E’ vero: non possiamo più aspettare

Se c’è un sindacato ancora legato alla protezione degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici è la Fiom: nessuno può negare che questo rapporto sia corrisposto non solo dall’ampio...

Se c’è un sindacato ancora legato alla protezione degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici è la Fiom: nessuno può negare che questo rapporto sia corrisposto non solo dall’ampio settore del mondo del lavoro che rappresenta ma anche da un altrettanto vasto ambito della sinistra italiana, in tutte le sue componenti in diaspora, in dispersione, in esilio coatto o volontario.

La manifestazione del 18 giugno ha sottolineato programmi importanto per la rinascita proprio di una tensione sociale democraticamente espressa, riproposta con la messa al centro dell’agire politico della Costituzione repubblicana e dell’espressione dei suoi valori nei più rilevanti quanto nei più subordinati valori che la uniformano.

Lavoro, diritti sociali, diritti civili, cittadinanza, sono temi che ogni giorno vediamo sul banco della contrattazione politica parlamentare, svenduti dai peggiori Esaù di questi tempi. La politica del baratto incivile delle garanzie e delle protezioni dei più deboli della nostra società deve fare i conti oggi con la rivolta contro la delega parlamentare, contro il crescente astensionismo che mai aveva toccato punte così elevate come nelle ultime amministrative in Friuli Venezia Giulia.

Non c’è più nessun soggetto politico che possa dirsi vincitore se non la parte che si rifiuta di entrare nel gioco sporco di una partita truccata elettoralmente e, per questo, falsata con consapevolezza sia dal PD che dal PDL e accettata, in questo continuo barare, anche da chi dice di voler buttare tutto all’aria e ricostruire le istituzioni dal basso.

La mancata consapevolezza dell’importanza della politica e il suo rifiuto sono propri di chi ha fatto indigestione di un sistema che ha abusato della pazienza della gente e ha travalicato ogni limite. Altro che Catilina, altro che Cicerone. Qui non c’è persona che possa fare la morale ad alcun profittatore delle regole istituzionali per interessi privati.

“Fino a quando” si è trasformato in “Ormai sappiamo che abusi della nostra pazienza”. E il nome del soggetto aggiungetelo a piacere, troppi ve ne sono a concorrere a questa ignominiosa carica di sfruttamento del pubblico per il proprio interesse soggettivo e privato.

Se la Fiom ha dimostrato qualcosa, ebbene questa dimostrazione sta proprio nel capovolgimento di questo orizzonte, di questa visuale tutta singolare, proponendo una rottura non intransigente, ma necessaria, irrimandabile e che la sinistra italiana dovrebbe cogliere al volo per mostrare le banalizzazioni del qualunquismo grillino, le pericolose deviazioni del Partito democratico tutto proteso all’obbedienza nei confronti dei banchieri di Bruxelles e dello schema di protezione dei capitali da una crisi che li divora, e infine tornare a mettere in bella evidenza il pericolo eversivo – del tutto mai scomparso – del berlusconismo sia di vecchia che di nuova data.

Guglielmo Epifani, neo segretario del PD, traghettatore verso il congresso della resa dei conti (ma quale congresso oggi non si è trasformato in un redde rationem?), afferma che la vera sinistra non scappa dalle responsabilità, che rimane e si sporca le mani.

Sporcarsi le mani va anche bene, ma lordarle fino al renderle praticamente indetergibili è una violenza al proprio corpo politico. Le parole di Epifani possono essere facilmente tradotte: “Non mi piace la sinistra che fa la sinistra e che si assume i problemi della povera gente, dei lavoratori e dei migranti, di tutti quelli che si tirano un colpo in testa perché non sanno più come campare… Non mi piace la sinistra che fa la sinistra. La sinistra deve essere trasversale e pensare anche al capitale…”. Non c’è più scampo… Il PD è irricevibile, irriformabile.

Tanto si deve a chi pensa ancora che vi sia un varco per riportare il Partito democratico al di là del pericoloso confine oltrepassato con l’abbraccio mortale sancito dal patto con il PDL per la nascita del governo Letta.

La piattaforma espressa dalla Fiom deve servirci a ricostruire un blocco sociale degno di questo nome, riproponendo a tutto il mondo progressista italiano la sintesi necessaria per far crescere sul piano politico e anche su quello sindacale la “diversità” che è stata dimenticata e posta in ultima fila in questi anni, rispetto alla conformazione che anche una certa ex-sinistra ha progressivamente cercato e accettato per gestire da Palazzo Chigi le contingenze che il sistema portava avanti.

