Ancora tra pace e guerra

Per la sinistra d’alternativa è ancora tempo di ragionare sulla necessità di ricostruzione di movimento per la pace, l’idea di neutralità dell’Europa, il ruolo dello Stato – Nazione nel...

Per la sinistra d’alternativa è ancora tempo di ragionare sulla necessità di ricostruzione di movimento per la pace, l’idea di neutralità dell’Europa, il ruolo dello Stato – Nazione nel profilarsi di un ritorno al bipolarismo armato e al proliferare degli scenari bellici.

Mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione un abbozzo di schema interpretativo sull’emergere di pericoli di guerra globale e sullo spostamento nell’asse di riferimento nelle relazioni internazionali.

In premessa è necessario rilevare due punti:

1) Sta arretrando, ormai da qualche tempo, il tipo di gestione del ciclo capitalistico che era stato individuato come “globalizzazione”, mentre persistono gli effetti provocati dall’incontrollato processo di finanziarizzazione che ha caratterizzato la fase a partire dal 2007. Certamente con effetti diversi da Paese a Paese (ma questo elemento rafforza l’intero impianto che s’intende sostenere in questa sede.)

2) Appare esaurita anche la fase del post – caduta del Muro caratterizzata da un’unicità di superpotenza “gendarme del mondo”. Non emerge, però, come molti pensavano fino a qualche tempo fa un assetto multipolare, bensì riemerge dalle tenebre della storia l’antico bipolarismo USA/Russia. Questo sì foriero di un’anticamera di conflitto globale, tra imperialismo mai rinnovato nella sua essenza e ritrovata vocazione imperiale. Naturalmente i fattori di questo stato di cose sono molteplici nella contesa globale: energia, spazio vitale, predominio militare, ecc.

Il primo punto relativo al venire meno dei fattori definiti di “globalizzazione” ha portato a un rallentamento nel processo di cessione di sovranità dello “Stato–Nazione”: forma politica, questa, che molti avevano già dato frettolosamente per superata.

Questo elemento ha grande influenza sugli assetti europei nel senso di mandare immediatamente in crisi l’Unione Europea, ben oltre le sue apparenti difficoltà sul piano economico.

 I fattori principali di questa crisi che s’innesta direttamente nel deficit politico strutturale che ha sempre attraversato l’Unione sono rappresentati dalla necessità di schieramento nel rinnovarsi del fronteggiamento diretto Est/Ovest.

Complice l’inopinato allargamento a 28 (poi ridotti a 27 per via della Brexit) la fragilità del tessuto connettivo di questa Unione fondata su BCE, Consiglio, Commissione è emerso con grande chiarezza e pericolosità.

Fragilità che deriva da un punto irrisolto che è quello derivante dalle ragioni di “nascita” dell’Unione, non certo riconducibili all’utopia di Spinelli, Rossi e Colorni nell’idea mazziniana degli Stati Uniti d’Europa.

L’idea concreta dell’Unione Europea nasce, in un momento particolarmente acuto della guerra fredda (il blocco di Berlino e conseguente ponte aereo) per far sì che i paesi dell’Occidente “libero” (compresa l’appena riconosciuta Repubblica Federale tedesca) costituissero una sorta di avamposto USA direttamente rivolto verso la Cortina di Ferro.

Le vicende successive hanno in una qualche misura occultato e fatto dimenticare questa scaturigine che rimane, adesso come adesso, più che mai valida.

Nel riproporsi dello schema bipolare, pur nelle innegabili differenze storiche (oggi il confronto è tra natura imperialista e vocazione imperiale) le esigenze di allineamento “atlantico” e di rapporto con gli USA tornano a prevalere.

Questo dato si riflette anche sulla situazione politica italiana a spiegazione della forte spinta per il “SI” nel referendum dell’attuale amministrazione USA che ha bisogno di “stabilità” nella collocazione del governo italiano e questo elemento gli viene garantito dalla continuità dell’attuale assetto di maggioranza.

E’ possibile (e auspicabile) che non si concretizzerà il pericolo di guerra, ma si arriverà soltanto al riproporsi – ancora una volta – del modello dell’equilibrio del terrore.

Intanto come in Siria proseguiranno le guerre per procura ad alta intensità, combattute anche con la presenza sul campo, in varie vesti, delle due superpotenze.

Intere zone del mondo resteranno marginalizzate da questo spostamento d’asse e torneranno ad essere considerabili come il “cortile di casa” dei colossi: lo spostamento politico di molti dei sistemi in America Latina (Argentina e Brasile in primis) possono essere letti con questo tipo d’ottica.

Fenomeno eguale e inverso nei protagonisti potrebbe verificarsi anche in Europa, anche se a Est e nei Balcani appaiono emergere tensioni nazionaliste in una situazione ben diversa da quella degli anni ’50 – ’60 quando esistevano il COMECON e il Patto di Varsavia, organizzazioni economiche e militare poste sotto la rigida egemonia sovietica.

Si dissolvono così ipotesi di multipolarità e di entrata in scena di nuovi attori: i BRICS come entità geopolitica sono durati molto meno e hanno avuto sicuramente minor peso politico degli antichi “Non allineati”.

Siamo di fronte quindi a una fase di svolta: la geopolitica riprende il suo posto di principale riferimento nelle analisi del quadro internazionale.

Intanto le contraddizioni sociali, materialiste e post – materialiste, stridono e la sinistra fa fatica a ritrovare un’identità internazionalista sempre più stretta dalla drammaticità delle emergenze e dall’incapacità delle sue classi dirigenti a verificare la dimensione effettiva del mutamento reale.

Il tutto per confermare che la questione assolutamente prioritaria rimane, ancora una volta, quella tra la pace e la guerra.

FRANCO ASTENGO

redazionale

14 ottobre 2016

foto tratta da Pixabay

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