Assistenti educativi, il fanalino di coda

Il servizio, esternalizzato, è gestito dagli enti locali, ma la responsabilità civile e penale è delle cooperative sociali. Sono circa 55mila gli operatori che lavorano fianco a fianco agli insegnanti di sostegno per supportare i disabili. Pagati praticamente a cottimo, in una condizione di totale precarietà

A scuola sembrano non esistere, non ne ha mai parlato nemmeno la ministra. Anche le cooperative sociali per cui lavorano li hanno contattati solo a qualche ora dalla prima campanella.

Sono gli Assistenti per l’Autonomia e la Comunicazione, chiamati anche Educatori Scolastici, Assistenti Educativi e altre diciture, sono previsti dalla legge 104 del febbraio ’92, se ne contano circa 55mila. Lavorano fianco a fianco agli insegnanti di sostegno per supportare i disabili con un’attività personalizzata nell’integrazione con il gruppo classe, nell’autonomia, li aiutano nell’igiene personale, nella mobilità e nel raggiungere quegli obiettivi d’inclusione enunciati nel Piano Educativo Individualizzato, al quale però formalmente non possono accedere.

Tecnicamente non dovrebbero occuparsi della didattica ma il più delle volte finiscono per prendere appunti e semplificare le materie, anche a causa della riduzione di ore per studente destinate al sostegno e di un mansionario estremamente labile.

Un servizio esternalizzato gestito dagli enti locali che mantengono solo la funzione di controllo scaricando la responsabilità civile e penale sulle cooperative sociali con appalti al ribasso, le quali, anche a fronte di un contratto a tempo indeterminato non soggetto al calendario scolastico, frequentemente mettono in aspettativa non retribuita nel periodo estivo i soci lavoratori.

Quindi con l’impossibilità di accedere agli ammortizzatori sociali e senza arrivare alle 12 mensilità complete, con l’ovvia ripercussione anche sui contributi pensionistici. Si tratta praticamente di cottimo non venendo retribuiti neanche nel momento in cui lo studente risulta assente. Studente spesso con problematiche che richiedono lunghi periodi di convalescenza ma che ricadono sull’economia del lavoratore che, a fronte di un esborso di 20/25 euro l’ora dei Comuni, ne intasca circa 10 lordi. A ciò si aggiunge la non retribuzione nei giorni in cui la scuola resta chiusa per un qualsiasi motivo, come per i seggi elettorali o neve. Lavoratori inquadrati spesso come Assistenti Educativi di livello C2 o C3, che solo a metà settembre vengono a conoscenza del loro monte ore, delle scuole in cui opereranno e dell’utente, con qualche vaga indicazione.

Il Covid ha avuto il merito di fare emergere le incongruenze. Caso emblematico è quello della Cooss Marche con circa 2.550 operatori sul territorio e che a giugno, ancora nel pieno della crisi sanitaria, chiese ai soci un “sacrificio” che prevedeva la rinuncia alla tredicesima 2020, riduzione dello stipendio del 3,7%, taglio di ferie e permessi. Voto finale favorevole seppur con circa 600 contrari, dopo riunioni in cui era stato ventilato il rischio di fallimento. La delibera è operativa da settembre malgrado la Regione ne abbia chiesto il ritiro. Marco Bini della Usb di Ancona se ne sta occupando: «Hanno votato anche i soci azionisti e i soci volontari, questi ultimi senza nessun interesse ma schierati con la presidenza. Fra l’altro così la retribuzione va sotto i minimi sindacali.

