Destre divise e destre unite

Per una volta (anzi, per la seconda o terza volta, per essere onestamente precisi) anche la destra si divide e lo fa senza infingimenti, senza ipocrisie e finti drammi...

Per una volta (anzi, per la seconda o terza volta, per essere onestamente precisi) anche la destra si divide e lo fa senza infingimenti, senza ipocrisie e finti drammi che, in passato, le sono stati molto a cuore, usati e abusati per mostrare ciò che in realtà unito non era.
Da un lato Parisi cerca, con una assemblea molto simile alla “Leopolda” di Renzi, di mettere sotto lo stesso tetto non ex ma semmai post-berlusconiano tutti quei moderati che vorrebbero puntare anche al centro e rimettere, mattoncino su mattoncino, in piedi il potente muro del vecchio centrodestra. Con buona pace di Alfano e Verdini che sono tutt’ora schierati con il finto centrosinistra a monoguida PD.
Dall’altro lato Salvini che, domani, a Pontida raduna le truppe leghiste e lo fa con parole d’ordine virulente, tonicamente muscolari, energiche e decise nel riproporre i programmi simili a quelli di Victor Orbàn in Ungheria o di Marine Le Pen in Francia: stop alle migrazioni, uscita dall’Euro e dall’Europa e, per fare buon peso, anche un insulto a Carlo Azeglio Ciampi, appena passato a miglior vita (chissà…). Qualcuno prende le distanze anche nel settore verdognolo della Lega e, chiaramente, questa impostazione da destra radicale e trumpiana non aiuta il dialogo con Parisi.
Ma Salvini sembra non cercarlo, anzi mette una maglia con sopra la scritta: “Sono un populista”. In realtà, l’arte politica del populismo ha bisogno di più raffinatezza, dovrebbe essere un modo di esercitare le opinioni proprie facendo credere che sono fondate su analisi concrete e non sugli umori della folla e, attraverso questo inganno, eterodirigere proprio le idee popolari attraverso la rabbia di massa, quella che impedisce di vedere la vera ragione dei problemi del Paese, siano essi rivolti alla singola persona quanto alla collettività.
Un vero populista non dovrebbe mai dire d’esserlo ma, al contrario, affermare d’essere nemico del populismo e di rappresentare, come ha fatto molto bene il Movimento 5 Stelle fino ad oggi, l’alternativa concreta a tutti gli altri, ai “partiti”, ridotti al trittico stereotipo di “brutti, sporchi e cattivi”, indegni della fiducia degli italiani.
Ma Parisi e Salvini sanno d’avere bisogno l’uno dell’altro per provare la scalata a Palazzo Chigi: ciò che fu Forza Italia e ciò che oggi è ancora la Lega Nord non sono singolarmente in grado di arrivare a competere, soprattutto in presenza di una legge elettorale che prevede il ballottaggio nazionale (tanto peggio se tra le singole forze politiche che ottengono i due maggiori punti in percentuale di consensi, leggermente meglio se si tratta di coalizioni) per arrivare a sedere al tavolo tondo del governo.
Ma manca una identità precisa anche all’ex centrodestra berlusconiano: il Movimento 5 Stelle ha rosicchiato consensi a sinistra, al centro e a destra e ha svuotato tutte e tre i luoghi politici della rappresentanza, ha rivoluzionato veramente la geopolitica del Paese e ha consumato l’ormai logora sinistra di alternativa che esisteva ancora dopo il 2008, ha reso meno efficaci le azioni mediatrici del centro e ha attutito le strillonerie xenofobe e razziste delle destre, mutandosi camaleonticamente ora dalle posizioni ecologiste della sinistra a quelle antisolidali sui migranti propagandante tanto dalle camicie verdi quanto dai fascisti di nuovo modello.
Niente ideologie, niente schieramenti: i cinquestelle evitano anche di dichiararsi antifascisti. Rispettano la Costituzione. Ma non basta. Ecco il populismo vero, quello inimitabile, quello che ti fa balzare nei sondaggi quasi al 30% dei voti e nella realtà al 25%.
Salvini non può imitarlo all’infinito e, se vuole presentarsi come futuro capo del governo italiano, dovrà prima o poi salire su un palco anche con Parisi che, a quanto sembra, ha la benedizione di Silvio Berlusconi anche per trasformare Forza Italia in altro da sé, persino mutandole il nome.
Insomma, la destra è alla disperata ricerca di una collocazione a destra e al centro, ma sembra un’impresa molto difficile da realizzare. Del resto, un centrodestra che ha funzioni di centrosinistra esiste già: è la maggioranza che unisce Renzi, Alfano e Verdini. E’ questo il Partito della Nazione che deve ancora unirsi e riconoscersi attraverso una operazione di sincretismo tattico e strategico oltre che, residualmente, anche culturale e ideologico.
La Chiesa cattolica riesce a tenere dentro sé tutto e il contrario di tutto: lefebriani e preti comboniani. Perché mai il Partito della Nazione non dovrebbe riuscire in una operazione sinceramente più semplice come riproporsi un po’ come liberale, un po’ come sinistra e un po’ come centrodestra moderato?

MARCO SFERINI

17 settembre 2016

foto tratta da Pixabay

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