Cara Carofalo, “sinistra” non può non essere una parola da amare

Apprezzo l’intervista di Viola Carofalo, la portavoce politica di Potere al popolo!, rilasciata a “L’Espresso”. Finalmente qualcuno che ha l’ardire, gesto di ribellione che già mi piace molto, di...

Apprezzo l’intervista di Viola Carofalo, la portavoce politica di Potere al popolo!, rilasciata a “L’Espresso”. Finalmente qualcuno che ha l’ardire, gesto di ribellione che già mi piace molto, di definirsi “comunista”, senza quella vergogna indotta da tempi in cui una incultura di destra pervade il Paese intero.
Dunque, brava Carofalo: dirsi comunisti è già un passo avanti verso il riconoscimento di una coscienza sociale critica che è alla base della costruzione di un insieme di singoli che la possono anche pensare diversamente ma che sono poi riconoscibili per far parte del progressismo in senso lato, di quella sinistra che troppi hanno usato e abusato come etichetta per coprire politiche liberali prima e liberiste poi.
Qui però la Carofalo “mi cade”, avrebbe detto Mike Bongiorno. Perché alla domanda: “E che serve quindi una nuova forza di sinistra?” fatta dal giornalista, ella risponde: “Sinistra è una parola che non amo, si è usurata. Quando mi dicono “e allora il PD?” cosa devo rispondere? Io quella sinistra l’ho sempre contestata.“.
Opinabile, certo, ma la risposta è sbagliata: soprattutto un comunista deve rivendicare la sua appartenenza alla sinistra e dire chiaramente che la sinistra è una parola che si continua ad amare e che dall’usura della cattiva gestione politica dei valori che le appartenevano si deve tornare alla riqualificazione tanto del termine quanto della sua identificazione immediata con tutto ciò che è alternativo al potere costruito per la difesa del potere, di quel centrosinistra eretto per difendere con la pace sociale permanente un sistema di tutele e privilegi per i grandi possidenti e per quei poteri forti difesi dagli ultimi governi succedutisi a Palazzo Chigi.
Dunque, cara Carofalo, “sinistra” non può essere una parola da non amare perché fa parte di noi comuniste e comunisti: i nomi, utilizzati distortamente o correttamente, nella loro primaria accezione anche politica, sono comunque sempre l’espressione di un sentire “sociale”; soprattutto quando questo sentire è “antisociale”, come nel caso di un obnubilamento delle masse che credono di votare a sinistra che invece sostengono coalizioni di centro (e di destra sul piano meramente economico).
Questa sensazione comune diventa interclassista per necessità, perché coinvolge drammaticamente in modo molto democratico ed egualitario tutti coloro che sono i destinatari di una comunicazione per l’appunto di massa.
Scrive Antonio Gramsci il 12 marzo 1921 su “L’Ordine nuovo”: Tanto di fronte al problema del potere che a quello della produzione, i socialisti non hanno né un metodo né un’idea chiara. Ed è perciò che dove essi hanno ancora il dominio delle masse, queste sono disorientate e tardano a trovare la via della riscossa.“.
Riportando questo nel contesto dell’appena ieri diventato oggi nel frattempo, con un governo gialloverde da far impallidire i peggiori reazionari, pare evidente come proprio il PD abbia esercitato la funzione che i socialisti avevao ad inizio ‘900: non serve fare parallelismi storici, ma semmai politici. Essere socialisti e frenare la rivoluzione vuol dire confondere il proletariato, disorientarlo e, pertanto, favorire la classe dominante.
Così ha gestito la fase politica lunga (e al tempo stesso breve) del renzismo il PD guidato dal sindaco di Firenze: dopo l’unione di due culture estranee fra loro ma spesso collaborative (socialdemocratici e cattolici), ha tentato prima la mera amministrazione governativa senza troppo spingersi sul fronte liberista; poi l’avvento di Renzi ha forzato i tempi e accelerato il tutto.
Dunque ha ragione Carofalo quando non riconosce al PD la patente di “sinistra”. A mala pena gli si può riconoscere quella di “centrosinistra”. Ma ha torto quando ne fa derivare una decadenza valoriale e politica per la parola sinistra che, sconfitta come la parola “socialismo” dal torrente impetuoso di Tangentopoli, quindi da un evento irrefrenabile e più grande di lei, sarebbe condannata all’oblio, ad essere sostituita dalla parola “comunista”.
Nessuno più di me preferisce la sinistra “degli aggettivi”, quella che osa definirsi chiaramente, senza indistinzioni: ma essere comunisti oggi vuol dire rivendicare la parola “sinistra” proprio nella sua pienezza della quale è stata svuotata da decenni di latenza di concetti, espressioni che un tempo aderivano a precisi comportamenti in favore dei lavoratori e delle lavoratrici e che oggi, invece, seguendo l’onda del semplificazionismo populista, sembrano essere in balia di qualunque cosa tranne che delle tanto vituperate “ideologie”.
No, cara Carofalo, dobbiamo riappropriarci della parola “sinistra”, affiancarle la parola “comunista” e fare di questo binomio un progetto politico ampio, un quarto polo proprio della sinistra di alternativa per riportare uguaglianza e giustizia sociale al posto che loro spettano in una repubblica democratica fondata sul lavoro e conquistata con la lotta di Liberazione, con la Resistenza antifascista.
Non possiamo lasciare la parola “sinistra” a chi l’ha violata, resa vuota e priva di un significato. Le belle bandiere, se candono per terra o vengono gettate in un fosso, vanno raccolte e portate in alto.
Per questo crediamo nel processo politico della “rifondazione comunista” che deve camminare accanto a quello della “sinistra comunista” e della “sinistra di alternativa” del quarto polo con sempre più interlocutori, sempre più inclusione.

MARCO SFERINI

23 agosto 2018

foto tratta da Pixabay

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