Il papa della “pace sociale”

Francesco mi è simpatico. Molto. E’ uno spontaneista: per lui il contatto con il popolo è la chiave che apre tutte le porte alla comprensione del suo ministero e,...

Francesco mi è simpatico. Molto. E’ uno spontaneista: per lui il contatto con il popolo è la chiave che apre tutte le porte alla comprensione del suo ministero e, quindi, torna ormai da anni ad avvicinare alla gente una Chiesa che se ne era allontanata con le elucubrazioni teologicamente glaciali, da Controriforma tridentina di Joseph Ratzinger.
Francesco è simpatico, ma non possiamo pretendere dal papa una visione marxista della società, quanto anche Francesco si sforzi di apparire di più quasi un teologo della liberazione piuttosto che un gesuita arrivato al soglio pontificio dopo l’epoca di Ratzinger, del relativismo messo al bando, dell’ortodossia cattolica, della ritorno alla tradizione ecclesiastica tutta curiale, romana.
Francesco ha rotto questi schemi, ha tracciato una linea di separazione che metteva la Chiesa cattolica su un piedistallo, pronta a giudicare piuttosto che mostrare una immagine di sé vocata al sociale, vicina alla gente disperata, povera, oppressa. L’esatta funzione che deve avere la religione e il potere che la interpreta in terra: l’organizzazione ecclesiastica.
Tutto ciò include la persona del papa e anche la sua “personalità”, ma in parte è la stessa Chiesa cattolica ad aver dovuto fare i conti con un pontefice che ricorda molto la popolarità di Giovanni XXIII in quanto a vicinanza alle esigenze sociali, ad un accarezzamento della giustizia sociale medesima.
Per questo, probabilmente, il conclave ha scelto Bergoglio: per rimettere la Chiesa cattolica al centro della vita delle persone che sopravvivono e far sentire loro più forte il bisogno di aggrapparsi alla religione piuttosto che alla lotta di classe.
Non esiste più, almeno per il momento (e sembra un momento che si trascina ormai da tempo e che rimane un attimo molto, molto lungo), una speranza laica che arriva da una critica della società esistente fondata su dati scientifici: il movimento comunista ha perso la sua lotta di egemonia culturale in questi decenni, è stato scalzato via prima dal pensiero unico del mercato capitalistico e, parimenti, quando gli eccessi del liberismo, fenomeno tutto interno promosso dal capitale, sono diventati evidenti, ecco che la Chiesa cattolica è intervenuta mostrando di essere critica verso un’economia che uccide la gente, che stritola i popoli, che li tritura nei massacri bellici, nei mercimoni schiavistici di mezzo mondo: tra fenomeni tribali e fenomeni di grandi migrazioni.
Per questo i lavoratori dell’ILVA di Genova hanno trovato nel papa un “leader politico”: perché Francesco oggi è l’unica potente voce che, senza mezze misure, osa contestare i dogmi del liberismo sfrenato. Fino ad un certo punto.
Il papa non dirà mai che gli imprenditori vanno espropriati del loro privilegio di detentori dei mezzi di produzione. Dirà, come ha detto, che “sono dei buoni imprenditori se anche loro lavorano, se essi stessi sono lavoratori”.
E’ un capolavoro di semplicità nel capovolgere il ruolo del padrone: è come il lavoratore; ha qualche responsabilità in più ma, in fondo, è un “buon padrone” se non licenzia i dipendenti quando la fabbrica è in crisi. Se li licenzia è “uno speculatore”. La politica dei licenziamenti per Bergoglio è, giustamente, stigmatizzata in questa espressione di condanna: “speculazione”.
“Bisogna incoraggiare chi crede nel lavoro e non chi specula”, sostiene il papa davanti ai lavoratori dell’ILVA. Ma il padrone non crede in nessun lavoro, crede solo nelle fette di mercato che può occupare ed è pronto da un giorno all’altro a convertire la produzione, a riequilibrare i conti con i licenziamenti non perché è cattivo ma perché è il suo “mestiere” nel sistema capitalistico.
