Berizzi racconta tutto «il nero» che splende a Verona

L'inchiesta. «È gradita la camicia nera» di Paolo Berizzi, per Rizzoli. Un libro che nasce dalla necessità di capire cosa accade intorno a noi in questa stagione di ritorno delle idee e della violenza «nera» e perché una placida città di provincia possa trasformarsi nel «laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa»
Paolo Berizzi

Il segnale arriva fin dalle prime pagine, da quella dedica a Nicola Tommasoli, «codino» per gli amici, ammazzato di botte la notte del 1 maggio del 2008 nel cuore di Verona. Per «una sigaretta negata» ad un gruppo di ragazzi, si disse all’epoca. In realtà quell’omicidio brutale, frutto di una violenza selvaggia, in cui erano coinvolti dei giovani frequentatori della curva razzista dell’Hellas e dei gruppi neofascisti locali, rappresentava qualcosa di più: il tragico portato di una realtà malata dove l’odio e un «fascismo eterno», quello descritto da Umberto Eco, si sono trasformati in una sorta di inquietante «senso comune».

Quando, alla fine degli anni ’80 la giornalista Anne Tristan volle documentare il modo in cui il Front National stava mettendo radici nella società francese, scelse di passare sei mesi in una sezione di Marsiglia. Al ritorno da quel «viaggio» sintetizzò così ciò che aveva visto: «Il Front è come un albergo dove chiunque entra con la propria rivolta, il proprio rancore, la propria rabbia. Un risentimento che, aizzato da militanti esperti, si trasforma in un vero mare di odio».

L’inchiesta condotta da Paolo Berizzi a Verona, È gradita la camicia nera (Rizzoli, pp. 250, euro 17) sembra muovere da una simile necessità: capire cosa accade intorno a noi in questa stagione di ritorno delle idee e della violenza «nera» e perché una placida città di provincia possa trasformarsi nel «laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa». Il fatto che il racconto di Berizzi inizi proprio dall’omicidio di Nicola Tommasoli dice però anche qualcosa d’altro sulle intenzioni della ricerca, vale a dire riaffermare come queste sono «idee» che uccidono ancora oggi e che, ben prima dell’assalto squadrista alla Cgil, il tema della loro drammatica riemersione si era posto tragicamente nel Paese.

Berizzi scandisce le tappe del suo percorso riannodando i fili della memoria dell’ultradestra scaligera: dagli anni della Strategia della tensione agli omicidi di Ludwig, dalla «squadra a forma di svastica» degli ultras del Bentegodi alle azioni del Veneto Fronte Skinheads, dalla rete di Forza Nuova e CasaPound ai gruppi del cattolicesimo tradizionalista. Storie e biografie che a volte si intrecciano o si confondono, mentre all’orizzonte si stagliano i profili politici di amministratori locali, sindaci compresi, che a questo mondo hanno a vario titolo guardato, attingendo voti e sostegno nelle piazze cittadine. Emergono le radici del consenso per figure del mondo leghista o di Fratelli d’Italia.

Ma soprattutto, ed è forse il segnale più importante che emerge dal lavoro di scavo di Berizzi, la Verona «laboratorio nero» che viene descritta è tutt’altro che un simbolo del disagio o della marginalità: il nuovo look fascista che racconta la realtà scaligera si fonda sul benessere, sulla pace sociale, su uno sguardo compiaciuto rivolto a sé stessi e di disprezzo verso il resto del mondo. La crisi di Verona non è sociale, ma di valori e umanità. Ci dice che nella provincia italiana non crescono solo gli omicidi della porta accanto, ma anche un odio consapevole e dai contorni ideologici ben definiti.

GUIDO CALDIRON

da il manifesto.it

foto: screeenshot

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