Difficile partita per il futuro dell’Italia

Alla vigilia ormai del 18 Aprile, data in cui inizieranno le votazioni per il nuovo capo dello Stato, la condizione, prima che politica, psicologica del Paese resta molto delicata...

governissimoAlla vigilia ormai del 18 Aprile, data in cui inizieranno le votazioni per il nuovo capo dello Stato, la condizione, prima che politica, psicologica del Paese resta molto delicata e instabile. Allo stallo apparente seguito al voto di febbraio fa da contraltare una situazione politica e sociale mai così mossa in passato. D’altra parte non avremmo avuto il risultato elettorale che sappiamo (con la maggiore mobilità del voto mai registrata in Italia) se non fossero in movimento, anche febbrile, interessi aggregati e blocchi sociali.
Segnali di questa mutazione, quasi un caotico trasloco da un aggregato all’altro, erano evidenti da tempo. Non è solo l’effetto della crisi verticale dell’equilibrio di un Paese troppo a lungo ingessato. C’è un vento, insidioso ma aperto a diversi sbocchi, che arriva dal mondo. E’ come se in questi ultimi anni si stesse concentrando insieme una miscela esplosiva fatta da tutte le contraddizioni per tanto tempo irrisolte. Si capisce questo se si guarda ai tanti eventi che, l’uno a ridosso dell’altro, attraversano in questo tornante storico il Pianeta. Naturalmente la fase magmatica con cui questo passaggio si esprime lascia a tutti gli interessi e le forze in campo la possibilità (forse l’illusione) di poter volgere l’esito della partita a proprio favore. Tutti gli attori in scena (popoli, poteri economico – finanziari, grandi istituzioni) sembrano accomunati da una stessa idea, quella di un fallimento ormai irreversibile dei sistemi economici e politici e della loro sostanziale iniquità e insostenibilità.
Il percorso da intraprendere per cambiare può illusoriamente apparire, per questo motivo, relativamente semplice, ma basta entrare anche solo un po’ nel merito di direzione di marcia e contenuti per capire che questa possibilità di cambiamento univoco non c’è e che semmai si riproporranno, certo probabilmente in termini del tutto inediti, le condizioni di un conflitto. In questo quadro il panorama italiano appare, pur con le sue peculiarità, segnato esattamente da questi stessi tratti.
Alla perdita di ruolo del lavoro dipendente come asse portante, anche morale, dell’ossatura del Paese si era sostituita da tempo un’ articolazione che ha scomposto la precedente egemonia. Abbiamo visto affacciarsi in questi anni pezzi di blocchi sociali in formazione (i piccoli imprenditori del nord est, l’area del lavoro pubblico, i soggetti sociali della dipendenza meridionale, altre figure anche nuove emerse dai caratteri inediti che è andato assumendo il mercato del lavoro). In queste ore sembrano emergere i segni di una nuova egemonia che segna anche la protesta. Piccoli imprenditori e loro dipendenti, commercianti, artigiani, cui si collegano, come sempre avviene quando si salda un blocco sociale composito trainato però da un soggetto più forte, anche altri settori, dai disoccupati di più lunga durata ai giovani precari o inoccupati.
E’ il blocco sociale, a ben vedere, che prendendo sempre di più le distanze dalle diverse sinistre si è riconosciuto nel voto di Febbraio parte nel centro destra parte nei cinque stelle. Lo stesso grumo sociale che aveva portato meno di due anni fa un sindaco come De Magistris alla guida di Napoli e che, non a caso, è oggi scatenato contro la sua gestione (peraltro immatura e priva di un forte profilo sociale e culturale). Un grumo sociale che a Napoli si ritiene il vero “proprietario” di quella vittoria alla quale non ha visto seguire realizzazioni che erano nelle sue aspettative. Non mi sembra un caso che proprio mentre nelle strade di Napoli sfilano a migliaia (non per chiedere come tante volte in passato provvedimenti alle istituzioni, ma direttamente per cacciare il sindaco), fanno di nuovo notizia suicidi di imprenditori, e il capo di Confindustria lancia l’allarme sul Paese al collasso. E’ il segno – che proprio da Napoli per paradosso si vede meglio – di una centralità e una egemonia conquistate da una borghesia che ha questi caratteri più popolari e” plebei”, anche per questo capace di saldare intorno a se ceti sociali investiti dalla recessione e la crisi. Tutto questo ci dice che si fanno illusioni sia tutti quelli che pensano che le cose ritorneranno in tempi brevi “al loro posto”, sia quanti sperano di cavalcare con troppa spregiudicatezza quest’onda pensando che possa, infine, avere uno sbocco a sinistra.
Per questo la situazione nella sfera politica è attualmente bloccata. L’idea giusta ma debole che si possa fare un governo di “cambiamento” mettendo insieme la sinistra parlamentare e i grillini è proprio con questa dimensione complessa della scomposizione di aggregati sociali che è in atto che cozza. E’ il parto, in fondo, di una visione troppo politicista che coglie essenzialmente le strategie destabilizzanti di Grillo e la navigazione parlamentare accidentata dei suoi eletti.
