Dalle liste alle urne

La notte dei lunghi coltelli sulle candidature si è formalmente chiusa. Ma i veleni non saranno facilmente riassorbiti. Una prima domanda. Si potrà invertire il trend negativo del Pd,...

La notte dei lunghi coltelli sulle candidature si è formalmente chiusa. Ma i veleni non saranno facilmente riassorbiti.
Una prima domanda. Si potrà invertire il trend negativo del Pd, intorno al 22% in alcuni ultimi sondaggi?

Certo non aiuta l’immagine del segretario solo e blindato nella sua stanza, che esercita un potere assoluto di vita e di morte. Soprattutto dovendo uscire dagli steroidi maggioritari del Porcellum, con una legge elettorale da lui stesso imposta ancorché palesemente favorevole agli avversari. Pochi vinceranno nel maggioritario del Rosatellum, e nei listini proporzionali solo la prima posizione, non sempre la seconda, garantirà lo scranno. Gli esclusi muoiono oggi, gli sconfitti moriranno domani. Anzitutto la minoranza interna, condannata in contumacia. Poi, molti degli uscenti, servi sciocchi di un segretario in bulimia di potere personale. Infine – come dice Calenda – i bravi e competenti. Si salvano i fedeli e fedelissimi, e non tutti. Boschi è nell’uninominale a Bolzano e capolista in ben cinque listini proporzionali (Lombardia, Lazio, e 3 in Sicilia). Un riguardo unico e specialissimo, e un caso evidente di overkill. Mentre Luca Lotti corre in Toscana solo nell’uninominale, senza paracadute. Uguale sorte in Piemonte per Stefano Esposito, quello del maxi-canguro per l’Italicum. Una piccola nemesi della storia. Invece, è capolista proporzionale in Friuli il padre del Rosatellum, precedendo nientemeno che la Serracchiani. È un corposo grazie. Altrove sono garantiti familiari, amici e sodali, come De Luca jr e Alfieri (quello delle fritture) in Campania.
Nell’insieme, è pulizia etnica pro-Renzi, con un correttivo di familismo e clientele di capi e capetti locali. Si punta a un partito-bunker, feudalizzato intorno al segretario, e si costringe chi vota Pd a un piatto immangiabile. Ma il 4 marzo potrebbe essere per Renzi l’ultima spiaggia. Ricordiamo ancora il Veltroni 2008, la cui carriera politica sostanzialmente si chiuse per la devastante sconfitta da lui voluta, costruita e gestita.

Seconda domanda. E Leu? A nomi eclatanti o nuovi – come Grasso, Boldrini, Falcone – si aggiunge l’antico. Talvolta non manca, come in Emilia-Romagna, un sapore da sfida all’Ok Corral. Basterà a incidere sul non voto, e a richiamare l’attenzione dei giovani? Non si potrà contare molto sul voto in uscita dal Pd, ormai modificato geneticamente, e – salvo improbabili eccezioni – si otterranno seggi solo nel proporzionale. Il rischio è ridursi al voto organizzato che ancora si lega al vecchio e a poco altro nel nuovo, e non basta per una proposta politica vincente. In campagna elettorale bisognerà fare il miracolo. Un’altra futura occasione è improbabile.

Terza domanda. Che dire degli altri maggiori players? Tra le risse emerge il senso di un treno da non mancare. Così è per Berlusconi, per raggiunti limiti di età. Chi vuole sperare lo guardi in una tv ad alta definizione. Per Salvini è in gioco la Lega sovranista senza Nord, e Maroni è là che aspetta. Per M5S può pesare – più di un candidato premier non sempre all’altezza – che l’indubbia innovazione delle parlamentarie, sommersa da accuse e ricorsi, abbia mostrato crepe evidenti. E fallire l’obiettivo del governo può avviare un declino a contenitore di protesta senza costrutto.

Quarta domanda. Quali prospettive per il futuro governo? La guerra delle candidature ha interrato i progetti politici, ridotti a generiche elencazioni oniriche di punti largamente irrealizzabili. Fino al 4 marzo affogheremo in slogan e spot caserecci sui social, ed esternazioni estemporanee nei talk show. Come capiremo dove si vuole portare il paese, con quali strumenti e risorse?
Diversa la Germania, dove partiti ancora solidi hanno costruito la grande coalizione attraverso serie trattative sul programma e persino un congresso straordinario Spd. Questo ci dimostra la necessità di nuove regole su sistema elettorale e partiti, se non vogliamo che la tanto venerata governabilità continui a risolversi in caminetti e patti, della crostata o del Nazareno.
Intanto, siamo preoccupati per Crozza. Traballa Scilipoti, e pare che Razzi sia riparato tra gli italiani all’estero. Ci rassicura però il fatto che con Renzi, Boschi, Berlusconi e Salvini c’è già quel che serve. Manca solo un conflitto di interessi nuovo di zecca, che non viene dalla voglia di Berlusconi per un ministero della terza età. È già nella quarta e va per la quinta.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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