In nome della governabilità sono stati prodotti i peggiori orrori istituzionali e, di riflesso, economici: si sono fatte leggi elettorali squalificanti la democrazia rappresentativa; si è dato vita a governi privi di un reale consenso parlamentare, costruiti con artefatti, tenuti in piedi da improbabili geometrie di palazzo che hanno allontanato la politica dai cittadini e viceversa.

Ma, più grave di ogni altra cosa, la “cosa pubblica” ha ceduto ogni sovranità che le rimaneva e ha volutamente scortato le ingerenze del capitale dentro gli interessi sociali, civili, democratici di questo Paese.

Una delle responsabilità più alte risiede proprio al Quirinale e ci vorrà molto tempo per riconsegnare la Repubblica a sé stessa, visto che oggi è in balia di un esecutivo che tutto è tranne che un luogo di esecuzione di leggi fatte per la tutela sociale e civile della popolazione.

Il mercato ha vinto su tutti i fronti, ma la Fiom con Maurizio Landini ci ha ricordato che ci siamo ancora e che quindi è possibile rimettere in moto un meccanismo di scala mobile per la sinistra prima ancora che per i salari (che pure ne avrebbero bisogno…): a maggior aumento della crisi, maggiore aumento della forza della sinistra.

Come non vedere che questo è il messaggio del vero sindacato italiano rimasto in massa a difendere i lavoratori e le lavoratrici tutte, non solo i metalmeccanici. Come non vedere che la critica sociale, quella anticapitalista, la forza di una lotta di classe rimane ancora attorno solamente al sindacato di Landini?

Come eludere tutto questo nel necessario momento di ridare vita ad una sinistra italiana che non viene considerata utile dalla gente e che non viene percepita come elemento di separazione tra il giusto e l’ingiusto per quanto riguarda la rivendicazione dei diritti del lavoro e il ripristino di una diga a difesa di quei tanti diritti che sono stati cancellati e sostituiti con le deroghe ai contratti e con la destrutturazione progressiva del potere di acquisto e la conseguente contrazione della domanda?

E’ il tempo per accorgersi di tutto questo e fare della Fiom l’esempio da cui trarre nuova forza, volontà e impegno.

Le nostre formazioni politiche devono essere messe al servizio di questo importante, storico progetto e devono far parte di un rinnovamento complessivo che scarti ogni ipotesi e tentazione di formazione di cartelli meramente elettoralistici.

Ha ragione Fausto Bertinotti quando ci propone un cambiamento di osservazione del posizionamento della sinistra oggi in Italia: non deve essere rivolto al voto questo sguardo. Le elezioni oggi non sono il passaggio che ci consentirebbe di ritornare ad essere per le nostre genti un soggetto protagonista della fase. Oggi la nostra prima mossa deve essere quella di essere un passo indietro per farne due avanti (citando il caro vecchio Lenin).

Fino ad ora abbiamo provato, nella crisi della politica, a fare due passi avanti e siamo cascati ripetutamente. Mille motivazioni, in oltre cinque anni, ci hanno consegnato all’angolo della vita politica e sociale italiana.

Ma se davvero vogliamo ritornare protagonisti e ritornare ad incidere in qualche maniera e misura, non possiamo più inventare nulla, ma dobbiamo rinunciare all’esistente per creare non una novità politica, ma una risposta ad una necessità di cui i cittadini non hanno più coscienza, che hanno dimenticato presi dal qualunquismo di facile interpretazione ma di breve respiro sul terreno dell’analisi e della proposta sociale che ha anche, tra l’altro, decretato il tramonto del bipolarismo che si è definitivamente incrinato con l’ultimo voto politico.

La fine del bipolarismo è, nel marasma generale e nella conclusione di un epoca, forse l’unica buona notizia che si riesce ad evidenziare senza dover trarre bilanci troppo distruttivi e nefasti per il futuro. Al peggio non c’è mai fine, si usa dire.

Ricostruire la Sinistra Italiana partendo dalle indicazioni che ci sono giunte dalla Fiom, rimettendo al centro la contraddizione tra capitale e lavoro, facendo risorgere una coscienza sociale diffusa, è la migliore risposta e la migliore smentita – in questo particolare frangente storico – all’antico adagio popolare.

MARCO SFERINI

21 maggio 2013

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