Se questo, pur auspicabile, governo fatica a nascere è perché non c’è nel cuore profondo dell’Italia un’ alleanza sociale che può essere espressa da un governo così. Non si tratta di dare giudizi ma di provare a interpretare i processi. Capisco che chi ha dato in questi mesi una lettura tutta progressista dei tanti passaggi che hanno segnato la fase (esiti referendari, elezioni di sindaci di grandi e medie città, esperienze locali di proteste territoriali) non si faccia una ragione del fatto che una spinta sociale e di opinione il cui esito politico è il successo di Grillo non debba saldare un’alleanza con il centro sinistra espresso da Vendola e Bersani. Emerge invece qui il contesto reale in cui si svolge il conflitto, aperto, magmatico, del tutto contraddittorio tra i diversi obiettivi.
Per questo, anche, è ai margini oggi quella parte, minoritaria, della sinistra che ha il torto di leggere le cose con troppa lineare approssimazione. Anche qui lo stesso tragico errore. Pensare che la rovinosa sconfitta sia spiegabile con la debolezza (certo imbarazzante) di Ingroia o con altri politicismi di ordinanza. Se parte del tuo potenziale riferimento sociale si sposta in direzioni diverse tu devi indagarne i motivi profondi, vederne i bisogni essenziali, magari anche riprogettare alcuni tuoi contenuti e obiettivi. E invece ( il discorso riguarda in parte anche il Pd ) si rimane uguali a se stessi.
Si risponde alle tante famiglie popolari e anche della classe media che non riescono a pagare la bolletta, e che magari per questo accumulano un contenzioso con l’agenzia delle entrate, con l’arcigna convinzione di Bersani contro ogni condono o con l’idea che oggi una maggioranza sociale sia possibile saldarla intorno a culture politiche troppo circoscritte. Non sorprende che Berlusconi e Grillo abbiano così gioco facile. E’ anche così che i blocchi sociali si infrangono. Piaccia o no ora è questo il passaggio in cui siamo. E non c’entra solo la legge elettorale. Da simulazioni compiute risulta che con il mattarellum avrebbe addirittura vinto Berlusconi, senza peraltro poter anche in quel caso avere l’autosufficienza per fare un governo. E’ il Paese profondo che vive un passaggio tremendo. Alla crisi sociale che le diseguaglianze crescenti accentuano senza per questo disciplinare un conflitto, si aggiunge ,sappiamo, quella percezione della politica che avverte il Paese. Un fenomeno della contemporaneità cui sarà difficile sfuggire. Stiamo imparando a capire che la trasparenza più grande può avere l’effetto di deformare il reale (ne è stata beffarda ma efficace rappresentazione simbolica l’immagine del capogruppo grillino assopito in Senato). Così come un termine mutuato dal linguaggio popolare come “inciucio” viene scagliato con un grande potere drammaturgico a rompere ogni intento di confronto politico tra parti diverse, per non dire del compromesso che, nell’accezione politica comune, ha perduto la sua solennità gramsciana, per assurgere a simbolo di malaffare e indecenza.
Un Paese così (ma ripeto è una tendenza del mondo contemporaneo, nessuno pensi che la polarizzazione italiana viva solo per l’anomalia, pur insopportabile, di Silvio Berlusconi) corre un rischio pesante per il suo assetto democratico, rischia di essere – come in effetti è – teatro di populismi esasperati, di demagogie infinite che saldati ai gravissimi e concretissimi disagi economici e sociali può produrre – come sta producendo – la crisi della Repubblica. In fondo lo stallo istituzionale e politico di queste ore è l’altra faccia dello scontro paralizzante che vive il Paese. Uno scontro non un limpido anche se aspro conflitto sociale.
Tornare al conflitto sarebbe, credo, la strada maestra. Ma serve per questo una capacità di qualcuno (e di qualcosa) di guidare i processi , sia nelle istituzioni che nella società. Anche per rinegoziare le politiche economiche europee con la radicalità ora necessaria serve una Italia capace di fare politica e ridare una legittimazione costituente ai conflitti sociali. In fondo quello che ormai è in discussione è proprio l’idea stessa della funzione della politica. Per il suo esercizio c’è sempre meno agibilità, mentre il potere reale corre da un’altra parte e il corpo sociale “impazzisce”.
L’esito di questo complicato groviglio rischia, nell’immediato, di approdare a quella semplificazione cui aspira Grillo per poter concretizzare la propria strategia di destabilizzazione. I due partiti esistenti potrebbero finire per saldare un’intesa. Se dovesse andare così però non pensi chi dissente di salvarsi l’anima. Purtroppo la proposta di Bersani, giusta, è l’altra faccia dell’obbligo all’intesa col Pdl. Troppo ingenua, infantile. Capace di intuire che la politica ha il compito, pena l’inesistenza, di raccogliere le sollecitazioni (e il voto a Grillo è una grande sollecitazione) ma impossibilitata a tenere in coesione l’insieme di sistema politico e Paese. Non invidio chi oggi ha le responsabilità principali. E non escludo che, alla fine, il destino del ritorno al voto, più presto o più tardi, diventi obbligato. Senza grandi forze politiche , però,capaci di convogliare interessi più larghi, e segnare così una possibile egemonia politica e sociale, anche un nuovo voto non potrebbe essere risolutivo.
Non spetta a me avanzare proposte. Ma nel quadro complesso e dinamico in cui siamo diventa ancora più necessario (e forse più forte) riprendere a indagare quella nuova composizione di classe da cui può prendere forma , a sinistra ,quella nuova rappresentanza politica del lavoro della quale da tempo si avverte il bisogno.

VITO NOCERA

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