L’articolo 47 e 48 del “Cura Italia” stabilisce che i soldi stanziati dai comuni per i servizi sociali o centri educativi dovevano essere rimessi in circolazione, se fosse accaduto avrebbe alleviato le sofferenze dei lavoratori e delle cooperative. L’unica cosa da fare è internalizzare i servizi ad aziende speciali o unione dei comuni e non direttamente all’ente pubblico che diventerebbe troppo complesso. Invece ci ritroviamo in una faccenda politica perché serve a foraggiare sistemi abnormi che vanno sotto l’ipocrita voce “sociale”». Giovedì e venerdì Unicobas, Usb, Cobas Sardegna e Cub hanno indetto uno sciopero della scuola in cui sono compresi gli educatori. La First (Federazione Italiana Rete Sostegno e Tutela dei diritti delle persone con disabilità) intanto a luglio ha proposto un disegno di legge per l’internalizzazione degli assistenti nel Miur, ma sono tante le voci che si levano in quella direzione.

Rosario di Educatori Uniti Contro i Tagli di Bologna: «Qui l’appalto oltre a essere comunale è specifico in ogni quartiere, così i singoli quartieri possono fare tagli. Si diceva per esempio che sarebbero stati impiegati un esercito di educatori nei centri estivi, in realtà spesso hanno lavorato figure che non c’entravano nulla. Anche per questo, diversi collettivi si sono incontrati il 12 settembre per rivendicare l’internalizzazione che però, ci rendiamo conto, è un’impresa titanica. La battaglia più verosimile è l’equiparazione degli stipendi a quello degli enti comunali, visto che in vari servizi svolgiamo lo stesso lavoro. Per le responsabilità che abbiamo prendiamo una miseria. Qui ci sono stati problemi nel pieno dell’emergenza sanitaria, come la cooperativa Dolce che non ha anticipato il Fis ai propri soci dopo che era stato ridotto a zero il loro monte ore. Ho visto buste paga a zero euro con il Fondo d’integrazione salariale (Fis) al 60% di uno stipendio già povero. Al momento invece nella Coop Quadrifoglio che gestisce i servizi scolastici, agli educatori che avevano ricevuto per due mesi il 100% dello stipendio, il Comune gliene sta richiedendo indietro il 20%». Gli educatori della Quadrifoglio entreranno in sciopero il 5 ottobre.

La flessibilità, prima del Jobs Act, che infatti non si applicava alle cooperative, era già la consuetudine. Nelle scuole, specialmente a seguito del Covid, c’è stata una compressione dell’orario scolastico che costringe l’assistente a cucire i propri interventi. Se con due lezioni ottiene 1,40 ore, dovrà trovare magari in un altro istituto 20 minuti per completarne le 2 piene. Una frammentazione che impone il più delle volte accordi con i dirigenti scolastici per il controllo della loro presenza e con gli insegnanti di sostegno per strutturare un orario in cui l’assistente sia presente nelle lezioni più significative per l’utente. Una precarizzazione totalizzante che diventa strumento di ricatto in mano delle cooperative verso gli operatori meno malleabili. Un rompiscatole rischia di trovarsi con meno ore e magari in tre istituti diversi e lontani.

I sindacati per ora si sono mossi a macchia di leopardo. Maurizio Mozzoni del Coordinamento Educatori della Cgil di Milano e autore di Educatori – Sfruttati, malpagati, ricattati racconta: «Atomizzare i lavoratori è il modo migliore per non permettere loro di prendere coscienza politica. Lo spirito cooperativo di inizi ‘900 se lo sono bevuto già da parecchio tempo, sono grosse aziende che fanno profitti e non hanno niente di diverso dalle srl, a parte la tassazione. Considera che ci sono state cooperative che chiedevano una quota associativa di 4mila euro per cominciare a lavorare. Per capire il clima: una volta tre educatori volevano parlarmi, chiesi loro di passare in sede, risposero no, avevano paura. Appuntamento a Porta Genova, lì è arrivata una loro amica che mi ha portato in un bar e mi ha chiesto di lasciare il telefono sul tavolo, spento. Solo dopo sono arrivati. Mi è capitato a Milano, tre anni fa, non trent’anni».

LUCA PAKAROV

da il manifesto.it

Foto di White77 da Pixabay

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