Zeffirelli, l’arte del provocatore

Morto a 96 anni il regista fiorentino: una carriera spesa tra cinema, teatro e opera lirica. L'incontro con Visconti, l'esordio con Shakespeare e i film americani

Bisogna dirlo, tra Franco Zeffirelli e la sinistra in genere c’è stata idiosincrasia. Un rapporto stridente che permane nonostante la dipartita del «maestro» a novantasei anni. Del resto non poteva che essere così. Si dice che le opzioni sessuali appartengano alla sfera privata. Sacrosanto. Ma Zeffirelli da questo punto di vista è stato un autentico campione di provocazione individuale divenuta pubblica. Forse lo spiritaccio toscano, forse quell’essere figlio illegittimo riconosciuto tardivamente, resta il fatto che le sortite di Franco sono ineffabili. Gay notorio e dichiarato, a suo tempo fece scalpore la convivenza con Luchino Visconti, Zeffirelli ha detestato con cordialità ricambiata i movimenti di liberazione omosessuale. Per lui bisognava rifarsi alla cultura e alla creatività greca e romana, non agli «sculettamenti o al trucco».

E forse per ribadire la sua fascinazione per il classico e la romanità considerava che il fascismo avesse in sé diverse cose buone. Così come ha amato considerarsi cattolico. Evidentemente gli strali della destra e della chiesa nei confronti dell’omosessualità non lo hanno mai colpito. Grande amico di Silvio Berlusconi (la bella villa sull’Appia Antica dove ha vissuto negli ultimi anni e dove è morto gli era stata data in uso proprio da Silvio) al punto da essere tra i primi che hanno aderito a Forza Italia, diventando senatore in due legislature dal 1994 al 2001. Se fosse stato ancora vivo Billy Wilder a proposito di Zeffirelli avrebbe rispolverato la mitica frase di chiusura di A qualcuno piace caldo «nessuno è perfetto».

Di formazione teatrale e operistica Zeffirelli è approdato al cinema relativamente tardi prima con il dimenticabile Camping (’57), poi con un paio di documentari per la tv, uno sulla Callas (’64) uno sull’alluvione di Firenze (’66), con commento in italiano di Richard Burton. Ma il suo vero esordio, quasi inevitabile, è con Shakespeare, La bisbetica domata (’67), con Elizabeth Taylor e Burton e Romeo e Giulietta (’68), cui farà seguito Fratello sole sorella luna (’72) ispirato a vita e opere di San Francesco.  Poi incursioni televisive sul Gesù di Nazareth (’77), varie opere liriche ma anche Il campione (’79) e Amore senza fine (’81) che vanta, seppure non protagonista, l’esordio cinematografico di Tom Cruise. Tutti lavori che si caratterizzano per un forte senso estetico, per la filologia rispetto ai testi teatrali, ma nessuno dei suoi titoli ha davvero segnato la storia del cinema in Italia, anche perché, girati in inglese, erano più rivolti al mercato nordamericano. Neppure Il giovane Toscanini (’88) il successivo Storia di una capinera (’93) e Jane Eyre (’96) cambiano l’approccio.

Per trovare nella sua filmografia di fiction qualcosa di davvero curioso bisogna arrivare a Un tè con Mussolini (’99) non perché la lettura storica sia interessante, ma perché si tratta di un’opera dai tratti semiautobiografici, quindi che illuminano su alcuni comportamenti che appartengono al regista stesso, oltre che per un cast internazionale ancora una volta prestigioso, capace di spaziare da Cher a Maggie Smith, da Judy Dench a Joan Plowright e Lily Tomlin che interpretano le varie figure del gineceo che ha in qualche modo formato il piccolo Luca divenuto da grande il Franco che abbiamo conosciuto. Che ha poi concluso di nuovo con la Callas (Callas Forever 2002) e con una città, questa volta Omaggio a Roma (2009). Ma se il suo grande lascito artistico non sono i film, gli va dato atto di avere donato a Firenze e agli appassionati qualcosa di unico e prezioso: il Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo Franco Zeffirelli ospitato nello storico Complesso di San Firenze.

Praticamente tutto il materiale raccolto in settanta anni di spettacoli. Il Centro infatti propone il suo archivio, la sua corposa biblioteca, un museo, «iniziative espositive e didattiche sia per la divulgazione della cultura legata all’arte dello spettacolo, sia per la formazione di studenti nell’ambito delle discipline del teatro di prosa, dell’opera in musica e del cinema, nella scia della tradizione rinascimentale delle arti e dei mestieri di cui Firenze è luogo privilegiato». E sul sito della Fondazione da ieri appare la scritta «Ciao maestro, Firenze 12/2/1923 – Roma 16/6/2019».

ANTONELLO CATACCHIO

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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