizione militare, e la valorizzazione del Breve Commemoratorium recentemente pubblicato da McKormick, cioè il report della ricognizione effettuata in Terra Santa da due monaci franchi inviati da Carlo: ulteriore testimonianza di un’azione diplomatica che fiancheggiava quella militare e si estendeva dai bizantini agli emiri andalusi al califfo di Bagdad ai re anglosassoni.

In particolare Nelson enfatizza il ruolo strategico delle circolari politico-culturali: la celebre Admonitio generalis mostra l’intento di «raggiungere il più elevato grado possibile di ciò che, nell’attuale linguaggio accademico anglosassone, verrebbe chiamato outreach (coinvolgimento, diffusione), impact (risonanza) e knowledge-transfer (trasferimento di conoscenze ed esperienze)». Anche la solitamente trascurata Epistola generalis del 787 è illuminata come «primo manifesto» della riforma religiosa di Carlo attraverso la sua innovativa politica di apertura delle litterarum officinae.

Una attenzione alla bibliografia non solo anglofona o germanofona e non solo cartacea avrebbe forse ridotto il rischio di ignorare acquisizioni o interpretazioni in altre lingue o in altri media, come per i risultati degli scavi archeologici nella reggia di Ingelheim (esposti in uno spettacolare sito web) o le ipotesi sulla provenienza della biblioteca di corte (che Claudia Villa ha collocato in Italia) o le recenti letture del poema Karolus magnus et Leo papa, preziosa registrazione dell’incontro fra Carlo e Leone III che fondò il millenario paradigma Francia-Papato, oggi riscoperto da Donatella Manzoli anche come inaspettata galleria dello women power carolingio. Ma questo limite è in parte compensato dalla rinuncia esplicita e innovativa a qualsiasi proiezione teleologica, cioè all’abitudine post-hegeliana di leggere e valutare i dati di un’epoca in base agli sviluppi successivi: uno strappo che, se può allentare i collegamenti fra epoche e strutture, concede però un’autonomia finora latente a personalità e fatti che credevamo di conoscere e che ci appaiono improvvisamente diversi.

Poesia e musica ci aiutano ad acquisire uno sguardo nuovo, come si può vedere e ascoltare nel sito web del Corpus Rhythmorum Musicum, dove risuonano le note del Planctus ritmico di Bobbio per la morte di Carlo con cui si chiude questa biografia.

FRANCESCO STELLA

da il manifesto.it

foto tratta da Wikipedia

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