Bergoglio ammonisce che questa, allora, è speculazione. Chi licenzia è uno speculatore. Ma chi non licenzia non diventa “virtuoso”, il “buon padrone”. Si tratta sempre di uno sfruttatore che, a differenza di altri sfruttatori, fa una politica aziendale differente, si trova in contingenze di concorrenzialità magari differenti e, pertanto, non licenzia.
Attribuire un valore etico alla figura del padrone è tale e quale volerla attribuire ad un moderno lavoratore proletario: nessuno dei due è buono o cattivo per definizione. Il padrone non è un concetto etico e così, parimenti, non lo è l’essere un lavoratore.
Sono ambedue funzioni del sistema capitalistico. Non può non essere così in questo sistema economico. Bontà e cattiveria sono frutto di un giudizio etico impossibile da attribuire a due funzioni che nulla hanno a che vedere con i valori che di volta in volta assumiamo in base alla coscienza.
E la coscienza umana non è soltanto emanazione di un “animo umano” interiore, della nostra “psiche”. La coscienza si forma con l’esperienza sociale, con lo stare nella società. Per questo le parole del papa sono importanti ma pericolose: importanti perché mettono i padroni (gli imprenditori) davanti a determinate responsabilità che molto spesso pensano di eludere con fin troppa disinvoltura; pericolose perché sono una interpretazione non sociale, non critica verso l’origine che genera il padronato, ma si fermano un poco prima: accettano questo sistema affermando che va moderato, regolamentato, meglio diretto. Che serve una nuova “pace sociale” tra capitale e lavoro, tra padroni e lavoratori.
Del resto, potrebbe sopravvivere la religione in un mondo dove la coscienza umana non avrebbe più tanto da tormentarsi in merito alla sopravvivenza materiale dei corpi?
Sparito il capitalismo, qualora fosse sostituito da una società di federati produttori, senza più profitti, merci, sfruttamento di ogni tipo, come potrebbe la Chiesa cattolica promettere il paradiso mostrando l’inferno che non si vivrebbe più sulla terra?
Certo, dubbi, enigmi, timori e aneliti di conoscenza dell’inconoscibile sarebbero sempre presenti nell’essere umano: anche nel lavoratore – produttore del post-capitalismo. Ma sarebbero dubbi e interrogativi filosofici, discussioni che animerebbero, insieme a tanti altri, le giornate di una umanità non più attorcigliata sui suoi drammi quotidiani: terrorismo, guerre, fame, miseria, disoccupazione, precarietà.
Per questo le parole di Bergoglio sono belle, dolci, suonano come un monito quasi keynesiano ad un padronato arrogante e presuntuoso che vuole arricchirsi sempre più senza nemmeno lasciar cadere qualche briciola dal tavolo dei dividendi. Ma non sono la teologia della liberazione. Non sono nemmeno quel comunismo che nei Vangeli, se letti attentamente, viene fuori dall’uomo-Gesù, dalla sua natura di ribelle verso ogni ingiustizia, verso il potere statale dell’Impero romano, verso la casta sacerdotale che lo manderà a morte sobillando il popolo, verso i mercati i cui banchi rovescerà proprio all’interno del Tempio.
Ciò non toglie che si può credere in dio. Nulla lo vieta. E in tempi di assenza della sinistra, meno male che un papa come Francesco sostituisce il riformismo inesistente del progressismo italiano. La debolezza nostra, di quelli che molti si ostinano a definire “gli ultimi comunisti”, la si legge anche nelle parole del papa, nel sostituirsi abilmente ad un esercizio di critica sociale che non rinasce, che non si riprende il suo giusto posto tra i lavoratori, i precari, i disoccupati.
In tempi di vuoto a sinistra, anche il papa, soprattutto uno abile come Francesco, fa la parte del “comunista”. Ma state tranquilli: non lo è e non lo potrà essere mai.

MARCO SFERINI

 28 maggio 2017

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