Il Labour al crocevia della Brexit

Intervista al giornalista politico Paul Mason. «Il corbinismo è finito. Siamo nel mezzo dell’elezione per il leader. Tsipras in Grecia insegna che bisogna aprirsi al radicalismo, ma non cercare di rivoluzionare la macchina dello stato, la polizia, l’esercito. È una lezione che la sinistra deve imparare in tutti paesi»

Paul Mason è un giornalista, autore e commentatore politico inglese. È stato caporedattore economia a Channel 4 News e alla Bbc. Il suo ultimo libro è Il futuro migliore, edito in Italia da Il saggiatore. Gli abbiamo chiesto un commento a freddo sulla sconfitta del partito laburista e sul futuro della leadership al crocevia Brexit.

Per citare un oscuro rivoluzionario russo, che fare adesso con il partito laburista?
Questa è la peggiore sconfitta del Labour dal 1935, i conservatori sono stati capaci di formare una nuova alleanza sociale in molte piccole città operaie nel segno di un conservatorismo liberale sintesi tra il moderatismo della destra Britannica e la nuova destra plebeo-populista dello Ukip, (4 milioni di voti alle elezioni europee del 2014), poi diventato Brexit Party, (che aveva raggiunto il 27%).
Sono riusciti a unire la destra e l’estrema destra in quello che, per dirla con Hannah Arendt, era stato il nazismo negli anni Trenta: un’alleanza temporanea tra l’elite e la marmaglia.
Il Labour stava ancora combattendo una vecchia battaglia contro il neoliberalismo quando il nemico principale non era più il capitalismo globalista neoliberale ma i Salvini, i Trump, i Johnson, i Farage. Questo soltanto metà del corbinismo l’aveva capito, un’alleanza progressiva orizzontale affine a Podemos.
Io ero a mia volta in linea con Syriza. Quello che avremmo dovuto fare era costruire un’alleanza sociale assai più ampia tra la sinistra e la sinistra liberale.
L’altra metà del corbinismo era fatta di un sinistrismo ortodosso che rifiutava di accettare la nuova realtà. Dunque per circa un anno il corbinismo è stato meno della somma delle sue parti, due fazioni: quella di cui faccio parte, aperta, globalista, socialmente liberale, preoccupata dal cambiamento climatico. E un gruppo residuale degli anni Settanta di cui vi sono equivalenti in ogni paese: in Spagna con Izquierda Unida, i comunisti del Bloco in Portogallo, il vecchio Kke greco. Jeremy si è dimostrato un leader mediocre nel gestire quel problema. Aveva promesso miliardi extra di spesa pubblica, ma se il marchio di fabbrica della sinistra è offrire qualche miliardo in più dei conservatori per i servizi pubblici non si va da nessuna parte.

Dunque il partito è stato incapace di negoziare l’internazionalismo con il nazionalismo.
Il Labour non è stato mai particolarmente internazionalista. Ma la sua nuova base è composta da persone che vivono in città e con un’istruzione superiore. Per loro internazionalismo significava stare in Europa. Hanno a cuore la libertà di movimento, la solidarietà e la tolleranza con i migranti.
Il problema era che c’è un gruppo di elettori d’accordo su questo, ma il cui attaccamento al Labour è molto fragile. Abbiamo perso qualcosa come 800mila voti andati ai conservatori, i cosiddetti elettori del leave. Hanno votato per uscire dall’Europa, ma poi hanno votato laburista nel 2017, infine sono passati ai conservatori nel 2019. Questa è probabilmente la ragione principale della sconfitta; la seconda è che abbiamo perso un milione e 400mila elettori andati ai liberaldemocratici, che volevano rimanere in Europa.
I libdem sono stati visti come i difensori più affidabili di questa forma d’internazionalismo, ma a causa del sistema elettorale britannico non hanno vinto neanche un seggio. Per il Labour è stato un altro milione di voti buttati. Questi elettori non si preoccupano più di fedeltà al partito, ma di valori. Era diventata una battaglia di valori, mentre il Labour cercava di combatterne una sui programmi economici.

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LEONARDO CLAUSI

da il manifesto.it

Foto di Tumisu da Pixabay

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