Uno dei motivi che rendono interessante la manifestazione di domani a Piazza dell’Esquilino a Roma (ore 14,30), indetta dalla campagna «Ci vuole un reddito» composta da più di 140 associazioni, sindacati e movimenti, è la «Carta dei principi di una mobilitazione per il reddito garantito» diffusa ieri a piazza Montecitorio durante una conferenza stampa organizzata dai promotori del corteo nazionale.

In cinque pagine è esposta la novità, culturale e politica, di un approccio che impedisce di considerare l’idea di «reddito garantito» evocata nel titolo del documento come una difesa pura e semplice del «reddito di cittadinanza» varato dai Cinque Stelle e dalla Lega nel 2019. Si tratta invece di una critica articolata al Workfare di un provvedimento che non solo non è stato «universale» (secondo la Caritas ha raggiunto solo il 44% dei «poveri assoluti»), ma lo ha vincolato teoricamente alla formazione e al lavoro obbligatorio.

Quello che il governo Meloni intende proseguire con l’«assegno di inclusione» e il «supporto alla formazione e al lavoro» creati dal provocatorio «Decreto Lavoro» del primo maggio, ora in discussione in parlamento. «Ci vuole un reddito» chiede il ritiro di un provvedimento che allarga le maglie della precarietà con la liberalizzazione dei contratti a termine e l’estensione dei voucher.

Nel documento si sostiene che il «reddito garantito» va esteso ai «poveri relativi», e non solo a quelli assoluti. Dunque si tratta di alzare i paletti fiscali e patrimoniale imposti dal «reddito di cittadinanza» e confermati nell’«assegno di inclusione». Parliamo di una platea potenziale di 15 milioni di persone in Italia, inclusi i precari e i lavoratori poveri programmaticamente esclusi da entrambe le misure.

Tale «reddito» avrebbe un’unica scadenza, quella più ragionevole: finirebbe solo con l’uscita dalla «povertà», e non sarebbe a tempo come ora che dura massimo tre anni, sempre che riesca a mantenerlo. Questo è un modo per evitare di colpevolizzare gli individui isolati e per responsabilizzare la società.

La lotta contro le povertà e le diseguaglianze è generale, o non è. Il reddito, inoltre, è «garantito» perché è «incondizionato». Così si afferma «uno ius existentiae in grado di garantire l’autonomia, la dignità e la libertà di scelta della persona» scrivono i promotori della manifestazione. È un’interpretazione attendibile delle risoluzioni del parlamento europeo sul «reddito minimo» spesso evocate strumentalmente.

Questa impostazione politica permette di superare la discriminazione e incostituzionale, dei cittadini extracomunitari residenti in Italia presente nel «reddito di cittadinanza». Chi vive qui da meno di 10 anni è stato in gran parte escluso dal sussidio. Meloni & Co. li terranno fuori «solo» per cinque per evitare una procedura di infrazione della Commissione Ue. Il «reddito garantito» sarebbe riconosciuto al di là della linea del colore che divide i cittadini da quelle che Alessandro Dal Lago definiva «non-persone». E sarebbe inoltre uno strumento di autodeterminazione delle donne contro la violenza maschile.

Il «reddito garantito», si legge ancora nel documento, è calcolato al «60% del reddito disponibile mediano nazionale equivalente dopo i trasferimenti sociali, come già indicato nei documenti europei», cioè un massimale di 780 euro. La sua erogazione non sarebbe vincolata come ora a una carta che impone vincoli alla spesa.

Bisogna invece permette una maggiore autonomia finanziaria a cominciare dal risparmio, fondamentale per chi si trova in condizioni di povertà. Né decadrebbe una volta assunti. In quel caso il salario sarebbe integrato con la differenza che manca per raggiungere il massimale del reddito mediano.

In questa prospettiva il rifiuto di un’offerta di lavoro «non congrua» non potrà essere sanzionata con la perdita del diritto al reddito come avverrà con Meloni, né la partecipazione a percorsi formativi o di reinserimento è la condizione per ricevere il «reddito garantito». Un principio già affermato dall’organizzazione mondiale del lavoro già nel 1934 e disattesa dal governo Meloni.

L’adesione trasversale alla manifestazione di soggetti di solito lontani (sindacati di base e federazioni della Cgil, per esempio) si spiega anche con il superamento dell’opposizione tra «reddito» e «lavoro» e la contestualizzazione del «reddito garantito» in una riforma fiscale progressiva e in una universalistica del Welfare.

Si parla di diritto all’abitare, all’istruzione, accesso gratuito a Internet, servizi pubblici di qualità. In generale, la proposta del corteo romano scarta sia dall’approccio populista che da quello neoliberale. E confligge con il senso comune strutturato sul quale proliferano anche gli strali delle destre (non le uniche) contro i «divanisti». Una prospettiva che può cambiare il dibattito.

Un altro motivo di interesse è l’adesione delle opposizioni parlamentari (Pd, Cinque Stelle, Sinistra Italiana) e di Unione Popolare a un corteo coraggioso e non scontato. C’è la consapevolezza che la battaglia contro le destre non la si può affrontare solo nel Palazzo ma con il rapporto con i movimenti. Si parla di «convergenza». Il terreno è stato preparato in autonomia. In vista dell’autunno bisogna andare alla radice.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

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