Da Hillary alle ragazze anonime: la riservatezza violata

La vicenda della malattia polmonare di Hillary Clinton e dei certificati di salute di Donald Trump, firmati lì per lì nell’ambito di un campo da golf da un suo...

La vicenda della malattia polmonare di Hillary Clinton e dei certificati di salute di Donald Trump, firmati lì per lì nell’ambito di un campo da golf da un suo amico medico pronto a giurare che il miliardario non ha nulla che non va nel suo fisico per ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti d’America, tiene banco nello scontro fra i due maggiori contendenti alla Casa Bianca e apre le porte al dibattito sulla cosiddetta “privacy”, sulla riservatezza violata e che riguarda personaggi pubblici di una certa importanza.
Alcuni commentatori hanno distinto proprio tra carattere pubblico della persona su cui i giornalisti cercano notizie da prima pagina da pubblicare, anche per dirigere l’opinione pubblica in un verso piuttosto che in un altro, e tutti gli altri cittadini che rivestono il classico ruolo privato, quotidianamente semplice, consueto, quindi, in un certo qual modo, “anonimo”.
Eppure la riservatezza può essere violata anche se non ci si chiama Hillary Clinton e può avvenire che una donna, una ragazza si suicidi perché un video, che la vedeva protagonista in atteggiamenti sessualmente espliciti, venga divulgato da un amico, magari un ex fidanzato e diventi, come si usa dire oggi, “virale” fino a condizionare la vita dell’anonima persona che, così e solo così, piomba alla ribalta del ludibrio, dei commenti più squallidi e di un vero e proprio linciaggio che risulta impossibile fermare.
Ciò è capitato anche ad un’altra ragazza, violentata mentre era sotto effetto dell’alcool in un bagno di una discoteca. Le amiche hanno ripreso quella scena che è, successivamente, tramite Whatsapp e altri canali “social”, è finita in rete e ha fatto il giro indisturbato dei “social network”.
Dunque, a volte, il confine tra vite pubbliche e note come quelle dei candidati alla presidenza degli Usa e vite private come quelle di due ragazze anonime si avvicinano quando sparisce il diritto alla riservatezza, quando varie forme di violenza si introducono nelle loro esistenze: violenza delle malattie, violenze sessuali, violenze di momenti privati, di attimi di vita che, volontari o meno che siano nell’essere vissuti, non possono essere alla mercé del ricatto e, forse peggio ancora, della gogna pubblica.
Se Hillary Clinton ha una polmonite è evidente che questo influisce sul percorso che sta facendo per provare a diventare presidente della Repubblica stellata, ed è altrettanto evidente che la spregiudicatezza di Donald Trump provi ad utilizzare ogni elemento di debolezza della sua avversaria per farla apparire inadeguata a quel ruolo.
Ma se una ragazza fa un video “hard” o se un’altra viene invece violentata, entrambe, qualunque sia stato il principio della vicenda che le riguarda, hanno il diritto di decidere sui loro atti e non può intervenire una morale terza che le condanna se c’è della volontà o le assolve se c’è della coercizione.
Sembra di tornare ai tempi in cui, davanti alle prime minigonne, quando si verificava uno stupro si metteva avanti a tutto la morale maschile che giustificava sempre e comunque l’uomo: la donna l’aveva provocato e, quindi, solo lei era la responsabile iniziale e principale dello stupro.
Provare a far sentire colpevole la vittima è un tentativo di manomettere la realtà, un revisionismo dell’attualità appena vissuta e resa in cronaca da una stampa che, spesso in quei tempi, ha troppo poco condannato la volontà maschile di sopraffazione e di sottomissione sia psicologica che corporale delle donne ad un regime di patriarcalismo onnipotente.
Proteggere la “privacy” tanto del personaggio pubblico quanto quello del cittadino comune sembra sia molto complicato: la legge può arrivare a bloccare, condannare e far rimuovere le violazioni del diritto all’anonimato e alla riservatezza. Ma ciò che circola in rete, se sfugge al controllo anche delle stesse rete sociali che dovrebbero vigilare su ciò, rischia di essere ingestibile e di beffare tristemente le vite di ragazze e ragazzi che, ingenuamente, diffondono foto, video o notizie personali che possono essere fonte di ricatto o di violenza.
Tutto risponde alla logica dello spionaggio dove ogni cosa è permessa, dove ogni dato sensibile è, in realtà, insensibile e lo diventa a tutto tondo perché questa insensibilità è proprio l’elemento costitutivo di un anaffettivismo che si esprime, dall’epoca delle epoche, nel dileggio come pena da far espiare a chi si odia o si ritiene di dover far soffrire.
Duemilasedici anni fa, su quella croce dove fu appeso un egualitario, un ribelle come Gesù di Nazareth, fu posto un acronimo che ne definiva quasi satiricamente la colpa: essersi proclamato re dei Giudei.
Quell'”I.N.R.I.” sta appeso sulla croce di molte, di troppe persone ancora oggi…

MARCO SFERINI

15 settembre 2016

foto tratta da Pixabay

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